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Episodio 1.8: L'uomo di gomma

Finalmente ci è stata svelata l’identità del misterioso uomo in lattice nero. Avevate indovinato di chi si trattava?

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Oh. Finalmente. Ora conosciamo la sua identità. Sappiamo chi è l’uomo di gomma (quello che io finora ho chiamato “l’uomo in nero” o “l’uomo in lattice nero”, ma in onore al “rubber man” originale mi adeguo alla gomma). Vi dirò: sono un tantino turbata da questa scoperta. Mi sento un po’ delusa perché mi aspettavo di scoprire la presenza di chissà quale strabiliante nuovo personaggio (il che significa che Ryan Murphy e gli altri autori si sono giocati al meglio le loro carte sulle mie aspettative. Ancora una volta: bravi!). Ma sono anche un filo confusa perché American Horror Story ci mette di nuovo alla prova (cosa che, sia chiaro, è il bello di questa serie).


Abbiamo conosciuto Tate come un ragazzino disturbato, in terapia da Ben, che sognava di fare una strage a scuola. Quando ha iniziato a mostrare interesse per Violet abbiamo temuto per l’incolumità della ragazza… Poi però Tate è intervenuto per salvarla durante l’aggressione subita in casa insieme a Vivien e noi ci siamo ritrovati a pensare: “Toh. Forse non è poi così pericoloso”. Poi abbiamo scoperto che è il figlio di Constance (cosa che non depone a suo favore nel rassicurarci). E quando stavamo per fidarci del tutto di lui abbiamo saputo che la strage l’aveva effettivamente compiuta e che come se non bastasse era un po’ morto. Senza saperlo. Abbiamo dunque smesso di temerlo, per un momento. Come dicevamo la volta scorsa noi siamo terrorizzati dall’ignoto, ma sapendo cos’è Tate la paura è passata (anche grazie alla sua tenerezza e alla protezione nei confronti di Violet: ci sembrava che fosse passato dalla parte degli alleati, dei “buoni”).


Perciò, cosa combinano gli autori per destabilizzarci? Ci dicono che il rubber man è lui. Ecco. Ora mi tocca cambiare di nuovo idea e ragionare sul ruolo di primo piano affidato a Tate in questa storia. Non è un personaggio di contorno legato a Violet o Constance: è al centro della narrazione insieme agli ex abitanti della casa, ora intenti a perseguitare la povera Vivien, che come nella miglior tradizione horror delle case infestate viene presa per pazza. Ma andiamo con ordine. Questione numero 1: com’è che Hayden, l’ultima arrivata, sa così tanto sulla casa e sulla condizione delle anime (o meglio: dei morti viventi, in qualche modo. Possono uccidere ed interagire con i vivi, quindi…) che la abitano?


Hayden rende esplicito ciò che abbiamo scoperto finora sui “poteri” della casa. Forse è la sua rabbia a renderla speciale (ammetto di essere rimasta confusa vedendola accoltellare il marito di Constance. Per un momento ho creduto si trattasse di un flashback e credevo che non c’avrei mai più capito nulla…). Forse è la sua sete di vendetta: è lei a manovrare gli altri per allontanare Vivien e prendersi i suoi bambini. Corrompe e manipola tutti gli “intrappolati” nella casa (ma non Tate, e anche questo ci fa capire che con lui si gioca su un altro livello). E ottiene il suo scopo piuttosto in fretta, nonostante il (blando, ma inserito all’interno di un ispirato discorso femminista) tentativo di Moira di aiutare Vivien.


Vivien che inizialmente pensa ad un complotto organizzato da Ben e dalla sua amante viva. Vivien che viene portata via e lo accetta (qualsiasi cosa pur di lasciare quella casa). Vivien che se ne va sotto gli occhi di Violet, che vergognosamente non interviene. Violet mente su indicazione di Tate (e tutto diventa palese: è lui a muovere i fili nella casa, così come sua madre li muove al suo esterno). La piccola Violet, la ragazza depressa che si autolesionava e tentava il suicidio si è trasformata in carnefice. Ancora una volta, ecco il monito: mai dare per scontati gli “schieramenti”, la natura ed i propositi dei personaggi di questa serie. Perché American Horror Story, a dispetto di una struttura classica infarcita di citazioni e di canoni sfruttatissimi dal genere, non ha alcuna intenzione di diventare una serie prevedibile…

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