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Episodio 3.5: Basta una parola

Un’altra grandiosa puntata, ricca di adrenalina e colpi di scena e con un finale inaspettato...

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Pronto? Pronto?! Ma come “Pronto”?! Avremmo potuto andare avanti anche tutta la notte, tra Facebook e Twitter: un tripudio di “Ma pronto chi?”, “Ma come pronto?” e via dicendo. Con le più esilaranti ipotesi sull’interlocutore. In quanto a ipotesi più serie: io non so chi ci sia all’altro capo della cornetta; posso ipotizzare che sia la stessa persona che ha attirato gli zombie nella prigione (quindi non il detenuto ucciso, ma qualcuno che ancora non conosciamo). Resta il fatto che almeno una certezza c’è: qui stiamo scrivendo la storia della tv. The Walking Dead ieri sera ha dimostrato come non ci sia niente di impossibile


La serie avrebbe potuto terrorizzarci con un’invasione di zombie bambini nell’asilo esplorato da Daryl e Maggie. Si è limitata a terrorizzarci con corridoi vuoti e rumori sinistri. Avrebbe potuto svelarci preziosi dettagli sul passato dei personaggi (ad esempio: non vi sembra che Daryl avesse quella dimestichezza con i neonati che solo un padre può avere?). Avrebbe anche potuto ingannarci, con l’incantevole atmosfera iniziale: ragazzino che gioca con Golden Retriever. Tipico da flashback pre-invasione. E invece no: siamo a Woodsbury, in preda al ricordo dei bei tempi che furono. Ragazzini che giocano con un Golden Retriever e pazzi che pettinano i capelli alla figlioletta zombie. Avevo scritto che il Governatore forse non era pazzo. Mi ricredo e chiedo umilmente scusa: eccolo lì a tracciare righe dopo il nome di sua figlia su un quaderno che ricorda tanto i fogli di Jack Torrance in Shining (“Il mattino ha l’oro in bocca” avete presente?). 


Del resto c’è sempre uno così, in ogni zombie movie che si rispetti: un incosciente che cerca di trovare un lato umano in un parente zombie. Uno scienziato pazzo che cerca di trovare tracce di una memoria di vita passata che non c’è più. Un disperato che non vuole arrendersi alla vittoria della morte e alla sovversione dell’ordine naturale delle cose. Uno come Hershel nella scorsa stagione, per capirci. Ma ieri sera c’era anche molto di più. 


Alla prigione Rick sta perdendo la testa, trascinandoci in un vortice di violenza, addirittura con una soggettiva degli zombie che massacra per sfogare il dolore più grande che potesse dover affrontare. La moglie morta. Il senso di colpa per averla trattata male (sebbene se lo meritasse). La consapevolezza che suo figlio ha assistito a ciò che nessuno dovrebbe mai vedere.


Non ha degnato la bambina di uno sguardo, comprensibilmente, ma per fortuna c’è lo zio Daryl... La cattiva notizia è che a questo punto i “pazzi”, con le virgolette d’obbligo, sono due. I due leader. Gli uomini a capo delle due versioni dello stesso mondo che ci propone questa terza stagione. Il mondo in cui ci si vuole illudere che nulla sia cambiato (perfino tenendo in vita la propria zombie-figlioletta) e quello che guarda in faccia la realtà. E la morte. Un mondo spaccato in due, con valori e regole morali tutte da riscrivere. Un mondo in cui Michonne è l’ago della bilancia: lei sì che ha le idee chiare. Eliminare gli zombie. Salvare i vivi. Anche quando si tratta del tuo nemico. Così Michonne e Andrea si separano, perché “Chi non ha niente da nascondere non sente l’esigenza di dirlo”


Due mondi, due leader, due padri che hanno perso qualcosa di molto prezioso e vacillano sul confine fra ragione e follia. Il leader che non esita a uccidere esseri umani che rappresentino una minaccia e il leader che nasconde gli zombie e li nutre. Mentre si scavano tombe vuote per dare una parvenza di pace a una morte che vaga, eternamente affamata, sulla terra dei vivi. Il nocciolo della questione è sempre e solo uno: la prospettiva. Michonne vede l’isola felice di Woodsbury come una prigione. I sopravvissuti vedono la prigione come una potenziale isola felice. Adattati o muori, insomma... Ma mantieniti lucido sulla prospettiva. E qui di lucidità ce n’è rimasta ben poca. Niente finora mi aveva spaventato quanto Rick in preda al delirio nei corridoi della prigione. Nemmeno la scena in stile “Lo squalo”, quando temevo che lo zombie con la pancia piena venisse squartato per vedere se si era mangiato Lori di recente. Come se un corpo potesse sparire così, intero.... Come se un fight club con gli zombie a bordo ring potesse essere “catartico”, come afferma il Governatore. Come se un “Pronto?” fuori da ogni logica potesse cancellare il fatto che ci troviamo di fronte a un capolavoro del piccolo schermo...


 

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