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The Walking Dead: Recensione episodio 7x03. La cella

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Nel mondo di Negan, a regnare è la paura. La fedeltà si ottiene con il terrore, il rispetto con la tortura... Succederà anche a Daryl? Riusciranno a piegarlo?

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Ce la stiamo facendo sotto?

Oh, . Eccome.

Nonostante tutto quello che abbiamo già visto in sei stagioni, The Walking Dead ci sta veramente mettendo alla prova. Ci fa temere continuamente per i personaggi che amiamo, ci costringe ad assistere - insieme a loro - a orrori inimmaginabili.

Ci chiude a chiave con loro in una cella, al buio, costretti a mangiare cibo per cani e incapaci di dormire per via di una canzone ripetuta all’infinito. A un volume insopportabile.

Il terzo episodio di questa settima stagione ha confermato quanto avevamo visto finora: le regole sono cambiate.

Daryl ostaggio dei Salvatori

Ciò che ci aspettiamo non succede più. Veniamo spiazzati, incuriositi e terrorizzati.

Ma su una cosa non ci sbagliavamo, fin dallo scorso finale di stagione: il regno di Negan si regge sulla paura.

Il terrore è la sua arma, i Salvatori non sono tutti “mostri” come lui.

Sono persone normali costrette a diventarlo.

La storia di Dwight, che fino a ieri consideravamo uno psicopatico violento, lo conferma: per sopravvivere, i Salvatori devono diventare crudeli, spietati, vendicativi.

Negan ha la capacità di leggere nei loro occhi, e un attimo di esitazione potrebbe essere fatale.

Sherry cerca di avvertire Daryl: torna indietro, finché puoi...

Nel nuovo mondo, il mondo di Negan, tutto è sbagliato.

Nessuno s’inginocchia al passaggio di Re Ezekiel, ma tutti s’inginocchiano al passaggio di Negan. Non in segno di rispetto, bensì di sottomissione.

Il gubbino di Daryl Dixon è sulla schiena sbagliata.

La moglie di Dwight è al fianco del marito sbagliato.

Nella cella d’isolamento, torturato fisicamente e psicologicamente affinché si pieghi, c’è l’uomo sbagliato.

Dwight

Mi chiedevo fin dall’anteprima di questo episodio quale fosse lo scopo degli zombie nel recinto, al campo dei Salvatori.

Ora lo so: non sono zombie qualunque. Sono tutti codici arancioni. Ribelli che hanno osato sfidare l’autorità di Negan, che hanno provato a scappare, che non hanno accettato le regole.

Sono moniti per tutti gli altri. Moniti morti-viventi, messi in bella mostra affinché a nessun altro venga in mente di seguire il loro esempio.

Perché nel mondo di Negan, la misericordia non esiste.

Non è per misericordia che Dwight spara al suo amico fuggito, altrimenti gli avrebbe sparato in testa.

Non è per misericordia: è per paura. Sa che Negan si arrabbierebbe se non riportasse il monito al suo posto.

Daryl costretto a inginocchiarsi al passaggio di Negan

Dwight il Bello, Joe il Grasso: perfino i nomi dei Salvatori (e le donne disponibili…) vengono scelti da Negan, che li schernisce per umiliarli e ricordare loro chi comanda.

Allo stesso modo, Dwight trascina Daryl per la maglia, come se lo prendesse per la collottola, come un cagnolino. 

Ma con Daryl Dixon non basta.

Non mi inginocchierò mai.

Le prime parole che pronuncia, dopo la lunga sequenza iniziale, sono una dichiarazione d’intenti.

Conosciamo Daryl abbastanza da sapere che potrebbe essere vero… Ma veniamo anche messi a conoscenza dei metodi di Negan per piegare i nuovi arrivati.

Metodi che spezzerebbero chiunque.

Forse, perfino l’unico uomo che non si muove di un millimetro quando Negan fa per scagliargli addosso Lucille.

Guadagnando il suo rispetto, e accrescendo la sua voglia di piegarlo.

Daryl Dixon

Laddove la fame, il buio e la privazione del sonno non possono nulla, ecco quindi che arriva il colpo da maestro: il senso di colpa.

Il rimorso e il dolore per la morte di Glenn.

Hai fatto uccidere il tuo amico.

Ora sappiamo a cosa servivano le fotografie dei corpi di Abraham e Glenn.

E sappiamo che sì, Dwight è un mostro. Ma lo è diventato per amore.

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