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Speciale Crime – I veri mostri: Ted Bundy

Voglio fare una scelta un po’ azzardata: comincerò dall’eccezione che conferma la regola.

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oglio fare una scelta un po’ azzardata: comincerò dall’eccezione che conferma la regola. Perché alla parola “mostro”, o “serial killer”, o “pluriomicida”, uno si immagina subito di associare gli occhi spiritati di Charlie Manson o lo sguardo freddo e feroce di Jeffrey Dahmer, non certo l’aspetto rassicurante di Theodore Robert Bundy. A dimostrazione del fatto che le apparenze ingannano. Sarà per questo che Ted Bundy, giustiziato sulla sedia elettrica il 24 gennaio 1989 per l’omicidio di 36 donne, ha avuto vita facile con le sue vittime. Le avvicinava con banali stratagemmi, facendo leva sulla loro gentilezza ed affidandosi a luoghi piuttosto rassicuranti, ben frequentati, agendo quasi sempre in pieno giorno.Ted Bundy avvicinava giovani studentesse, preferibilmente dai lunghi capelli castani, e chiedeva loro di aiutarlo. Poteva avere un braccio al collo o una gamba ingessata: chi si sarebbe rifiutato di dargli una mano? Quasi nessuno. E proprio facendo affidamento sulla fiducia di ragazze giovani, carine ed ottimiste, Ted Bundy ha collezionato molte vittime innocenti. Tante vittime, il cui numero definitivo non è mai stato stabilito. Un conto sono gli omicidi di cui è stato riconosciuto colpevole, un altro quelli che corrispondono a casi insoluti compatibili con il suo modus operandi, e un altro ancora quelli legati alle stesse farneticazioni di Bundy, e di alcune persone che lo conoscevano.

Si parla addirittura di oltre cento vittime. Ma la reale entità dei danni, in termini di vite umane, apportati da Bundy al nostro tempo rimarrà per sempre un mistero. Riuscite a pensarci? Decine di vite, decine di famiglie distrutte. Decine di esistenze appena iniziate, piene di sogni e speranze, stroncate dalla follia omicida di un pazzo che ha sempre dichiarato… di non essere pazzo. Un uomo di bell’aspetto e di buona cultura, uno studente di legge e di psicologia che al processo voleva difendersi da solo. Un uomo che non avrebbe mai avuto problemi ad avvicinare una donna, eppure sentiva il bisogno di fare alle donne solo del male, dando la colpa all’industria della pornografia e alla società maschilista. Un mostro della peggior specie: un assassino e uno stupratore.


Me lo ricordo come se fosse ieri, perché allora non c’era internet e non capitava spesso di sentir parlare dell’argomento: la notte prima di essere giustiziato, Ted Bundy rilasciò un’intervista a James Dobson, che venne trasmessa anche in Italia e in cui io mi imbattei per caso. Oggi la si può trovare su YouTube, ho scoperto. Vi segnalo il link ma vi dico anche che non l’ho rivista: il volto e le parole di quell’uomo che parlava di mostruosità come se fosse “normale”, mi avevano turbata allora, e mi turbano ancora oggi. Sono cose che ti restano impresse. Come il volto e il nome di Ted Bundy, che negli anni ‘70 ha attraversato gli Stati Uniti a bordo del suo maggiolone Volkswagen lasciandosi dietro una scia di sangue.


Ted Bundy era un mostro, non c’è un’altra definizione. E tutti i film e le fiction che ne hanno ricostruita la storia (Il mostro, con un giovane Mark Harmon – l’agente Gibbs di N.C.I.S.; Ted Bundy, con Michael Reilly Burke; Ted Bundy – Serial Killer, con Bill Campbell…) l’hanno evidenziato senza bisogno di “drammatizzare a fini cinematografici o televisivi” alcunché. Ted Bundy ha stuprato e ucciso, e per anni ha negato di averlo fatto. Solo dopo aver realizzato di non avere più scampo, ha confessato. Solo dopo essere stato catturato (in seguito all’identificazione di due delle ragazze che aveva cercato di rapire e che erano riuscite a fuggire) ed identificato, Bundy inizia a pensare di cambiare metodo… Ma non lo fa: evade per ben due volte e continua ad uccidere. Perfino mentre l’America conosce il suo volto, riesce a perpetrare ancora i suoi orrori. E ad oltre vent’anni dalla sua morte, resta il monito che lo ha circondato: mai fidarsi delle apparenze.


Chiara Poli

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