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Episodio 1.2

Nel secondo episodio, la “missione” di Jake e Martin appare più chiara. Ma solo un vero atto di fede può aiutarla a compiersi…

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Nel secondo episodio, la “missione” di Jake e Martin appare più chiara. Ma solo un vero atto di fede può aiutarla a compiersi…

Dopo aver sparso ai quattro venti il mio apprezzamento per l’episodio pilota di Touch e il mio essere rimasta folgorata dall’interpretazione di Kiefer Sutherland, molti mi hanno scritto la stessa cosa: “Hmm. Sì. Bello. Ma bisogna vedere come prosegue”. Beh, ragazzi… a giudicare dalla puntata trasmessa ieri sera da FOX, procede bene! Nel secondo episodio, dopo averci presentato Jake e Martin e averci chiarito la natura del “dono” di Jake, è bastato il titolo (1+1=3) per capire che ci troviamo di fronte ad un prodotto che da un lato rompe gli schemi e dall’altro ne fa il centro del suo universo.



“Sono vivo da 11 anni e 4 mesi. In tutto questo tempo non ho mai detto una sola parola, ma non importa: ora ho qualcuno che riesce a sentirmi”. Le parole che Jake rivolge esclusivamente a noi non hanno solo lo scopo di “ufficializzare” la collaborazione con Martin. Hanno soprattutto lo scopo di dare finalmente uno scopo a Martin. Un senso a quella vita così difficile che ha trascinato per un decennio, facendo del suo meglio fra mille sacrifici. Martin è l’unico che crede in lui, e Jake lo sa. Dagli eventi del pilot sono passate solo poche ore, Clea Hopkins vuole riportare Jake in istituto e alla fine Martin – come sempre – fa la cosa giusta.

I bravi genitori finiscono sempre per fare ciò che è meglio per i loro figli, anche quando questo causa loro molto dolore. Così Jake segue Clea e affida a Martin la nuova missione: un numero. E Martin, in aeroporto, si trova in qualche modo coinvolto nelle vite dei personaggi protagonisti di questo episodio, quelli che abbiamo visto nel teaser della puntata mentre Jake parlava del suo compito: far incontrare le persone destinate ad incontrarsi. Nello specifico: una hostess, un ragazzo indiano che ha portato a New York le ceneri di suo padre, un signore malato di nome Arnie, un rapinatore che ha preso di mira il negozio sbagliato, un gangster russo, suo figlio… E ancora: i numeri, ovviamente. Quelli dettati da Jake a suo padre; quelli che tornano sempre (il 318 sotto la campanella del banco dei pegni di Arnie, ad esempio).



Perciò, ecco qui la teoria: sì, nei vari episodi probabilmete assisteremo alle storie intrecciate di personaggi diversi per ogni puntata. Ma secondo me c’è anche un disegno più grande, al quale tutti (o comunque molti) prenderenno parte. Come, quando e perché? Troppo presto per dirlo. Ma immagino che si leghi a tutti i messaggi ed i temi esplorati nelle varie puntate. Ieri sera, ad esempio, si parlava di seconde possibilità, di destino che ti offre l’occasione di rimediare ai tuoi errori. Ma soltanto se ci credi. O se riesci a coglierne il senso. Il discorso di Arthur Teller è chiaro: il grande disegno, quello che Jake riesce a vedere, per tutti gli altri non ha senso. Martin dovrà agire sulla fiducia, senza cercare un senso. Gli viene chiesto un grande atto di fede, insomma. Perché quando i numeri non tornano, vuol dire che qualcosa nel mondo non funziona, che c’è un dolore al quale Martin, guidato da suo figlio, deve porre rimedio.

Le certezze sono poche. Una è che in questa serie Sutherland dovrà correre più di quanto facesse in 24. L’altra è che lo schema di un comportamento universalmente riconosciuto, lo schema di un cliché, ci conferma che le apparenze ingannano. Nulla è come sembra e niente accade per caso. Il caso non esiste. Esistono gli schemi. A pensarci bene, di coincidenze come quella porta lasciata aperta per lo stadio è pieno il mondo. Come di padri che deludono i figli e quindi decidono di cambiare. In questo, la serie è verosimile. Per la costruzione degli schemi forse no, ma quando alla fine della puntata tutto torna e i legami fra i personaggi diventano chiari, noi siamo soddisfatti. Tanta gente è sola, senza amici – questo episodio è ricco di esempi in tal senso. Ma alla fine, in Touch, entrano a far parte di quel magnifico gioco di coincidenze che in realtà non sono coincidenze. Sono schemi orchestrati dalla vita. Schemi che Jake sa leggere e che ci mostra. Che mostra a Martin, pronto a dedicar loro la vita. Perché anche se sembra incredibile, alla fine quando tutto va come deve andare… I titoli di coda ci lasciano con un senso di speranza. Fino alla prossima puntata.

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