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Il caso O.J. Simpson: Recensione episodio 8. Una giuria in prigione

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Mentre il processo a O.J. Simpson svolta a favore della difesa, veniamo portati dietro le quinte, dentro la vita di tutte le persone coinvolte. Inclusi i giurati.

Il caso O.J. Simpson: episodio 8

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8 mesi. 8 mesi e oltre di prigionia… Per dovere civico.

Per noi italiani, che non abbiamo idea di cosa significhi far parte di una giuria popolare, è difficile da immaginare.

Ma questo episodio de Il caso O.J. Simpson fa un ottimo lavoro anche in questo senso: ci porta dentro la giuria.

Il caso O.J. Simspon: i giurati, episodio 8

Ci porta a vivere rinchiusi con altri sconosciuti, senza TV, senza radio, senza giornali (e all’epoca internet non era nemmeno un’opzione).

Senza i loro cari, il loro lavoro, i loro hobby. Sorvegliati a vista, 24 ore su 24, per prendere parte al processo del secolo.

E per fare, concedetemelo, un pessimo lavoro grazie anche a queste lunghe privazioni.

Il vero punto di forza di questa serie è che ci porta dietro le quinte delle vite di tutte le persone coinvolte.

Avvocati, procuratori, imputati e naturalmente giurati.

Il caso O.J. Simspon: i giurati si rivoltano

Il fallimento della prova del guanto, che pesò come un mattone sull’opinione pubblica, si trascina dietro delle conseguenze molto pesanti per l’accusa.

Un testimone noioso - perché troppo tecnico - per la giuria non aiuta certo a risollevarne le sorti… Nonostante affermi che il DNA di O.J. lo colloca sulla scena del crimine e che abbia contaminato diversi ambienti, dall’auto alla casa, insieme al sangue di Nicole.

In breve: il sangue di O.J. era dappertutto. Mescolato a quello delle vittime.

E mentre Robert Kardashian vacilla sempre più, fino a crollare perché pensa che il suo migliore amico sia davvero colpevole, noi continuiamo a restare in trincea insieme alla giuria.

Entriamo nelle loro vite, nella routine del processo, nella tensione e nelle falle del sistema. Come l’ammissione di un giurato condannato per sequestro di persona e violenza domestica.

La questione razziale fa discutere anche i giurati e continua a rimanere l’unico elemento preponderante di tutto il processo, in ogni suo aspetto.

Nicole Brown e Ron Goldman non erano più persone, genitori, figli, fratelli. Erano solo il motivo per cui il grande campione O.J. Simpson si trovava nei guai.

E poi tutto precipita.

La difesa incalza, screditando il testimone del DNA - il signor Fung -  per la catena di custodia dei reperti.

Rob Morrow (Numb3rs) ci incanta mentre, nei panni dell’avvocato Barry Scheck, fa un sol boccone del povero Dennis Fung.

Il quale, non pago della disfatta appena subita, una volta lasciato il banco dei testimoni va a stringere le mani a tutti: accusa, difesa… E imputato.

Il nodo di questo ottavo episodio è racchiuso in quelle strette di mano, in quella testimonianza facilmente demolita, in quell’imperizia nella raccolta dei reperti.

Il caso O.J. Simpson: il giudice Lance Ito

O.J. Simpson aveva tutte le prove contro, ma la difesa - abilmente - riuscì a dimostrare che ogni possibile vizio di forma aveva inquinato tutti gli elementi concreti a favore dell’accusa.

Mentre i giurati vengono rimpiazzati, uno dopo l’altro, in un gioco a rimpiattino fra accusa e difesa per formare la giuria perfetta a processo inoltrato, i giurati non esonerati esplodono. Non ce la fanno più.

Arrivano ad accusare le guardie di razzismo pur di farsi esonerare… Ottenendo la totale sostituzione delle guardie, l’aumento della tensione, episodio psicotici (veri o simulati, per tornare a casa) e una protesta della giuria.

La prima “rivolta dei giurati”, che all’epoca fece parlare di annullamento del processo, ci porta dritti all’evento clou.

Il dream team della difesa valuta l’idea di far testimoniare O.J., prassi inusuale in un processo per omicidio, per sfruttarne la popolarità.

Mentre un regalo piove dal cielo: una registrazione con la voce del detective Fuhrman che fa affermazioni razziste e illegali…

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