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American Pastoral, la recensione: McGregor gira il cult di Philip Roth

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Ewan McGregor esordisce alla regia dell'adattamento filmico del celebre romanzo di Philip Roth, American Pastoral. Vi sveliamo come è andata nella nostra recensione.

American Pastoral

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Tutto si può dire di Ewan McGregor, tranne che manchi di ambizione. Per il suo debutto alla regia, che l'attore ha ammesso di desiderare da lungo tempo, si trova a confrontarsi con uno dei romanzi simbolo della letteratura degli ultimi venti anni. Per molti Pastorale Americana di Philip Roth è un capolavoro, meritevole non solo del Premio Pulitzer che ricevette nel 1997, ma di entrare nella storia della letteratura statunitense. 

American Pastoral arriva nei cinema HDEagle Pictures
Ewan McGregor e Jennifer Connelly in Pastorale Americana

La fama del romanzo e la solidità della sua storia ne hanno fatto ovviamente una preda ambita tra gli studios in cerca di adattamenti letterari prestigiosi, ma come spesso accade con libri di questa caratura, il progetto è stato rimandato per anni, incontrando mille difficoltà. Tra le insidie più insormontabili c'era quella di trovare un regista disposto a rischiare così tanto, rimanendo fedele al messaggio di Roth ma adattando la storia alla dimensione visiva e cinematografica. A un certo punto Ewan McGregor, grande amante del romanzo e desideroso di far parte del progetto, si è fatto avanti non solo come possibile interprete per il protagonista, ma anche come regista. 

American Pastoral

La pastorale americana di Philip Roth è una storia che ruota attorno al legame tra un padre e una figlia e alla sua rottura, che coincide con la fine dell'illusione del sogno americano. Negli anni '60 era però vivo e vegeto, incarnato da uomini come Seymour Levov, detto lo Svedese. Bello, brillante, atletico, ricco, pieno di successo, dopo una carriera al liceo ricca di vittorie sportive lo Svedese diventa un imprenditore, rilevando l'azienda di famiglia. Riesce persino a convincere il padre ad accettare la bellissima ex Miss New Jersey come sua sposa, anche se lei è cattolica e non sembra pronta a cedere ai rigidi dettami dell'ebraismo. La nascita della piccola Merry sembra il coronamento di un sogno di felicità senza fine, appena adombrato dalla sua balbulzie. 

Pastorale Americana, la recensioneEinaudi
La copertina della nuova edizione Einaudi

Merry però cresce e comincia a distanziarsi dalle posizioni dei genitori, minando l'incrollabile felicità dei suoi genitori e del loro rapporto. Dopo un fatto terribile, diventerà l'ossessione dello Svedese, che si vedrà crollare addosso il mondo come lo ha sempre conosciuto, ma rimarrà incapace e refrattario a rinunciare a quell'ultimo legame, quello con l'amatissima figlia. 

Ambizioni e risultati

Secondo The Hollywood Reporter, Philip Roth giudica questo adattamento il migliore mai girato tra quelli che hanno visto protagoniste le sue opere. Certo a McGregor - che sostiene finanziariamente il film, lo gira e incarna le fattezze e il rigore morale dello Svedese - non manca la volontà di voler essere all'altezza dell'incredibile sfida. La ricostruzione degli interni e degli abiti degli anni '60 è impeccabile, la scelta del cast punta su nomi conosciuti ma di talento, la regia cerca di intervenire con forza quando il pathos della storia lo richiede. 

Il problema è che, prevedibilmente, la sfida è davvero troppo grande. Non perché American Pastoral sia così perfetto da essere impossibile da adattare (davvero nessun libro lo è) e neppure perché McGregor sia un incapace. Semplicemente lo spettro del capolavoro aleggia sull'intero film, vittima della consapevolezza del regista e del pubblico che dovrà esserne all'altezza. 
La regia non è certo trascurata, anzi. Eppure è evidente come la mancanza di esperienza sul campo di McGregor risalti nella carente incisività della macchina da presa, o peggio, nella scimmiottatura di movimenti e scorci di grandi registi del passato e del presente. D'altronde come potrebbe McGregor aver sviluppato uno stile personale al suo primo film, quando ha passato la sua vita sì al cinema, ma dall'altra parte della cinepresa? 

La recensione di American PastoralHDEagle Pictures
Dakota Fanning in American Pastoral

Certo non gli dà un mano la sceneggiatura di John Romano, che riesce a catturare solo lo strato più superficiale della storia e dei sentimenti dei suoi protagonisti. American Pastoral, alla sceneggiatura e alla regia, è spesso vittima dell'eccessiva riverenza con cui ci si accosta alla fonte. Per esempio il pubblico tarda ad entrare nella storia perché si è voluta mantenere quella cornice dello scrittore ormai anziano che viene a conoscenza della storia di Merry e di suo padre (il classico alter ego di Roth). Eliminarla e puntare sul racconto in sé avrebbe reso il film più agile e incisivo, sin dall'inizio. Sul cast non c'è poi molto da dire, sono abbastanza bravi tutti ma nessuno si rivela davvero incisivo, salvo forse Rupert Evans e Dakota Fanning.

Ewan McGregor era l'uomo giusto per incarnare lo Svedese? Forse sì e forse no, certamente però ha peccato di eccessiva sicurezza nel volere ricoprire quel ruolo e quello di regista. Il risultato è un film che racconta una sinossi del romanzo, senza mai addentrarsi davvero nelle sue profondità, quelle che lo hanno reso tanto celebre. Privato del suo spessore, American Pastoral finisce per sottolineare ancora di più i difetti che spesso vengono rimproverati a Roth, in primis l'incapacità di utilizzare i personaggi femminili senza ridurli a oggetto del desiderio o capro espiatorio della situazione. 

American Pastoral sarà al cinema dal 20 ottobre 2016.

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