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Dollari e colt: la classifica dei 20 migliori film western, da Ford a Leone

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Buoni, brutti e cattivi di un genere mitico. Ecco la Top 20 con i più epici film western di sempre. Da John Ford a Sergio Leone.

Clint Eastwood in una scena di Per qualche dollaro in più

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Per la contaminazione fra Mito e Storia, per la scenografie al loro massimo splendore e per l'epica altisonante, il western è il genere forse più marcato del Cinema, quello con la migliore tradizione e con la più ampia risonanza, a dispetto di un'attualità che - fatta eccezione per Quentin Tarantino e poco altro - lo vede mestamente ridotto all'oblio.

Dietro i duelli con la pistola, la conquista delle praterie e gli assalti alle diligenze, il West cela sentieri selvaggi che rielaborano trame omeriche, maschere della letteratura e - in un secondo momento - sguardi rivolti al cinema nipponico, ovvero gli Yojimbo di Akira Kurosawa.

Il western è il genere che meglio di ogni altro ha fotografato l'individualismo americano e il lento e inesorabile avanzare del progresso (il treno ne è il simbolo più lapalissiano), mitizzando figure realmente esistite e creandone di nuove. La frontiera come metafora della vita, come mito fondativo di una nazione ricolma di contraddizioni, e per questo instabile e discontinua.

L'epopea del western ha inizio con la mastodontica Monument Valley e i pellerossa a fare da villain (Ford), approda al revisionismo di Peckinpah, Costner ed Eastwood, si rinnova con i primi piani e i campi lunghissimi di Leone e, infine, si tinge col pulp e col fumetto per volere di Tarantino.

Noi di MondoFox abbiamo stilato la Top 20 dei migliori film western di sempre. Andremo a ripercorrere quasi un secolo di storia del cinema (di più se si considera che il corto muto "The Great Train Robbery" è del 1903), coprendo geograficamente un'area che si estende dal Mississippi fino al Pacifico, interessando anche l'Alaska e il confine messicano.

20. Il Mercenario (1968)

È, assieme a Vamos a matar, compañeros, uno dei più celebri 'Zapata western', ovvero una sottocategoria dello spaghetti western che narra le vicende di pistoleri e banditi sullo sfondo della Rivoluzione Messicana dei vari Pancho Villa ed Emiliano Zapata. In molti di questi film è possibile notare l'utilizzo di pioneristiche automobili, motociclette e persino aerei (dal momento che l'azione si svolge fino ai primi del '900). Rielaborazione in salsa spaghetti del genere picaresco, Il Mercenario ricorda da vicino Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo, specie nel presentare al pubblico tre diversi personaggi che incrociano le proprie vicende personali sullo sfondo della grande Storia: qui Franco Nero, Tony Musante e Jack Palance sono impegnati a darsi la caccia per tutto il Messico. È il western più epico di Sergio Corbucci, un romanzo di formazione - in cui il peone diviene un hombre mosso da ideali di giustizia ed eguaglianza - in cui riecheggiano i moti sessantottini. E se la messa in scena funziona a meraviglia, la musica lega motivi ed immagini in maniera epica: l'onnipresente tromba, gli arrangiamenti tipici, e quel fischiettio - eseguito da Alessandro Alessandroni per l'entrata in scena del "polacco" Franco Nero - che già aveva reso famosa la trilogia del dollaro e che ne Il Mercenario introduce il duello finale ("Salve 'Ricciolo', ci si vede ancora...ma forse per l'ultima volta" esclama Kowalski all'indirizzo del villain). Ennio Morricone lega visceralmente la sua musica al film di Sergio Corbucci, regalando motivi come L'Arena che verranno poi ripresi da Quentin Tarantino in Kill Bill e Bastardi Senza Gloria.

19. The Hateful Eight

Nelle premesse doveva essere un western pulp da girare sulla scia del frizzante Django Unchained. La realtà mostra invece come Quentin Tarantino si sia divertito ad utilizzare il selvaggio West come mero pretesto per imbastire invece un indovinello di 3 ore sulla falsariga dei gialli alla Agatha Christie, contaminando la pellicola con le atmosfere horror de La cosa di John Carpenter e con l'estetica de Il Grande Silenzio di Sergio Corbucci. A sorpresa, i punti di contatto con Le Iene sono i più lampanti, mentre gli insistiti campo/controcampo rimandano al cinema di Godard. Scema (anche se non del tutto) l'estetica cartoonesca che aveva accompagnato lunghi tratti di Django Unchained. La sceneggiatura è di gran lunga meno 'esplosa' che in Pulp Fiction ma il genere - nel caso specifico il western - è polverizzato lo stesso e intrappolato tra le mura asfittiche di un emporio, depauperato infine di diversi clichè: c'è una diligenza in corsa come nell'Ombre Rosse di John Ford, ci sono i pistoleri e i soldati dell'esercito, abbondano i bounty killer - Kurt Russell e Samuel L. Jackson in stato di grazia - come nella migliore tradizione dello spaghetti western, ma l'impalcatura del film fa somigliare The Hateful Eight più ad una (forse troppo) prolungata pièce teatrale. 

18. I quattro dell'Apocalisse

Lucio Fulci dà vita ad un western in cui valorizza le proprie skill di regista dell'orrore, affidando ad uno dei volti più celebri del genere - Tomas Milian - il ruolo di sadico villain. L'attore cubano si regala l'ultimo grande ruolo da pistolero, sfoggiando un look che qualche anno più tardi ispirerà il Jack Sparrow di Johnny Depp nella saga di Pirati dei Caraibi. Da ricordare l'atmosfera lugubre della città fantasma in cui i protagonisti - a partire dal "baro" Fabio Testi - trascorrono la notte e la smisurata violenza che all'epoca dell'uscita costò a I quattro dell'Apocalisse il divieto per i minori di 14 anni.

17. Gli spietati

Clint Eastwood ritrae lo squallore del Wyoming di fine '800 attraverso il cinismo di vecchi pistoleri e l'arroganza dei tutori della legge. Non vi è nulla di eroico o epico ne Gli spietati: è un western brutale, sporco, cinico come i personaggi che lo popolano. Figure non perdonabili e che non perdonano, come Will Munny (Eastwood) o lo sceriffo Little Big Daggett (Gene Hackman). Solo il disilluso Ned Logan di Morgan Freeman saprà mutare atteggiamento, pagandolo però a caro prezzo. Pioggia di Oscar, forse un po' eccessiva.

16. Il grande silenzio/ Django

Bounty killer muti e pistoleri vestiti come becchini che trascinano bare per il confine messicano: è ricolmo di allegorie il cinema western di Sergio Corbucci, che tra il '66 e il '68 confeziona due autentici cult movie, divenuti nel tempo dei veri e propri manifesti dello spaghetti western. Il grande silenzio colpisce per le insolite scenografie che sostituiscono gli abituali e inflazionati deserti con le vette innevate statunitensi, le stesse riproposte da Tarantino in The Hateful Eight. Un cast di assoluto livello caratterizza la pellicola - dal Jean-Louis Trintignant de Il sorpasso a Klaus Kinski - che presenta i tratti tipici del revenge movie. Corbucci scardina però le strutture del western attraverso l'imposizione di un villain trionfatore, stratagemma che gli consente di mettere a nudo tutta l'amoralità della figura del cacciatore di taglie, simbolo del West e della sua "legge del più forte". Django segna invece la consacrazione mondiale di Franco Nero - singolare pistolero che trascina con sé una bara per il deserto messicano - in una pellicola iperviolenta che porta all'estremo il significato di "antieroe".

15. La conquista del West

Western dal cast all star. La conquista di una Terra e di un'epoca trattata in modo altisonante e con velleità documentaristiche. La storia della colonizzazione del West raccontata attraverso le vicende di una famiglia del tempo. Il film è suddiviso in 5 episodi il cui svolgimento si protrae dal 1830 al 1890: Henry Hathaway è il regista dei primi due ("I Fiumi", "Le praterie") e dell'ultimo ("I fuorilegge"), mentre i restanti sono opera di George Marshall ("La ferrovia") e John Ford ("La Guerra Civile"). Girato in Cinerama e trasferito su Cinemascope, La conquista del West - oltre ad avere il merito di essere una pellicola di grande impatto visivo - vanta un cast formato dai nomi più celebri dell'epoca: da James Stewart a John Wayne, da Henry Fonda a Gregory Peck.

14. Butch Cassidy

Per un dramma avventuroso a tinte western il regista George Roy Hill voleva Steve McQueen e Warren Beatty. Sarà invece la coppia "da stangata" formata da Paul Newman e Robert Redford a dare volto e forma al duo di banditi formato da Robert Leroy Parker soprannominato Butch Cassidy (da "butcher", macellaio) e Harry Longbaugh a.k.a. Sundance Kid. Il film narra le gesta criminali dei famigerati criminali (realmente esistitai) del West, affidandosi all'alchimia venutasi a creare in quel periodo tra i due divi hollywoodiani ("Parlami delle banche australiane"; "Sono ricche, mature e succulente"; "Le banche o le donne?"; "Oltre alle banche, anche le donne). Un western crepuscolare, malinconico e appassionante, con un finale indimenticabile. Nella prima versione dello script i ruoli erano inizialmente rovesciati. Sarà Redford a suggerire al regista un capovolgimento, affezionandosi così tanto al personaggio da intitolare un festival in suo onore: Il Sundance Film Festival appunto, che ogni anno ha luogo a Park City.

13. Lo chiamavano Trinità

Superlativa parodia western con due mattatori della scazzottata. Lo chiamavano Trinità in origine non avrebbe dovuto essere una variante ridanciana dei film di Ford e Leone. L'idea venne a Enzo Barboni (accreditato come E.B. Clucher), già operatore di macchina di numerose pellicole western. Fu per puro caso che venne scelto il duo formato da Bud Spencer e Terence Hill, che prese il posto di Franco Nero. Interamente giocato sull'originale contrasto fra cliché di genere e stravolgimenti dei canovacci, il film possiede una vis comica irresistibile. Due protagonisti agli antipodi - lo scontroso Bambino e il fratello irriverente Trinità, rispettivamente "mano sinistra e destra del diavolo" - inseriti in un contesto fatto di dialoghi brillanti e situazioni verosimili, in cui la componente sanguinaria del western viene completamente cancellata e sostituita da ceffoni e calci. Ciò che rende Lo chiamavano Trinità (e pure il sequel) un fenomeno unico del panorama mondiale è l'aver adattato la logica del cartoon (in cui i protagonisti non muoiono mai) ad un genere che si è sempre prestato a pellicole crude e drammatiche. Un ibrido cinematografico ben congegnato, la cui fama di cult movie è stata alimentata nel corso degli anni dai continui passaggi televisivi e dall'home video.

12. Il mucchio selvaggio

"Tutti sognano di tornare bambini, anche i peggiori fra noi. Forse i peggiori lo sognano più di tutti". Riflessioni a voce alta che fanno de Il mucchio selvaggio il manifesto decadente del western, realizzato nell'anno in cui l'uomo mette piede sulla luna. Sam Peckinpah confeziona una pellicola brutale, sottolineata dallo squallore degli attempati "perdenti" ritratti: è nella frontiera messicana che si consuma il destino di uno sparuto gruppo di banditi, immortalati in un film crudo e cinico che lega le vicende personali dei protagonisti - da Ernest Borgnine a William Holden - alla rivoluzione di Pancho Villa. Peones che parlano in dialetto, sequenze brutali, cadaveri che riempiono la scena e un montaggio monumentale: Il Mucchio Selvaggio dissacra l'epoca d'oro di Ford e Wayne, spogliando il western di ogni gloriosa investitura. Da ricordare la sequenza finale, per la cui realizzazione sono occorsi 12 giorni di riprese e 10mila pallottole a salve.

11. I Magnifici Sette

"Io e il Padreterno lavoriamo in campi diversi". Humour nero, come del resto il look del granitico pistolero Chris di Yul Brynner. Aiutare una comunità di desperados messicani vessati dal bandito Calvera (Eli Wallach): questo il compito - dietro misero compenso - di 7 cavalieri solitari a cui viene chiesto di mettere da parte gli individualismi per fare giustizia. Tipi risoluti e annoiati come il Vin di Steve McQueen, stanco di qualche scazzottata col barista ("quando le cose vanno bene"). Vendono piombo a buon mercato, cavalcano insieme e sacrificano sé stessi per un bene superiore. John Sturges nel '60 dirige un cast all star - tra cui Charles Bronson e James Coburn - in un western reso celebre da scontri a fuoco (epico quello finale) e battute al fulmicotone, scandito dal trionfale motivo musicale ideato da Elmer Bernstein. I Magnifici Sette, declinazione western de I Sette Samurai di Kurosawa, segna la maturità del genere grazie alla presenza di antieroi impavidi ma dal destino segnato. È del 2016 il remake (I Magnifici 7) con Denzel Washington e Chris Pratt. 

10. Pat Garrett e Billy the Kid

"Non siamo mica rimasti in tanti". È un fuorilegge ad annunciare la fine di un'epoca controversa e selvaggia. Finirà ucciso subito dopo, colpito dal revolver dello sceriffo Pat Garrett, impegnato nella ricerca dell'ex amico bandito William Bonney in arte Billy the Kid. Sulle note dell'immortale "Knockin' on Heaven's Door" - scritta da Bob Dylan appositamente per il film - si consuma una delle scene più struggenti che il western cinematografico ricordi, sottolineata dalla pacata tristezza stampata sul volto di James Coburn, sceriffo al servizio di un capitalismo galoppante e senza scrupoli che di lì a poco avrebbe spazzato via, proprio come un treno in corsa, i pochi barlumi di romanticismo del West. L'ultima pellicola western di Sam Peckinpah porta a compimento la destrutturazione del Mito, avvolgendolo in una cornice crepuscolare - eppure intrisa di calorosi lampi - che finisce per rendere Pat Garrett e Billy the Kid una ballata struggente in cui la fine di un'amicizia combacia con quella dell'epopea western. Da menzionare le strepitose performance di Coburn e di Kris Kristofferson

9. Per un pugno di dollari/ Per qualche dollaro in più

"Il personaggio del cacciatore di taglie, il bounty killer, è un personaggio ambiguo. Nel West lo chiamavano il beccamorto. Mi ha affascinato perché è la dimostrazione del modo di vivere di questo paese (gli USA, ndr.): bisogna uccidere per sopravvivere". In un'intervista a Guy Braucourt, Sergio Leone svelava una delle ragioni per cui Per un pugno di dollari prima e successivamente Per qualche dollaro in più avessero registrato un successo per certi versi inaspettato e travolgente. La via italiana al western tracciata nel '64 da Leone colpisce per l'iperrealismo con cui sono imbevute le pellicole prodotte. Il cineasta italiano perfeziona una rilettura manierista del mito del selvaggio West, contaminandone iconografia e cliché con l'estetica ora del cartoon ora della commedia dell'arte, dando vita a vere e proprie maschere di morte (Clint Eastwood nel primo capitolo della "trilogia del dollaro" è una sorta di Arlecchino con sigaro e poncho servitore furbo di due padroni).

La violenza degli spaghetti western di Leone è costantemente amplificata. Vi è una motivazione se vogliamo politica per una scelta stilistica del genere, ovvero la contrapposizione ai modelli americani in cui l'uccisione avveniva in campo lungo in maniera assai banale (per non parlare della maniacale ossessione del cineasta italiano per i particolari). Per Leone la morte doveva rappresentare una reale paura e l'evidenza fisica dei suoi effetti era l'unico modo per simboleggiarla degnamente: ecco allora che colui che veniva ucciso doveva urlare, il sangue doveva schizzare via dal corpo, lo sparo doveva risuonare in modo terribile. Perché i film del regista de Il Buono, il brutto, il cattivo sono favole morali intrise sì d'ironia ma pur sempre a tinte drammatiche ("quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l'uomo con la pistola è un uomo morto").

Per un pugno di dollari raggiunse in breve termine una popolarità enorme consentendo alla carriera di Clint Eastwood di spiccare il volo. Il regista di Sully fu suggerito dall'assistente Claudia Sartori che lo aveva visto nella serie TV Rawhide. Leone avrebbe preferito Henry Fonda o James Coburn, ma i due avevano un cachet decisamente fuori portata per una produzione a basso budget. Scartato Richard Harrison (che il regista italiano definiva mediocre), la scelta ricadde su Eastwood, che si rivelerà un pistolero indolente ma letale. Gran parte del successo dei primi due film fu merito (anche) dei comprimari: dal fool shakespeariano Gian Maria Volontè (Ramon Rojo/El Indio) al redivivo Lee Van Cleef, già protagonista di numerosi western americani, da Mezzogiorno di fuoco a La conquista del West. Quando Leone si recò in America per reclutare Van Cleef (che a detta dell'attore era un volto da sciacallo del West perfetto, un tipo alla Van Gogh coi tratti aquilini), venne a sapere che l'attore si era ritirato, era stato in una clinica a disintossicarsi ed ora faceva il pittore. Van Cleef pensò si trattasse solo di poche pose. Quando capì che sarebbe stato il coprotagonista di per Qualche dollaro in più, per poco non svenne. Divise incredulo i 5mila dollari d'anticipo col suo agente e partì per l'Italia, dove visse una seconda giovinezza professionale. Recitò in moltissime pellicole western - da I giorni dell'ira a La resa dei conti passando per le avventure del pistolero Sabata - per poi virare su alcuni b-movies avventurosi nel corso della seconda metà degli anni '70. Sul finire della carriera recitò accanto a Kurt Russell nel film di culto 1997: Fuga da New York.

8. L'uomo che uccise Liberty Valance

Quanti hanno ferocemente criticato Tarantino per l'utilizzo quasi esclusivo degli interni in The Hateful Eight dovrebbero riguardare uno dei western più indelebili: L'uomo che uccise Liberty Valance, avvincente scontro fisico-verbale fra idealismo e arroganza che si svolge quasi interamente tra le pareti di una taverna. È un John Ford pienamente cosciente della dimensione tutt'altro che mitica del Far West che dirige, in una pellicola dai toni crepuscolari girata in bianco e nero, un manipolo di attori al massimo del loro splendore: vi è il futuro senatore degli Stati Uniti impersonato da James Stewart, il prepotente bandito Liberty Valance di Lee Marvin e lì, nella penombra, un superlativo John Wayne, antieroe capace di rispecchiare il tramonto di un'epoca in cui la legge era quella della strada.

7. Ombre rosse

John Ford con Ombre Rosse dona al genere western quel respiro intellettuale che gli era fino a quel momento mancato (nonostante I Pionieri del West di Anthony Mann avesse vinto l'Oscar come miglior film nel '31). Il regista de La battaglia di Alamo rinchiude un manipolo di personaggi - dal giocatore d'azzardo alla prostituta, tutte figure ricorrenti dei western movies - all'interno di una diligenza in viaggio su un sentiero battuto dagli indiani Apache capeggiati da Geronimo. Ford usa il West come pretesto per raccontare dinamiche interpersonali inficiate da odio, paura e vendetta, introducendo soluzioni stilistiche innovative (su tutte la carrellata che corre in orizzontale alla diligenza). Inizialmente a Hollywood nessuna major diede fiducia al progetto, dando come per spacciato il genere. Provarono perciò ad imporre Gary Cooper e Marlene Dietrich come protagonisti della pellicola; Ford però si oppone, spingendo per il granitico John Wayne. Indovinate chi la spuntò?

6. Balla coi lupi

Il tenente della cavalleria nordista John Dunbar riceve dall'Alto Comando l'ordine di dirigersi verso Fort Sedgwick. Lungo il tragitto prenderà coscienza dello sterminio perpetrato dai colonizzatori ai danni dei nativi americani, arrivando a disertare quell'uniforme senza valori. Un Kevin Costner riflessivo - non si separa mai da un diario in cui annota episodi e aneddoti - è il protagonista indiscusso di una pellicola che contribuisce ad una totale demistificazione del mito dell'Ovest. Balla coi lupi è il manifesto pacifista del western. Dichiaratamente "antifordiano" negli intenti - è l'uomo bianco, e non gli indiani, ad essere brutale - il film fu fortemente voluto a tutti i costi dal divo de Gli intoccabili - The Untouchables, che inizialmente avrebbe solo dovuto dirigere il film (la parte di Dunbar era stata infatti pensata per Viggo Mortensen). Costner si oppose all'ostracismo e al poco credito delle major. La testardaggine lo ripagò con 7 Oscar, tra cui Miglio Regia e Miglior Film (è il secondo western a vincere la statuetta dorata). Un caleidoscopio di personaggi - umani e animali - popola la pellicola, permeata da toni crepuscolari: dal lupo "due calzini" al cavallo Cisco passando per i Sioux Uccello Scalciante e Vento nei Capelli. Da vedere e rivedere...

5. Sentieri selvaggi

Torna il mito della frontiera, tornano i due John, Ford e Wayne. Il primo fa indossare a The Duke l'inconfondibile cappello a falda larga e il fazzoletto al collo. Wayne - che nel film impersona Il reduce di guerra Ethan Edwards - monta su un cavallo per ritrovare, tra la Monument Valley e le praterie sconfinate del Texas, la nipote Debbie (Natalie Wood), rapita dai Comanche, gli indiani verso cui Edwards nutre un profondo odio. Considerato uno dei capolavori non solo del genere, bensì del Cinema in generale, Sentieri Selvaggi fonde l'epopea e l'epica del West con sottintesi politici e morali. Ford dilata tempi e spazi per accentuare il desiderio di rivalsa di un antieroe rude e cinico, con un animo tormentato da ricordi dolorosi. Il finale, tra i più malinconici di sempre, mostra John Wayne sulla soglia di casa intento ad osservare la famiglia riunita dall'esterno. Il reduce sudista si volta e si incammina verso l'ignoto. Solo, ovviamente.

4. Mezzogiorno di fuoco/Il cavaliere della valle solitaria

Altro ex aequo della classifica dei 20 migliori film western di sempre: a ridosso del podio si piazzano due titoli celebri quali Mezzogiorno di fuoco e Il cavaliere della valle solitaria. Il primo narra - in tempo reale - l'attesa e il successivo scontro a fuoco tra uno sceriffo tutto d'un pezzo (il Will Kane di Gary Cooper) e un bandito vendicativo (Ian MacDonald). Forse il western più celebre assieme a Ombre Rosse; il film diretto da Fred Zinnemann tiene lo spettatore col fiato sospeso per tutti gli 85 minuti di durata della vicenda narrata. Celebre il motivo musicale di Dimitri Tiomkin che sottolinea la solitudine di un uomo alle prese con una sfida quasi impossibile. Parodiata da Mel Brooks con Mezzogiorno e mezzo di fuoco, è una delle pellicole più influenti della storia del cinema.

Il cavaliere della valle solitaria, invece, è tornato recentemente in auge grazie a Logan - The Wolverine, ultima avventura dell'X-Men impersonato da Hugh Jackman. Non solo nel cinecomic diretto da James Mangold vengono mostrati alcuni fotogrammi del film (i protagonisti vedono Il cavaliere della valle solitaria in TV durante una sosta in hotel), ma Logan trasuda western ad ogni inquadratura. È una sorta di rilettura metropolitana dello scontro fra bene e male proposto nella pellicola con protagonista Alan Ladd, il cui cow-boy Shane può considerarsi a tutti gli effetti l'archetipo dell'eroe senza macchia e senza paura.

3. Un dollaro d'onore

Le grandi scenografie introdotte da John Ford svaniscono per far posto a spazi angusti e opprimenti. Howard Hawks firma un western tarato su un ritmo e su una tensione narrativa considerevoli. Una sceneggiatura ridotta all'osso lascia il giusto spazio alle caratterizzazioni dei personaggi, consentendo di scoprire a mano a mano le sfaccettature di un'amicizia virile che lega il risoluto Chance (John Wayne), l'alcolizzato Dude (Dean Martin) e il vecchio Stumpy (Walter Brennan). Statico rispetto agli standard del genere, Un dollaro d'onore diviene presto un classico del cinema, sia per l'epicità con cui narra lo scontro all'ultimo sangue tra buoni e cattivi sia per alcune scelte stilistiche di pregio: l'interminabile prologo muto, l'utilizzo del piano sequenza, l'introduzione del canto di morte - il Deguello - che verrà riproposto in seguito da Ennio Morricone. Un vero e proprio must per gli appassionati del genere.

2. C'era una volta il West

"I killer si annoiano fuori dal gioco della vita e della morte". Parole di Sergio Leone che stanno a testimoniare come il filmaker italiano si sia divertito a giocare con i suoi personaggi quasi fossero delle marionette. È in virtù di queste parole che nell'incipit di C'era una volta il West il concetto di attesa viene esasperato. Tre killer attendono l'arrivo di un treno e, a modo loro, cercano di ingannare il tempo, chi imprigionando una mosca nella canna di una colt e chi invece giocando con una goccia d'acqua. Quando il treno, fermatosi in precedenza, riparte, ecco che una figura appare tra la polvere sollevata dalla locomotiva. È in quel momento che i 3 sciacalli scrollano via la noia dell'attesa, sentendosi in qualche modo realizzati. Capiterà la stessa cosa all'atipico pistolero Armonica (Charles Bronson) che, una volta portata a termine la propria vendetta, dirà a Jill (Claudia Cardinale): "Io ho finito qui".

L'epopea del selvaggio West è ormai agonizzante, il mito del cow-boy cede via via il passo alla ferrovia e allo spirito capitalista post Guerra di Secessione. Leone firma uno dei western più pregevoli di tutti i tempi, costruito su deserti e silenzi, su orrore e interessi. Il tutto è sottolineato (ancora una volta) dalla colonna sonora di Ennio Morricone, realizzata prima dell'inizio delle riprese e riprodotta poi sul set, influenzando così il mood della pellicola tanto quanto le soluzioni stilistiche enfatiche del regista di Per qualche dollaro in più. Il risultato è una delle più significative colonne sonore della storia del cinema, con un leitmotiv eccezionale affidato (anche) ai vocalizzi dell'artista Edda Dell'Orso, con armonica a bocca, clavicembalo e archi a fare il resto.

C'era una volta il West è il figlio indesiderato di Leone, intenzionato a salutare il western dopo la "trilogia del dollaro". Nel '67 il cineasta italiano viene fulminato da "Mano Armata", autobiografia del bandito anni '30 Harry Grey, in arte "Noodles". Leone inizia a scrivere la sceneggiatura tratta dalla gangster story, non incontrando però i favori delle major hollywoodiane, che pure lo corteggiano. Da Leone ci si aspetta un altro film western, mentre il regista italiano ha in mente C'era una volta in America (riuscirà a realizzarlo solo 17 anni dopo, nel 1984). Amareggiato, Leone manifesta tutto il suo disprezzo per il cinema americano dando vita ad una pellicola dai tempi dilatati, incentrata sul tramonto e la decadenza dei miti dell'Ovest. Non solo. L'autore italiano ingaggia uno dei volti più celebri della storia del western: Henry Fonda. Con un movimento di macchina virtuoso, Leone introduce il villain di C'era una volta il West da dietro, ruotandogli attorno e svelandolo solo nell'istante in cui Fonda solleva il viso per palesarsi. È un rovesciamento significativo, una stilettata al cinema made in USA, dal momento che fino ad allora l'attore americano aveva ricoperti perlopiù ruoli da "buono". Ad affiancare il perfido assassino vi è lo scaltro fuorilegge Cheyenne (Jason Robards, colui che più di tutti incarna lo spirito disilluso del regista). Claudia Cardinale è l'altra novità introdotta da Leone. Mai prima di allora un personaggio femminile aveva ricoperto un ruolo così importante nei film del regista. La sua Jill incarna il volto e corpo di un'epoca agonizzante, in procinto di lasciare strada al futuro.

1. Il buono, il brutto, il cattivo 

L'attenzione maniacale per i dettagli, l'altissimo livello di scrittura dei suoi film, l'apparente disinteresse per l'azione, la rinuncia all'eroe senza macchia e l'utilizzo straniante della colonna sonora: i tratti somatici del cinema di Sergio Leone tornano ossessivamente ad affacciarsi nel capitolo che chiude la "trilogia del dollaro", in cui il cineasta sperimenta tecniche stilistiche innovative (ne è un esempio "il triello" finale in cui rivisita il mexican standoff). Il buono, il brutto, il cattivo è, forse, l'opera omnia di un genere che coniuga cinismo e spirito fiabesco. Il regista italiano, che dopo Per un pugno di dollari e Qualche dollaro in più, ha ormai sdoganato la figura del bounty killer (inviso fino allora ad Hollywood perché considerato un personaggio moralmente negativo). Ancora una volta è Clint Eastwood ad impersonare il pistolero senza nome, "un mezzo sigaro con dietro la faccia di un gran figlio di cagna, alto biondo e che parla poco" (così lo apostrofa nel film il Tuco di Eli Wallach, con cui forma una delle coppie più riuscite di sempre). Un'avventura epica e di ampio respiro in cui si mescolano dramma, commedia e miseria.

Ad accompagnare le gesta di 3 ceffi sullo sfondo della Guerra di Secessione vi sono le percussioni, il pianoforte e l'ululato umano che imita quello del coyote. Ennio Morricone, per tratteggiare sonoramente la pellicola, affianca, a strumenti considerati 'classici', la chitarra elettrica e lo schiocco della frusta, realizzando un arrangiamento che conquista critica e pubblico (tanto che la soundtrack sarà il successo dell'anno assieme a Jumpin' Jack Flash dei Rolling Stones). Una partitura musicale unica, in grado di giocare su diversi timbri e avvolgere ogni singola sequenza de Il Buono, Il Brutto, Il Cattivo. È il caso di motivi come Il Triello - che accompagna il frenetico standoff finale - e l'Estasi dell'oro, che i Metallica adoperano tutt'oggi per aprire i loro concerti.

Il buono, il brutto, il cattivo è in sostanza un'estenuante caccia al tesoro in cui piccola e grande storia si incrociano dando vita a momenti di altissimo cinema, intriso di ironia e sangue, di spari e urla. Una commedia western all'italiana influenzata dalla tradizione picaresca, la cui sceneggiatura è opera di Luciano Vincenzoni e del duo formato da Age e Scarpelli (i tre, insieme, avevano curato il plot de La Grande Guerra di Monicelli). Leone presenta i personaggi come fossero i protagonisti di un fumetto (un espediente, questo, che verrà imitato da Tarantino), affidando a Lee Van Cleef il ruolo del villain Sentenza. La grandezza del film risiede nella capacità del regista di sottolineare come tre sciacalli avidi di denaro di fine '800 sembrino quasi "normali" dinanzi alla tragedia della Guerra. È la lezione di Monsieur Verdoux (1947): quando Charlie Chaplin pronuncia la frase: "Cosa sono i delitti artigianali di un singolo uomo di fronte agli immani massacri voluti dai potenti del mondo?". 

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