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Episodio 1.3: Vecchi rancori

Mentre la casa continua ad essere protagonista, scopriamo qualcosa di fondamentale sul passato dei personaggi…

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1983: per la terza volta iniziamo con un’inquietante inquadratura della vera protagonista della serie, la casa, e con un tuffo nel passato; è come un conto alla rovescia da ieri ad oggi, che ci tiene col fiato sospeso per scoprire se anche gli Harmon faranno la fine degli altri inquilini. Un conto alla rovescia che diventa anche sempre più avvincente man mano che aumentano le informazioni in nostro possesso. American Horror Story non ci va mai tanto per il sottile, quindi ecco cosa ci aspetta: Eric Close (Taken, Senza traccia) che guarda una giovane Moira. Seguono: tentativo di stupro e colpi di pistola sparati ad entrambi da Constance.

 

E quel “non costringermi ad ucciderti di nuovo” che abbiamo sentito tempo fa acquista un senso. La dissolvenza che ci porta ad oggi, in quella stessa camera dove Vivien e Ben stanno litigando non lascia presagire nulla di buono. Soprattutto perché gli autori, in maniera geniale, ci ingannano sulle ragioni della discussione: crediamo che la coppia stia discutendo di nuovo del tradimento di lui. Invece no, sorpresa: Vivien è arrabbiata perché Ben (che fra l’altro continua ad avere vuoti di memoria, tanto che sospettiamo abbia fatto sparire la sua paziente Sally Freeman) ha investito tutto nella casa che lei vuole lasciare e che, a questo punto, deve vendere (auguri…) prima di potersi permettere un’altra dimora. Come dicevamo: Vivien vuole andarsene ma la casa glielo impedisce…

 

Nel frattempo ci vengono chiariti altri dettagli su Moira e Constance: l’occhio “spettrale” di Moira è quello in cui Constance aveva infilato con una certa precisione una pallottola; entrambe sono costrette a rimanere lì, nella casa o nei suoi dintorni. In particolar modo Moira dopo che il suo corpo – sepolto in giardino – viene coperto con un altro corpo (il che mi fa pensare che la teoria dei fratelli Winchester sia condivisa dagli autori: per eliminare un fantasma bisogna distruggere il suo corpo). Ma andiamo con ordine: un altro corpo, dicevamo… Certo, quello di Hayden, che da pazza isterica qual è (rinnovo i complimenti allo psichiatra per essersi scelto una giovane amante psicolabile) si presenta a Los Angeles minacciando di dire a Vivien della sua gravidanza.

 

La nostra esperienza di telespettatori ci dice che la soluzione più rapida al problema è uccidere Hayden, ma conosciamo Ben abbastanza da sapere che non lo farebbe mai. Quindi… serve un deus ex machina? Eccolo lì, per servirci: il nostro Larry Harvey. Una bella palata in testa a Hayden e la buca che Ben stava inconsciamente scavando (chi altro ha pensato a Jim in The Walking Dead?) torna subito utile. Per completare l’opera, ci si costruisce sopra un bel patio e voilà. Moira e Hayden sono intrappolate per sempre nel giardino della casa degli omicidi. La casa protagonista di un tour sui luoghi nefasti di Los Angeles, che Vivien si appresta a fare per scoprire di più sul luogo in cui vive.

 

Le viene (ci viene) raccontata la storia del dottor Charles Montgomery, paragonato a Frankenstein (ma con la colonna sonora di Dracula in sottofondo: ho apprezzato l’ironia) per i suoi esperimenti, che praticava anche aborti clandestini. Aveva fatto costruire la casa per sua moglie, l’attrice Nora, un’inquietante presenza che, ci viene chiarito in più occasioni, resterà molto vicino a Vivien. Proteggendo, paradossalmente, il “bambino della casa”: Vivien sta male quando si allontana, ma tutto passa appena torna in casa. Il messaggio è chiaro, così come è chiara la spiegazione (un po’ femminista, ma efficace) di Moira al fatto che Ben (e il detective che cerca Sally) la vedono in modo diverso: le donne vedono l’anima delle persone, gli uomini si limitano al corpo… Un’altra puntata è finita e la prima morte, il primo omicidio a dirla tutta, legata ai nuovi abitanti della casa, gli Harmon, si è compiuto. Ora non possiamo che aspettarci che la situazione precipiti… O no?

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