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Logan - The Wolverine, Hugh Jackman brutale e strappalacrime: la recensione

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Hugh Jackman dice addio a Wolverine. Lo fa attraverso un film, quello di James Mangold, struggente e appassionante. Un western metropolitano duro e commovente.

Hugh Jackman sul set di Logan - The Wolverine

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C'erano una volta gli X-Men, e con loro la speranza di un futuro migliore. Dopo Sentinelle, giorni passati e futuri, faide interne e programmi militari top-secret, non esiste più nulla, né i mutanti e neppure il più duro a morire dei sentimenti.

In Logan - The Wolverine non è rimasto che un pugno di invecchiati e malandati X-Men, scampati allo sterminio: tra essi vi è un malato (ex) prof. Xavier (Patrick Stewart), Calibano (Stephen Merchant) e, soprattutto, l'adamantino e malconcio Logan di Hugh Jackman.

Logan - The Wolverine: 'Non è un paese per mutanti'

Scopriamo che il 2029 riserva ai protagonisti un presente a tinte fosche, che nella pellicola di James Mangold viene amplificato dalla desolazione dei deserti messicani, dal rifugio/bisogno in farmaci e alcool dei protagonisti e dall'oblio degli stessi, che silenziosi attendono l'inesorabile fine senza più un barlume di fiducia in corpo.

La monotonia e lo squallore vengono scossi dall'arrivo della giovane Laura (inutile girarci intorno, è lei X-23), impersonata dall'esordiente Dafne Keen. Si tratta di una giovanissima mutante, un'eccezione all'infertilità mutante con cui sono costretti a fare i conti - un po' come accadeva ne I figli degli uomini di Alfonso Cuarón - Logan e soci.

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Hugh Jackman e Dafne Keen nel poster di Logan - The Wolverine

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Il malandato Logan, il cui fattore rigenerante fa ormai cilecca, dovrà difendere a tutti i costi la giovane mutante che, in sostanza, 'è come lui': stessi sguardi corrucciati, stesse ringhiose espressioni, stesso brutale killer instinct.

Sulle loro tracce vi è una pericolosa organizzazione guidata dal mercenario Donald Pierce (avevamo già avuto modo di scoprire le doti da villain di Boyd Holbrook in Run All Night), intenzionata a 'terminare' un progetto militare a dir poco aberrante.

Logan, cavaliere (non più) solitario

James Mangold ci ha regalato un film - è riduttivo assai qualificarlo (solo) 'cinecomic' - di rara potenza, costruito su un cumulo di macerie (il futuro distopico), da cui fa germogliare sogni di vita possibile. 

Simulacro di un nichilismo imperante, Logan - The Wolverine sottolinea in realtà la scoperta e la successiva comprensione on the road del concetto di famiglia per il più tormentato e solitario degli X-Men. Un romanzo di formazione per l'antieroe a cui è sempre stato negato il concetto di amore, di appartenenza, di condivisione.

Logan - The Wolverine, tra artigli e poesia

Logan - The Wolverine si muove tra il western malinconico (vengono citati apertamente Alan Ladd e Il cavaliere della valle solitaria) e la spietata fantascienza a là Mad Max: Fury Road e The Road (da cui riprende il tema della relazione padre/figlio). Il mix è di quelli esplosivi, la recitazione dei protagonisti è superlativa, le note di Johnny Cash esaltano deserti e silenzi.

Dinanzi a tutto ciò, è impossibile non alzarsi dalla poltrona con la sensazione di aver assistito (forse) al film rivelazione di questo 2017. Brutale e splatter. Eppure strappalacrime.

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