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Episodio 4.3: Isolamento

Dopo l’attacco, l’epidemia: il nuovo mondo, quello dominato dagli zombie, non concede un attimo di tregua

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Cosa c’è di più pericoloso, quando i morti si risvegliano e attaccano i vivi? Facile: un’epidemia. E cosa c’è di più minaccioso di una mina vagante, un uomo che ha perso il controllo, in un gruppo che fa affidamento sulla propria coesione per sopravvivere? E ancora: cosa c’è di più rischioso della perdita del controllo in un modo dominato dagli zombie? Sono solo alcune delle domande scaturite dalla terza puntata di questa quarta stagione di The Walking Dead, che dopo tutti gli interrogativi precedenti si concentra sul confronto fra presente e passato in termini di scelte morali. Rick ha fatto di tutto per tenersi lontano dalle armi, dalla violenza, da tutto ciò che crede abbia portato suo figlio ad uccidere un altro ragazzino a sangue freddo. 


Ma non è stata la scelta giusta. Non in questo mondo. La questione morale sollevata proprio da Carl la settimana scorsa, lo conferma: si insegna ai bambini ad uccidere; è il simbolo del cambiamento dal vecchio al nuovo mondo, nel quale la competenza più importante per un essere umano è uccidere. Di conseguenza, prima lo impara, meglio è. I bambini, con tutti i traumi e le difficoltà del caso, si adattano in fretta. Riconoscono quello dominato dagli zombie come il loro vero mondo, la realtà tangibile, distante dai ricordi di una vita precedente che svaniscono in fretta, per loro più che per gli adulti. Gli adulti hanno vissuto tutta la loro vita nel mondo di prima: lasciarselo alle spalle è troppo difficile... Sebbene necessario. Bruciare la camicia che faceva parte della tua vita di prima, significa accettare simbolicamente che i tuoi valori, i tuoi ideali, i tuoi timori e gli insegnamenti che devi dare a tuo figlio sono cambiati. È tempo di riprendere in mano le armi. È tempo di rispondere alle botte, quando le prendi.


È tempo di rialzarsi, di smettere di piangersi addosso. Hershel lo dice chiaramente a Rick. Nel mondo di prima potevi prenderti tutto il tempo che volevi per evitare di agire o reagire. in questo mondo no. il tema della puntata è il contrasto fra il mondo pre-apocalisse e post-apocalisse, dicevamo, non tanto dal punto di vista pratico (ampiamente esplorato dalle stagioni precedenti), quanto dal punto di vista morale, emotivo, psicologico. i tempi di recupero si azzerano. Il panico corre su binari diversi: più veloci. Le paure cambiano. Le prospettive, cambiano. Le epidemie esplodono... E le decisioni vanno prese in fretta. Anche quando si tratta di “andare là fuori”, in cerca di medicine. Perché, come riassume efficacemente Daryl, “quando siamo là fuori, la regola è sempre la stessa: prima o poi bisogna correre”.




Mettendo in pratica le regole acquisite nel nuovo mondo (avete presente Zombieland? Ecco: utili insegnamenti!) senza dimenticare le abilità precedenti. A Rick viene chiesto di fare il poliziotto, per trovare l’assassino piromane. Ma quando cerca di farlo non trova la collaborazione e il rispetto di cui godeva prima, quando indossava la divisa. È la difficoltà degli altri: capire che le cose sono cambiate. Ed è la difficoltà di Rick: capire che nulla è  più come prima e che non può proteggere suo figlio da ciò che deve diventare per sopravvivere. La profondità di The Walking Dead sta tutta qui: nella riscrittura delle regole morali, nella ridefinizione degli orizzonti, nell’elasticità mentale necessaria ad adattarsi (ancora una volta: adattati o muori). 


Ma è più facile a dirsi che a farsi. Perché mentre Carl diventa lo spione ufficiale della situazione (nel tentativo di mantenere saldo il legame con suo padre?) e l’epidemia si allarga a macchia d’olio, evolversi è la chiave per la sopravvivenza. Beth è maturata tanto da far forza a sua sorella Maggie. Tanto da farci dimenticare la ragazza sotto shock, incapace di parlare o di reagire. Tanto da ricordarci che l’unica cosa da fare è concentrarsi su ciò che bisogna fare. Ognuno ha un compito. È così che funziona la società, su questo si basa: impegno, collaborazione, armonia. Ma soprattuto speranza. Quella che Sasha cerca disperatamente. quella che ti dà la forza di andare avanti. Quella che ti fa capire che fare la cosa giusta è doloroso, ma inevitabile.


Hershel lo sa bene. L’unica cosa che puoi scegliere, dice, è per cosa rischiare la vita. Hershel sceglie di farlo per salvare delle vite, in tempi in cui una vita è mille volte più preziosa, visto che è così rara. E visto che è circondata dalla morte. Una morte alla quale ci si abitua così tanto che sentire una voce alla radio è sufficiente per perdere il controllo, il sangue freddo e l’attenzione necessari a portare a casa la pelle. Mentre migliaia di zombie ti circondano, tu devi trovare la motivazione per lottare ancora una volta. Tyreese ci riesce: salvare gli altri è la motivazione. Alla fine lo scopo sembra essere sempre quello. Le parole di Daryl acquistano fin troppo senso: si corre per la vita. Perché la morte è lenta. Inesorabile, ma lenta. 


E arriva per tutti: qualcuno si ammala, qualcun altro finisce in mezzo ai boschi circondato dagli zombie. E qualcuno è un insospettabile assassino-piromane. Qualcun altro, infine, è il poliziotto che lo scopre e dovrà decidere cosa fare della sua scoperta. Carol è pronta a tutto per proteggere la sua gente. Incluso uccidere persone vive e bruciarne cadaveri. La vecchia Carol non esiste più. La donna vittima della violenza del marito, la madre dal cuore straziato che non trova una ragione per andare avanti: non esistono più. Appartengono al mondo di prima. Un mondo in cui potevi prenderti tutto il tempo che volevi. Un mondo che non esiste più... Adattati o muori. Trasformati. Lasciati alle spalle la debolezza. Perché i mari calmi non creano bravi marinai...

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