FOX  

Episodio 4.1: Calma apparente

Il primo episodio della stagione 4 si apre con la ricerca di una normalità che impedisce di impazzire... E si chiude con la promessa di una strage

0 condivisioni 0 commenti

Condividi


Ora: non lasciatevi fuorviare dal fatto che vado in giro con due piastrine al collo con inciso “This isn’t a democracy anymore” (le parole di Rick che chiudevano la seconda stagione) e “C’è un solo leader” (il mio tormentone, nato proprio in questa rubrica su Foxtv.it), perché è un dato di fatto: fin dall’episodio pilota il nostro punto di vista è stato quello di Rick. Ne sappiamo sempre quanto lui (ci “risvegliamo” insieme a lui in un mondo già dominato dagli zombie) e ogni stagione di The Walking Dead si apre con il suo sguardo, che in pochi attimi ci restituisce l’atmosfera, le minacce che incombono, il tentativo di continuare a vivere, e non solo a sopravvivere, ritagliandosi un angolo di normalità. Di quotidianità. Bastano dei lavori in giardino e un’auricolare con una canzone che copra le loro urla... O forse no, non basta. Perché loro sono sempre lì, alla recinzione, tutti in fila per gridare la loro fame spaventosa, inarrestabile, incomprensibile per chi è ancora vivo. 


Vivo e con un unico pensiero fisso: continuare a restare vivo. Spiegare a tuo figlio che la maialina alla quale ha dato un nome non è un animale domestico, ma cibo. Spiegargli che gli animali si mangiano perché non se ne può fare a meno, ma si rispettano. Gli zombie invece no: parte dell’occupazione quotidiana è avvicinarsi alla recinzione ed eliminarne quanti più possibile a suon di spuntoni infilati nel cranio. Come strappare le erbacce dal proprio prato all’inglese: un lavoro quotidiano. Mostruoso, pericoloso... Ma quotidiano. L’inizio di questa stagione, con Carl che spiega ai bambini (i nuovi arrivati) che gli zombie non sono animali domestici e non bisogna dar loro dei nomi, rappresenta la naturale evoluzione delle cose. Il passaggio del testimone. L’asserzione che la compassione si riserva solo alle creature innocenti, e gli zombie non sono fra queste. 




Chi cresce in un mondo di zombie deve imparare a temerli, a non considerarli persone, a non pensare nemmeno per un istante a una possibilità di interazione. Chi invece è cresciuto nel mondo pre-apocalisse ricerca ossessivamente la rassicurante routine quotidiana, le piccole cose, l’apparente normalità che impedisce di perdere la salute mentale. La prima puntata della quarta stagione ruota attorno a questo punto: le storie d’amore delle varie (nuove) coppie, il giardinaggio e le lezioni dimostrano che la vita continua, nonostante tutto. Ma la routine è necessariamente diversa da quella alla quale eravamo abituati: a scuola si impara a maneggiare i coltelli; il sospetto di una gravidanza si trasforma nell’interrogativo: “La paura ci fa sopravvivere o ci impedisce di vivere davvero?”; tutto fa capo alla sovversione dell’ordine naturale: la morte torna in vita, quindi la vita non può più essere la stessa. 


Noi l’abbiamo capito subito, fin dal primo episodio. Per i personaggi, invece, ci vuole tempo: da un lato lottano costantemente contro l’idea razionale che il risveglio dei morti sia impossibile, dall’altro si aggrappano a gesti, pulsioni e sensazioni che appartengono al passato. Per loro, accettare davvero la vita che sono costretti a condurre è la cosa più difficile. E abbassare la guardia per un attimo, cullandosi nel ricordo del mondo di prima, è sufficiente per compromettere la sicurezza di tutti. Sappiamo da tempo che “sono tutti infetti”, eppure finora non ci eravamo preoccupati molto delle malattie, come quella che colpisce Patrick e chiude la puntata con un cliffhanger che lascia presagire una strage nella prigione.


Michonne cerca il Governatore, per vendicare Andrea e per concentrare tutto il suo odio e la sua rabbia su un “nemico”, ma il “nemico” è sempre e solo uno: l’impossibilità di stare da soli (si vive insieme, si muore da soli: vi dice niente?) pur sapendo che più persone ci sono, maggiori sono i rischi per la propria sicurezza. Ogni nuovo membro del gruppo, ogni nuovo incontro è un potenziale pericolo. Come la donna incontrata da Rick. Non abbiamo bisogno di vedere suo marito per sapere che è uno zombie e che lei non riesce a lasciarlo andare. Così come non abbiamo bisogno di vederli per sapere che gli zombie sul tetto del supermercato daranno del filo da torcere ai nostri (anche se da qui a immaginare che piovessero zombie ce ne passava...). 


La “pioggia” di zombie costa la vita a Zach e costringe Daryl a informare Beth della sua morte. L’incontro con Rick costa la vita alla donna che non voleva fare i conti con la morte del marito. Tutto ha un prezzo, nel mondo di The Walking Dead. Un mondo in cui una ragazzina afferma: “Ormai non piango più”. Un mondo in cui il rischio più grande per un sopravvissuto non sono gli zombie, bensì la perdita della ragione. Della propria umanità. Come la donna nel bosco. Come Rick dopo la morte di Lori. Perdere la ragione... E abbassare la guardia, cullandosi in un’illusione di normalità che potrebbe costarti la vita. 

Condividi

Commenta

Con il tuo consenso, questo sito internet utilizza cookies di terze parti per migliorare la tua esperienza. Puoi conoscere di più sul nostro utilizzo dei cookies e su come modificare le impostazioni nella nostra Informativa sui Cookies. Chiudendo questo banner, cliccando in seguito o continuando a utilizzare il sito, acconsenti all'utilizzo dei cookies.