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Atlanta, la recensione degli episodi 3 e 4 su FOX

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Due nuovi episodi per conoscere meglio i personaggi di Atlanta, e per imparare a guardare il mondo - pieno di situazioni assurde - attraverso gli occhi di Earn.

Atlanta - Recensione degli episodi 3 e 4

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Vendere droga è redditizio.

Le parole di Al, alias Paper Boy, non a caso fanno riferimento a un altro cliché. Nuovi luoghi comuni, nuovi assiomi da smontare. Pezzo dopo pezzo. Perché in Atlanta sai da dove parti, ma non sai mai dove arrivi.

Se lo schema narrativo, come vedremo, emerge chiaramente, rispetto ai primi due episodi c’è qualcosa di nuovo. 

Un cambiamento fondamentale: d’ora in poi, noi vedremo il mondo di Atlanta attraverso gli occhi di Earn.

Il protagonista diventa ufficialmente la nostra guida, perché la sua prospettiva ha qualcosa di speciale rispetto a quella degli altri personaggi: esalta quella componente surreale che ha decretato il grande successo della serie.

Atlanta: Al, conosciuto come Paper Boy

Noi diventiamo Earn. Un ragazzo che per stipendio prende 96 dollari. Un ragazzo a cui non dispiace essere uno stereotipo. E un ragazzo che non si vergogna affatto a tentare di strappare un menu per bambini al fast food, perché è l’unico che si può permettere.

Lo conosciamo da poco, ma sappiamo già qualcosa di fondamentale su Earn: la sua filosofia di vita è “tentar non nuoce”.

Per questo accetta di scambiare il denaro al banco dei pegni con una spada (per guadagnare su un oggetto preso al banco dei pegni, sottolineando il paradosso).

Per questo decide di portare Vanessa a cena in un locale elegante… E incredibilmente costoso.

E sempre per questo, perché crede che tentare non possa nuocergli, che si ritrova con un conto impossibile da pagare e un investimento in una futura cucciolata di cane Corso.

Atlanta: Earn ruba una bibita al fast food

Se il cliché rappresenta sempre il punto di partenza, il punto d’arrivo non è affatto scontato.

Anche se l’aspetto surreale di dialoghi e situazioni lascia intuire che ci saranno molte sorprese.

Al e Darius che discutono dei nomi delle loro pistole - con tutti i relativi pregiudizi culturali annessi - mentre si preparano a vendere droga, non perdono la loro aurea surreale.

Questa è la chiave di lettura della serie, la ragione del suo successo e lo strumento per trasformare una storia altamente drammatica in una commedia in piena regola.

Fra parcheggiatori abusivi armati di spada laser e gangster riuniti in bizzarri gruppi musicali, la legge di Atlanta non lascia scampo: niente, ma proprio niente, va mai come previsto.

Atlanta: Earn a cena con Vanessa

Lo schema narrativo, dicevamo, è già emerso: situazioni banali (come una cena o un appuntamento al parcheggio) si trasformano in momenti surreali (come un contenzioso con la cameriera di un ristorante o una caccia all’uomo nel bosco). 

Il richiamo è quello al capolavoro di Martin Scorsese: Fuori orario (poi ripreso da molti altri film successivi, da Tutto in una notte a Notte folle a Manhattan): persone normali si trovano in situazioni completamente fuori dalla norma. E inaspettatamente, si adeguano al contesto con facilità.

In Atlanta, però, anche quando si trovano in condizioni “normali”, i protagonisti parlano a vanvera, incappano in un tizio di nome Zan che si trasforma in un incubo, rivisitano la storia di Gengis Khan e assistono a una rapina ai danni di un ragazzino mandato a consegnare pizze.

Eppure, non si danno per vinti. Perché seguono il corso delle loro vite, restituendoci la perfetta definizione del rap e della vita: esorcizzare le difficoltà, trasformare il disagio in arte.

Trovare nel surreale la chiave di volta per sopravvivere a tutto. O quasi.

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