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Episodio 4

Il nuovo episodio in onda su FOX ha confermato le impressioni iniziali: si attinge a piene mani dalla fantascienza classica

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Il nuovo episodio in onda su FOX ha confermato le impressioni iniziali: si attinge a piene mani dalla fantascienza classica

Nella puntata di ieri sera di Falling Skies l’approccio enciclopedico di Spielberg alla fantascienza è andato avanti, dritto per la sua strada. Senza ripensamenti. Anzi, con molte conferme sulle scelte stilistiche e narrative, a ribadire l’impressione dei primi due episodi: ad ogni sequenza ci si diverte a riconoscere frasi, gesti e ambientazioni nel gioco delle citazioni (non solo sci-fi, sia chiaro: qui c’è tutto il cinema di Spielberg, e non solo). A patto di aver “mangiato” sufficiente “pane e cinema” (e “pane e tv”), Falling Skies non dà tregua: omaggi e rielaborazioni della fantascienza classica infarciscono gli episodi.

Mentre “il Brad Pitt di Skitterworld” attraversa in gabbia i corridoi della scuola JFK (il nome della base della Seconda Massachusetts non è certo un caso: si è scelto il simbolo americano dell’innovazione e del cambiamento), lo sguardo fiero e di sfida che gli lancia Tom cancella ogni dubbio sulla validità di personaggio ed interprete. In rete ho letto che Falling Skies dimostra come Wyle non sappia recitare. Immagino l’abbia scritto chi non sa riconoscere un attore quando ne vede uno (sì, mi schiero e lo faccio con convinzione!). Il cinema e la tv sono fatti di sguardi, di gesti impercettibili, di espressioni. Non di attori che hanno un’espressione con la pistola e una senza… Tornando all’episodio, se da un lato ci vengono fornite informazioni sugli alieni (guariscono le malattie che affliggono gli ospiti degli impianti, hanno un punto debole situato nel palato, sono dotati di una sorta di “radio” per comunicare), dall’altro lato assistiamo ad una serie di eventi “telefonati” che hanno lo scopo di accontentare le nostre aspettative.



Provo a spiegarmi. La fuga di Pope, che non resiste alla tentazione di uccidere gli Skitter, non ci sorprende affatto: non ci si fida di un personaggio così. Nemmeno se ha lasciato del pane fresco al campo come “dono d’addio”. Anche il “tradimento” da parte del piccolo Rick non ci stupisce, così come non lo fa il tentativo di suo padre di “negoziare” la sua vita con lo Skitter. Le strategie e la saggezza di Tom prevalgono ancora una volta sulla voglia di vendetta degli altri: ci viene chiarito in modo definitivo perché lui è il leader e perché noi spettatori dobbiamo fidarci di lui. Ogni evento ha lo scopo di portare avanti la narrazione, di rassicurarci con elementi noti ai fans della fantascienza (e non solo) ma soprattutto di introdurre un argomento specifico: ieri sera Falling Skies ci ha parlato di temi attuali e scottanti come la vivisezione (nel rapporto con la ricerca medica); del bisogno dell’uomo di ricondurre tutto a qualcosa di noto (vedi sopra), con gli Skitter che dormono come pipistrelli: qualcosa che conosciamo e che in qualche modo ci aiuta a razionalizzare la loro presenza, benché siano “altro” da noi; dei legami famigliari (Dai è felice di essere solo per non aver visto nessun caro perire nell’attacco), di strategie di sopravvivenza al dolore (aggrapparsi ai ricordi e andare avanti, facendo propri gli insegnamenti delle persone che abbiamo perso).

È stata evidenziata la questione dei punti di vista (Anne si chiede se gli umani, agli occhi degli Skitter, sembrino orrendi e spaventosi. Ancora un espediente della fantascienza classica: ricondurre tutto a ciò che conosciamo, come nel caso citato prima, e al tempo stesso concentrarsi sulla questione di punti di vista, spingendo lo spettatore – anche solo per un attimo, e ieri sera l’espediente è stato usato in modo efficace – ad indossare i panni dell’alieno, del nemico, del diverso. Per farlo confrontare con la propria umanità). Si è parlato ancora, e molto, di religione (il personaggio di Lourdes, il cui nome non è ovviamente stato assegnato a caso, ha principalmente questo scopo). Gli uomini hanno bisogno di credere in qualcosa. Perfino quando il mondo che conosce viene sconvolto e tutti i suoi affetti più cari gli vengono strappati, perfino quando è arrabbiato con Dio… L’uomo ha bisogno di credere. Di rifugiarsi in un pensiero che lo rassicuri e gli dia speranza. Come dimostra il capitano Weaver, che prega insieme agli altri in mensa prima di congedarci da un episodio che ci ha chiarito come i nemici, qui, siano tre: gli Skitter, i Mech e gli esseri umani. Quelli controllati dagli impianti, contro i quali Tom non ha il coraggio di aprire il fuoco. Gli alieni hanno capito che il punto nodale (come nei film di zombies o di vampiri, ad esempio) è che l’uomo non riesce a razionalizzare con la mente ciò che vede con gli occhi: trovandosi di fronte una persona cara, che sia impiantata, zombie o vampiro, non riesce ad attaccarla come se nulla fosse. Magari l’uomo può ritenere più probabile che esista la magia di Harry Potter, piuttosto che le persone possano perdere del tutto la loro identità. Non è forse questo il fondamento della guerra psicologica?

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