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The Great Wall, la recensione: Matt Damon salva la Cina, o viceversa?

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Zhang Yimou arruola Matt Damon come protagonista di un epico blockbuster cinese di proporzioni colossali: le ambizioni del film saranno altrettanto mastodontiche?

Matt Damon in The Great Wall

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Il mercato cinematografico cinese è ormai così ricco da influenzare chiaramente gli studios hollywoodiani, soprattutto nella costruzione e nel lancio dei blockbuster che mirano a macinare dollari e yuan. La Cina sta conoscendo un impressionante crescita del numero delle sale cinematografiche e del pubblico pagante, tanto che già parecchi film andati maluccio al botteghino statunitense sono stati salvati dalle incredibili performance registrate ad Oriente. Ci sono poi grandi blockbuster cinesi (pellicole che vantano risultati da capogiro come Monster Hunter o The Mermaid) che sono praticamente sconosciute in Occidente, pur avendo conquistato il pubblico cinese. 

Con l'uscita nelle sale di The Great Wall, il tentativo palese dei grandi finanziatori cinesi è quello di tentare la scalata al botteghino americano, dando una prova muscolare che mostri la ricchezza dei budget e la dimensione colossale delle possibilità produttive di un mercato cinematografico noto a livello internazionale soprattutto per i suoi prodotti autoriali. Lo stesso regista a cui viene affidata l'impresa, Zhang Yimou, è diventato noto a livello mondiale con il suo cinema autoriale e inizialmente molto critico rispetto alla rivoluzione di Mao e alla Cina di ieri, salvo poi nel 2004 abbracciare i diktat del governo, tirando fuori una hit dal taglio wuxiapian come Hero. Il wuxia con Maggie Cheung e Tony Leung fu capace di raccogliere cifre allora impensabili anche sul mercato statunitense. 

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Matt Damon salverà la Cina o sarà la Cina a insegnare qualcosa a Matt Damon?

The Great Wall però non vuole essere un aggiornamento di quella pellicola, né un prodotto simile ai grandi incassi del botteghino cinese. Sin dalla sua sontuosa battaglia di apertura, si configura come un calco di un'ingenuità e una onestà impressionanti al modello hollywoodiano dei pop corn movie. Il risultato finisce per essere da una parte molto ingenuo, dall'altra molto fresco, perché prende la struttura narrativa e visiva con cui il cinema statunitense ha sempre sostenuto il sogno americano e l'individualismo occidentale per condannarli come tratti da villain, infilandoci anche l'immancabile raccomandazione confuciana a mettere prima della proprio felicità l'obbedienza verso il potere e la fedeltà verso i bisogni della collettività. 

Spettatore più o meno attivo di questa inconsueta morale è Matt Damon, che insieme a Pedro Pascal e Willem Dafoe fa il turista in terra cinematografica cinese. Si è tanto parlato di razzismo per questa scelta, ma dopo aver visto la pellicola è chiaro quanto la scelta degli stessi produttori cinesi sia mirata a dare un punto di riferimento al pubblico occidentale, oltre che ad avere un caucasico a disposizione a cui far realizzare quanto sia meglio mettere da parte lo sfrenato individualismo a favore del bene della nazione, con un effetto particolarmente straniante. Risulta molto più ambigua e problematica la difficoltà con cui il film dapprima suggerisce un certo tipo d'intesa romantica tra Damon e l'eroina femminile e cinese del film Tian Jing, salvo poi glissare completamente, dato che una coppia interrazziale in terra cinese è tutto meno che una tematica neutra. 

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Matt Damon fa il turista cinematografico in terra d'Oriente

The Great Wall vive e muore dell'ingenua semplicità con cui porta avanti la sua agenda. Abbiamo una sceneggiatura che è tutta volta a creare grandi battaglie e scene d'azione colossali, non approfondendo mai più dello stretto necessario il risicatissimo plot iniziale: ci sono dei mostroidi alieni che vogliono uccidere l'umanità ma la Cina ha costruito una muraglia per fermare la loro avanzata, che si ripete ogni 60 anni. La narrativa del film non solo è lieve, è proprio inconsistente, tanto che concentrandosi appena un poco su cosa succede davvero sullo schermo le incongruità e i buchi di trama non si contano più. 

A differenza di tanti altri cugini americani, affetti dai medesimi difetti, The Great Wall non ha pretese di profondità narrativa o filosofica, per cui s'impegna a tentare di divertire il pubblico tipo di questo genere di film, riuscendoci spesso. L'estetica e il design di chiarissima scuola cinese sono un'altra ventata d'aria fresca in una serie pressoché infinita di blockbuster americani afflitti dalla cronica mancanza di personalità, costruiti con le stesse idee, le stesse palette cromatiche, gli stessi visual. Anche solo per questo motivo, The Great Wall è quantomeno rinfrescante, anche se si dimentica poco dopo

The Great Wall uscirà nelle sale italiane il 23 febbraio 2017.

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