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Intervista a Park Chan-wook, regista di Old Boy e maestro del thriller

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Il regista di Old Boy e Stoker Park Chan-wook è l'ospite d'onore al Florence Korea Film Fest: il maestro del thriller coreano si racconta in un'intervista esclusiva.

Park Chan-wook al Florence Korea Film Fest

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Il Florence Korea Film Fest festeggia la sua 15esima edizione con un regalo davvero speciale per gli appassionati di cinema coreano, anzi, di grande cinema. L'ospite d'onore del 2017 è infatti Park Chan-wook, il regista sudcoreano più noto a livello internazionale, il maestro del thriller asiatico, il regista di pellicole di enorme prestigio come Old Boy e Lady Vendetta. In occasione della presentazione alla stampa del suo nuovo lungometraggio (in concorso al Festival di Cannes 2016) e dell'attribuzione del premio alla carriera a quello che è considerato il più quotato erede della tradizione di thriller di grande eleganza alla Alfred Hitchcock, abbiamo intervistato per voi proprio Park Chan-wook.

Lei è l'ospite d'onore di questa edizione del Korea Film Fest a Firenze, oltre che ad essere ad oggi il regista sudcoreano più noto a livello internazionale. I suoi esordi però risalgono agli anni '90, anche se il successo è arrivato una decina di anni più tardi con Joint Security Area, ancor oggi tra i film sudcoreani più redditizi di sempre. Con tanti film e successi sulle spalle, sente di aver raggiunto la meta che si era prefisso quando, ancora critico cinematografico e membro di un cineclub universitario, sognava di diventare regista? 

È difficile dare una risposta secca a questa domanda, perché ancor oggi cambio parere sulla mia carriera giorno dopo giorno. Naturalmente ci sono momenti in cui mi sento molto soddisfatto per ciò che ho realizzato, ma non mancano attimi di smarrimento o di vera e propria rabbia; qualche rimpianto e rimorso lo provo anche io, guardando alla mia filmografia e alla mia vita. 

Per quanto riguarda il futuro invece? Cosa le piacerebbe girare, con qualche pellicole si prepara a sorprenderci? 

Ho tanti sogni nel cassetto e progetti che vorrei realizzare nel futuro. Per esempio vorrei proprio girare un western prima o poi. Non mi dispiacerebbe poi tornare a dirigere un thriller, magari sul tema dello spionaggio: sogno prima o poi di portare su grande schermo The Little Drummer Girl di John le Carré. Non ho mai provato a girare un biopic, ma se dovessi farlo, mi piacere raccontare la vita del compositore russo Dimitrij Shostakovich. Insomma, l'ispirazione non mi manca. 

Non le manca nemmeno il coraggio: qui al Korea Film Fest è stato presentato The Handmaiden, il suo ultimo film in concorso al Festival di Cannes 2016. Il suo adattamento del romanzo Ladra di Sarah Waters contiene alcune scene sessualmente esplicite tra due donne, elemento davvero molto controverso per la cultura sudcoreana, naturalmente restia a parlare apertamente di sessualità e che ha appena cominciato a confontarsi sui diritti delle persone LGBT. Era preoccupato per la reazione del pubblico?

Naturalmente c'era preoccupazione al momento dell'uscita, soprattutto per eventuali boicotaggi o critiche da parte dei cristiani protestanti: in Sud Corea sono una comunità abbastanza numerosa e un pubblico estremamente conservatore, che già in passato ha contestato alcune mie opere per la loro violenza. I timori del mio staff si sono però rivelati tutto sommato superflui. Il film (che vedremo presto anche nelle sale italiane grazie a Microcinema) ha ottenuto ottimi risultati al botteghino e il pubblico lo ha giudicato per lo più positivamente. Molte mamme e molte donne si sono immedesimate nella storia d'amore tra le due protagoniste, perché narra di un sentimento universale e mi hanno raccontato di aver sinceramente sperato in un lieto fine per Hideko e Sook Hee.

Quindi possiamo considerarla un regista femminista, oltre che pronto a prendere posizioni politicamente forti sui problemi di stretta attualità della società sudcoreana? 

Un uomo deve sempre stare molto attento quando si definisce femminista, perché non è solamente un'etichetta ed è una posizione che richiede attenzione e cura. Non esiterei però a definire The Handmaiden un film femminista e devo dire che, ripensando ai miei lavori più recenti, credo che l'ultima parte della mia carriera rifletta molto di più sulla condizione femminile rispetto alle mie prime opere. Invecchiando, ho cominciato a mettere al centro il mondo femminile, perché credo fermamente che in ognuno di noi ci sia un lato maschile e uno femminile e che vadano entrambi valorizzati, senza paure.

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Per immedesimarsi nei panni delle due giovani donne protagoniste di The Handmaiden ha quindi fatto ricorso a questo lato? 

Non è stato ovviamente sufficiente: mia moglie, mia figlia e una mia collaboratrice mi hanno molto aiutato a calarmi nei panni di Hideko e Sook Hee, rileggendo le bozze della sceneggiatura e dandomi importanti suggerimenti per riuscire a portarle al meglio su grande schermo. 

In Occidente e in particolare in Italia lei è spesso identificato come il regista della vendetta e il realizzatore di Old Boy, mentre in anni recenti e con film spesso ancora inediti in Italia, lei ha dimostrato di essere davvero molto versatile: ha girato un horror vampiresco ispirato alla letteratura classica francese, una storia d'amore davvero sui generis ambientata in un ospedale psichiatrico e ora ha adattato un romanzo di successo di Sarah Waters, Ladra, trasportandolo nella Corea occupata dai giapponesi. La infastidisce questa etichetta che si è ritrovato cucito addosso? 

Devo ammettere che talvolta mi infastidisce molto. Anche se sono tre film molto importanti per me, non credo che Old Boy e la trilogia della vendetta mi rappresentino pienamente. Per tante persone sono solo il regista di Old Boy, che non ritengo neppure il mio film migliore. In particolare sono molto orgoglioso di Thrist e The Handmaiden e mi piacerebbe che i cinefili potessero giudicare il mio lavoro tenendo in considerazione anche queste mie pellicole più recenti. 

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