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Episodio 2.11 - La sentenza

Il finale di stagione si avvicina. E fra i sopravvissuti guidati da Rick Grimes le cose stanno per cambiare…

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Il finale di stagione si avvicina. E fra i sopravvissuti guidati da Rick Grimes le cose stanno per cambiare…

Ad occhio e croce, per il povero Randall forse sarebbe stato meglio essere ucciso dagli zombies che interrogato da Daryl. Però… quanto ci piace Daryl, vero? Una magistrale sequenza d’apertura (con i dubbi sulle reali intenzioni di Randall, che mi ricordano tanto un certo Henry Gale…) ci ricorda che in fondo non sappiamo nulla di lui. Soprattutto, ci ricorda che in situazioni fuori dall’ordinario (come dopo un’apocalisse zombie, per dire) l’uomo tira fuori più facilmente il peggio di sé, piuttosto che il meglio. L’abbiamo già detto. Ma gli autori di The Walking Dead non hanno certo esaurito l’argomento.




The Walking Dead – Una scena dall\'episodio 11



Quindi, per provare a convincerci del contrario, investono Dale del ruolo di ultimo barlume di moralità e giustizia civile. Bisogna decidere quale sarà la sentenza per Randall ed è il solo ed unico leader a doverlo fare. Tocca a lui, a Rick, motivare e difendere la decisione (e concedere una proroga fino al tramonto). E tocca a Dale convincere Andrea, ex avvocato per i diritti civili, ad aiutarlo nel mantenere una parvenza di civilizzazione. Conservare la nostra umanità è una scelta, dice Dale. Ed ecco il punto: vivi contro morti, ma anche vivi contro vivi, al grido di “mors tua vita mea”. La questione morale è sempre stata centrale nella serie e nella puntata di ieri ha esplicitato la sua funzione: garantire un ulteriore approfondimento della psicologia dei personaggi.

Randall guarda il mondo attraverso le fessure della sua prigione, vedendo gli altri solo a due dimensioni, ma gli autori vogliono che ciascuno dei personaggi di dimensioni ne abbia tre. E che la sua posizione riguardo alla pena di morte, scottante e sempre attuale tema della società americana, sia chiara. Così, mentre la maggior parte dei “votanti” si tira indietro, lavandosene le mani (e la coscienza, pensano) alla Ponzio Pilato, Shane insegue disperatamente il potere, il bisogno di autoaffermazione, il ruolo di leader che gli è stato ufficialmente negato. Progetta una sorta di colpo di stato cercando la complicità di Andrea, ma è proprio lei l’unico personaggio – insieme a Rick – a mostrare tutte le sfaccettature della psicologia umana in un mondo che di umano sembra non avere più nulla.

Sì, certo: tutti gli atteggiamenti dei personaggi hanno una spiegazione. Shane non è perfetto ma era pur sempre un uomo al servizio della comunità. Il punto è che nelle situazioni d’emergenza emerge la nostra natura. Non sai che potresti essere uno che scappa di fronte a un incidente finché non ti ci trovi, insomma. E questo vale per tutti: Daryl si isola per paura di soffrire ancora, Dale ha bisogno di sentire che esistono ancora delle regole… Ma i bisogni di ciascuno finiscono per distruggere l’unico vantaggio dei sopravvissuti, ovvero il fatto che l’unione fa la forza. Perché ha ragione Daryl, è ufficiale: il gruppo non c’è più. Ciascuno vuole cose diverse e ha priorità diverse. Gelosie, tradimenti e menzogne minano la fiducia, alla base di qualunque relazione umana. E come in ogni piccola società, anche il minimo egoismo compromette gli obiettivi comuni.

Lo scenario è profondamente cambiato dalla prima stagione, in parte per l’evoluzione dei personaggi, in parte per quello della situazione: grazie allo spirito di adattamento, l’uomo si abitua a tutto. Perfino a sopravvivere in un mondo dominato dagli zombies. E a quel punto inizia a preoccuparsi delle solite, vecchie cose: potere, controllo, istinto di sopravvivenza a scapito degli altri, istinto che prevarica la razionalità. È il ritorno alle origini: la pena di morte era la soluzione comune in caso di tradimento (o di sospetto tale). Poi sono arrivati i diritti civili. E poi, ancora, gli zombies… E siamo punto e a capo. Niente diritti. Niente Paradiso. niente più rispetto. Niente più sani principi. E niente più responsabilità.

Ma soprattutto in un contesto del genere, il messaggio è forte e chiaro: “Non parlare, pensa: è una buona regola per la vita”. La lezione padre-figlio è il fulcro di un episodio che trasforma i sopravvissuti in giudici che non possono prendersi la responsabilità di stabilire cosa sia giusto o sbagliato, ma solo cosa sia funzionale alla sopravvivenza. In un mondo in cui ci si attacca all’ultimo barlume di civiltà per sopravvivere… Che non a caso viene ucciso – con la morte di Dale – al posto del ragazzo per il quale si era tanto battuto.


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