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Passengers: la recensione del film con Chris Pratt e Jennifer Lawrence

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Arriva al cinema Passengers, space opera con Chris Pratt e Jennifer Lawrence nei panni di due viaggiatori si risvegliano in anticipo durante un viaggio interstellare

Chris Pratt e Jennifer Lawrence nel poster di Passengers

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Diceva Sylvester Stallone in Creed - Nato per combattere che "il tempo alla fine sconfigge tutti, è imbattibile". Passengers muove da tale assunto. C'è un'astronave - la Avalon - in viaggio verso una colonia extra-terrestre. C'è un passeggero, Jim Preston (Chris Pratt), risvegliatosi dal sonno criogenico con 90 anni di anticipo sulla tabella di marcia (la durata del viaggio è fissata in 120 anni).

Preston è l'unico fra i 5000 a bordo ad essersi risvegliato dall'ipersonno. Colpa di un malfunzionamento improvviso della propria capsula, conseguenza del turbolento passaggio della Avalon fra una pioggia di meteoriti. Perché il guasto ha colpito solamente il suo alloggio?

Il film di Morten Tyldum (The Imitation Game) sfodera un incipit che concilia la fantascienza a là 2001 - Odissea nello Spazio con lo sci-fi moderno: la messa in scena 'asettica' - gli interni mozzafiato della Avalon evocano l'aspetto lugubre dei parchi di divertimento durante l'orario di chiusura - e la staticità angosciante della macchina da presa che filma tutta una serie di sinistri allarmi che scattano per poi spegnersi.

I presagi in stile Alien (lì era il cargo Nostromo, qui la Avalon) e la solitudine del protagonista, a cui fa compagnia solamente un barman robot di kubrickiana memoria (Michael Sheen) sembrano indirizzare Passengers verso una claustrofobica space opera in cui o un mostruoso villain alieno oppure la follia e le allucinazioni del protagonista (come già capitato in Solaris e Moon) potrebbero far precipitare gli eventi. 

Sorprendentemente, il film con Chris Pratt prende una piega del tutto inaspettata, operando una netta metamorfosi: da sci-fi a film romantico con venature filosofico-esistenziali. Passengers racconta di un'originalissima love story tra le stelle, dal momento che Preston risveglia l'algida Aurora Lane (Jennifer Lawrence) dopo averla osservata, stalkerata e desiderata a lungo. Con un gesto estremo e discutibile dal punto di vista etico, il personaggio di Pratt condanna la giovane ad una vita a bordo dell'Avalon pur di non morire in solitudine. 

HDWarner Bros.
Jennifer Lawrence, Chris Pratt e Michael Sheen in una scena di Passengers

È qui che la pellicola di Tyldum effettua una virata dal metafisico al fisico, abbandonando repentinamente i cliché del genere fantascientifico (presenti invece nell'incipit) in favore degli stilemi propri delle romantic comedy. Pigramente, Passengers si lascia sedurre dai "corpi celesti" di Chris Pratt e Jennifer Lawrence, attratti l'uno dall'altra da una forza di proporzioni cosmiche. L'idillio, però, non è destinato a durare, così come le affascinanti soluzioni visive del film da sole non bastano a mascherare i limiti di una sceneggiatura che non offre spunti degni di nota.

Il pericolo più grande, nello Spazio interstellare, è allora la noia. Lo sceneggiatore Jon Spaihts tenta di rimediare alla staticità di Passengers inserendo una serie di twist narrativi che trasformano la pellicola in un'opera a metà fra il survival movie in stile Gravity e il blockbuster catastrofico che strizza l'occhio a Titanic (i due amanti galattici somigliano moltissimo agli Jack e Rose del film di James Cameron). È, però, una forzatura che sembra messa in atto per "chiudere" il più presto possibile un film che sembrava essere giunto ad un punto cieco.

Il film di Tyldum promette allo spettatore un'originale riflessione sul rapporto essere umano/tecnologia, solleva questioni care alla corrente di pensiero esistenzialista salvo poi imboccare la strada del blockbuster hollywoodiano, che per giunta non mostra "navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione", bensì un reattore nucleare che fa le bizze. 

Passengers non risponde a quasi nessuno degli interrogativi disseminati all'interno del film (perché, in assenza di calamità terrestri, due giovani dovrebbero abbandonare per sempre famigliari e amici?) finendo invece per tramutarsi in una patinata cartolina di San Valentino dallo Spazio, mentre nel volto dello spettatore viene a crearsi un'espressione vagamente disorientata. La stessa che nel finale sfodera Andy Garcia, sulla cui utilità all'interno del film ci interrogheremo negli anni a venire

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