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Godless, la recensione del film bulgaro vincitore a Locarno 69

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Il durissimo primo lungometraggio della regista bulgara Ralitza Petrova vince il Pardo D'oro al Festival di Locarno 69: ecco la nostra recensione di Godless.

Una scena di Godless

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Ci aveva visto giusto il direttore artistico del Festival di Locarno Carlo Chatrian quando, durante la conferenza stampa milanese, aveva segnalato Godless come uno dei film più interessanti tra quelli del Concorso Internazionale di questa 69esima edizione. Nonostante i favoriti della vigilia fossero altri, ha trionfato a sorpresa questo intenso e drammatico lungometraggio bulgaro

La sua regista e sceneggiatrice, Ralitza Petrova, ha alle spalle solo tre cortometraggi, eppure non tradisce alcuna incertezza o ingenuità sia a livello tecnico che narrativo. Nata a Sofia, Petrova esprime fin da subito nel film la capacità di narrare il limbo in cui si ritrova la sua Bulgaria, mantenendo però uno sguardo abbastanza distaccato da portare all'interno della storia anche chi sia straniero e quindi estraneo alle problematiche di questa nazione.
La Bulgaria infatti, come molte nazioni dell'ex blocco sovietico, è uscita storicamente e politicamente dagli anni bui dell'influsso despotico russo e dal comunismo impostole dall'alto, ma come tanti suoi vicini, fatica a trovare una propria dimensione nazionale e un'autentica democrazia dove il sistema giudiziario funzioni in maniera cristallina. 

La recensione di Godless, Pardo d'Oro a LocarnoHDKlas Film
La locandina di Godless

Godless ricade dunque sulle stesse tematiche su cui riflettevano i due notevoli film provenienti dalla Romania che hanno illuminato il concorso di Cannes 2016: Sieranevada e Bacalaureat. Lo fa con lo stesso agio dei suoi colleghi maschi dall'esperienza decisamente più lunga, ma lo fa in maniera meno mediata e sublimata, tanto che si tratta di un film non semplice da vedere, che richiede comunque una certa pazienza dello spettatore. Girato in un 4:3 quasi mai infranto e scarno e brullo nei dialoghi quanto il paesaggio squallido e desolato che ritrae, Godless è figlio di quella tradizione festivaliera che vede film cupi e pesanti in concorso, che regalano momenti intensi e toccanti a patto di immergersi in maniera lenta e soffocante nelle esistenze non facili dei suoi protagonisti. 

Gana, l'infermiera a domicilio interpretata da Irena Ivanova (premiata come miglior attrice a Locarno), è distaccata e glaciale come la nazione in cui vive. Il suo lavoro tra anziani malati e invalidi è duro, ma lo è ancora di più il suo sguardo quando sottrae loro le carte d'identità, da rivendere al mercato nero della criminalità bisognosa di volti insospettabili per le proprie truffe. Nei rari lunghi piani in 16:9 è protagonista lo squallore di una nazione che sembra immobilizzata a vent'anni fa, incapace di trovare un Dio a cui rivolgersi dopo la caduta del Comunismo.

La recensione di Godless, film vincitore a Locarno 69HDGettyImages
Ralitza Petrova, regista di Godless

La Bulgaria di Godless è una terra di empietà e desolazione, dove Gana tarpa ogni emozione imbottendosi di farmaci e dove con gli agganci giusti un omicidio non è un reato da cui aspettarsi davvero delle conseguenze penali. Sentire e provare delle emozioni equivale a una debolezza mortale, come ben imparerà la protagonista, stanca della vita di quieta disperazione che sta vivendo e toccata da un'occasionale incontro con la musica. 

La regista ha voluto quindi ritrarre una dolorosa fase di stallo del suo Paese, incapace di liberarsi delle logiche clientelari e criminali che ne avevano garantito la sopravvivenza durante il Comunismo. I poliziotti corrotti, le violenze più truci ai danni degli indifesi, lo squallore di edifici rimasti nelle precarie condizioni in cui li ha lasciati il Comunismo non sono mai al centro della scena e sono quasi ripresi di sfuggita, eppure la violenza e la disperazione sono sempre ben percepibili, anche dietro l'espressione di ghiaccio di Gana e dei suoi complici.

La recensione di Godless da Locarno 69HDKlas Films
Irena Ivanova in Godless

Godless è un film davvero duro che lascia dietro di sè una grande speranza, quella di aver trovato nella sceneggiatura e regia di Ralitza Petrova una voce che racconterà il futuro del cinema bulgaro e dell'Europa dell'Est. Notevole anche la perfomance della protagonista Irena Ivanova, espressiva negli spazi minuscoli che lo stato catatonico in cui gli oppiacei che assume la sua infermiera inducono il suo cuore e il suo volto.

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