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Quando un Padre, la recensione: un film moralistico sulla carriera

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È possibile conciliare la famiglia e la carriera, evitando che entrambe queste sfere entrino in conflitto e rischino di mandare una vita in frantumi? Ce lo mostra Mark Williams con il suo film d'esordio Quando un Padre. Ecco la nostra recensione!

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Mark Williams esordisce come regista per il grande schermo con il film Quando un Padre.

Il lungometraggio pone sin dalle prime scene lo spettatore di fronte ad un classico dilemma: cos'è più importante, la carriera o la famiglia? La domanda però ha un peso retorico alquanto amletico perché la famiglia è funzionale al lavoro e viceversa. Un uomo o una donna che si dedicano esclusivamente alla carriera, inevitabilmente, giungeranno ad un punto in cui si sentiranno incompleti perché manca loro una famiglia. Allo stesso modo, un nucleo familiare che si basa su un'economia traballante e poco stabile, con il tempo, finirà per avere problemi e ripercussioni sull'andamento quotidiano.

È possibile riuscire a conciliare queste due sfere fondamentali per l'esistenza di un essere umano? Se si sceglie la carriera significa non tenere a cuore la propria famiglia? Chi, invece, decide di dedicarsi alla famiglia rinunciando alla propria carriera è una persona poco ambiziosa e che pensa poco al benessere dei suoi cari?

Quando un Padre cerca di mostrare, talvolta cadendo nel classico loop dello scenario americano, come sia possibile avere una diversa visione di bene. La pellicola cerca di rispondere alle domande poste sopra, mostrando con comprensione i diversi modi con cui ciascuno guarda e vive la propria realtà.

È risaputo che non esiste una risposta universalmente valida o più giusta rispetto ad altre, soprattutto, quando si parla di famiglia e di tutto ciò che circonda affettivamente questa parola.

Mark Williams cerca di sviscerare queste problematiche drammatiche in modo interessante, anche se il finale risulta scontato ed ha quel senso di già visto che, però, non rovina completamente l'intero lavoro.

Il regista muove le corde drammatiche dello spettatore, giocando su quei temi che universalmente toccano il cuore di ciascuno. È un film che vale la pena di essere visto quanto meno per poter fare un bilancio della propria vita e ricordarsi cosa è veramente importante per ciascuno di noi.

Quando un Padre: la trama

Dane Jensen (Gerard Butler) è una persone narcisista, sicura di sé ed ambiziosa. Il suo lavoro da cacciatore di teste per la selezione del personale non fa altro che amplificare il suo ego, inducendolo ad ottenere sempre di più dalla vita.

Dane non ha uno stipendio fisso, guadagna a provvigioni su ciascun candidato che viene selezionato. Questa continua sfida nel raggiungere un determinato guadagno lo porta a stare in continua tensione, sempre incollato ad un telefono ed a vivere poco la sua famiglia. Per lui tutto questo dinamismo costante non rappresenta un problema perché lui lavora e cerca di dare il massimo per poter garantire ai propri cari un tenore di vita tranquillo e agiato.

Per Dane lavorare tanto è sinonimo di affetto e dedizione verso i suoi 3 figli e sua moglie Elise (Gretchen Mol).

Gerard Butler durante una scena del film Quando un Padre

Elise invece vede nel lavoro e negli sforzi di Dane un padre ed un marito assente: lei lo vorrebbe più presente nelle loro vite perché è come se non ci fosse. Tra i due non c'è più comunicazione e anche la loro vita sessuale ne risente perché non c'è più feeling ma solo abitudine.

Ryan (Max Jenkins), il figlio più grande, ha intorno ai 10 anni e ama follemente suo padre, lo ammira ed il solo annusare il suo profumo nell'aria lo fa sentire protetto e al sicuro. Lui è un bambino sensibile, introverso e da grande sogna di disegnare palazzi.

Quando spiega ai suoi amici e compagni di scuola di cosa si occupa Dane dice:

Mio padre aiuta gli altri papà a trovare un lavoro e così possono prendersi cura delle loro famiglie.

Ryan però avverte la mancanza del padre. Tutte le sere lo aspetta sveglio per poterlo salutare: finge di disegnare con la luce accesa così, quando Dane torna da lavoro, passa in camera sua per dargli la buonanotte.

Sia Dane che Elise credono di star facendo ciascuno del suo meglio per la famiglia, giudicando l'altro con severità e senza comprensione alcuna.

Dane crede che la moglie non abbia ambizioni, visto che da 10 anni ha deciso di dedicarsi alla casa ed ai bambini. Elise, invece, è convinta che la presenza affettiva del padre sia importante per i figli e che Dane non si sforzi per nulla.

In realtà, questo loro modo di viversi giudicando l'altro, è simile ad un cane che si morde la coda: se Dane non lavorasse così tanto Elise non potrebbe permettersi di stare a casa e di vivere una vita agiata e senza crucci economici.

A sconvolgere ed a mettere in discussione i vari punti di vista della famiglia, ad un tratto, ci pensa la vita: Ryan si ammala di un tipo di leucemia che avanza e degenera velocemente. All'improvviso Dane si rende conto di ciò che sta perdendo e di quanto tempo stia davvero dedicando al lavoro.

Come andrà finire il resto lo si potrà scoprire solo guardando il film uscito nelle sale italiane l'8 giugno.

Quando un Padre: perché non convince fino in fondo

Quando un Padre è un film che rimane impresso, fa commuovere eppure non riesce a convincere completamente lo spettatore per varie ragioni.

Uno dei tanti fattori è il finale (ma questo lo giudicherete voi se deciderete di vedere il film). È come se dall'inizio Mark Williams crei diverse aspettative nello spettatore, trattando vari punti di vista che, alla fine, giungono al loro snodarsi non regalando nulla di nuovo.

La tematica della perdita, ad esempio, viene affrontata in diverse pellicole anche recenti come in Collateral Beauty. In quest'ultimo lavoro però si evince un quid diverso, un osservare il mondo da una prospettiva meno comune rispetto a quella di Quando un Padre.

All'interno del film di Mark Williams ci sono molti spunti di riflessione interessanti, che però non vengono snocciolati per come ci si aspetterebbe.

Interessante e più realistico è lo spunto della lotta a guadagnarsi la pagnotta a fine mese e senza avere uno stipendio fisso, che in un certo qual modo, rispecchia non solo la tipologia di business americano ma anche quella nostrana. Viviamo in un mondo in cui gli obiettivi si sudano e l'instabilità è proporzionale a quanto si sacrifica ed al tempo che si decide di dare al proprio lavoro.

Un altro punto dolente, invece, sono i personaggi un po' troppo stereotipati e scontati. Questi spesso si esprimono attraverso discorsi scarni ma con frasi ad effetto e che non fanno altro che dar luce ai veri protagonisti del film: Dan e Ryan.

L'ultimo aspetto, poco convincente, è la visione romantica di una vita che per molti non esiste. Rendersi conto di non viversi qualcuno ed avere il modo di recuperare il tempo perso con quella persona è un privilegio che nella vita reale hanno in pochi. La spietatezza della vita reale va in conflitto con ciò che succede ai protagonisti del film ed il risultato finale diventa poco veritiero e troppo costruito.

In compenso le lacrime non si sprecheranno perché Mark Williams sa come muovere le corde universali dell'animo umano.

Buona visione!

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