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Il giardino delle farfalle, la recensione del nuovo thriller di Dot Hutchison

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Una ragazza che si abbandona agli orrori della prigionia, perché non ha nessun’altra alternativa. Ecco la recensione de Il giardino delle farfalle.

Copertina de Il giardino delle farfalle

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Non ci soffermiamo mai abbastanza a pensare quanto la famiglia ci influenzi. Ci influenza nella crescita, nel carattere, nelle scelte. La famiglia è ciò che ci plagia, ma attenzione: la famiglia non è soltanto quella di sangue. Talvolta, la famiglia è anche ciò che troviamo sulla nostra strada dopo tanto dolore. Ed è quello che accade a Maya.

Il giardino delle farfalle è il thriller della scrittrice americana Dot Hutchison. Pubblicato in Italia da Newton Compton Editori, Il giardino delle farfalle ha dominato la vetta della classifica Amazon.com per settimane e il suo strabiliante successo ha persino convinto il ramo cinematografico, poiché dal plot del romanzo verrà estratto un film.

«Perché ci marchi?»

«Perché un giardino deve avere le sue farfalle».

Maya, un nome fittizio per una ragazza fantasma. Maya è il nome (datole nel Giardino) della protagonista costretta a confrontarsi con la polizia, dopo il ritrovamento del Giardino delle Farfalle. Maya è una ragazza schiva, sospettosa e con troppi scheletri nell’armadio, ma sembra disposta a voler collaborare con la polizia, a patto che quest’ultima la lasci agire a modo proprio.

Copertina del thriller Il giardino delle farfalle
Il giardino delle farfalle, il thriller di Dot Hutchison

Maya è una ragazza segnata da un passato brutale che l’ha portata ad assumere un atteggiamento smunto e indifferente nei confronti del mondo. È venuta dal nulla e sembra continuare ad aggrapparsi a quel vuoto, una sensazione così amara che le si è impressa sotto le ossa, vicino il cuore.

Il Giardino è descritto all’apparenza come un ritrovo paradisiaco, come una piccola oasi mitologica dell’antica Grecia, arricchito da alberi, fiori e sgorghi d’acqua. Le creature che lo popolano sono graziose fanciulle, giovani e innocenti, accomunate da un unico e sconcertante dettaglio: sulla schiena, hanno tatuate delle orribili e al tempo stesso bellissime ali di farfalla. Bellissime, perché riprendono i colori reali delle farfalle, spaziando in ogni sfumatura intensa e leggiadra. Orribili, perché quello è il marchio del Giardiniere.

Le creature bellissime hanno vite molto brevi, così mi aveva detto al nostro primo incontro. Lui se ne assicurava e si sforzava di dare alle sue Farfalle una strana specie di immortalità.

Il Giardiniere è colui che rapisce le Farfalle. Seguendo un’antica tradizione di famiglia, il serial killer allestisce il proprio Giardino personale con giovani ragazze che piega al suo volere, tra tatuaggi e violazioni, sia fisiche che mentali. Le Farfalle sono creature delicate dalla vita breve. E lo stesso vale per le Farfalle del Giardiniere. Una volta compiuti i ventun anni d’età (escludendo i casi in cui le Farfalle non assumano atteggiamenti negativi secondo il gusto del rapitore), ogni Farfalla è costretta ad andare incontro al proprio destino d’imbalsamazione.

Dopo qualche giorno dal processo, il Giardiniere espone fiero i loro corpi in grandi teche di vetro, ponendole al centro di grandi ali di farfalla che riprendono i motivi sulle loro schiene. Un perfetto psicopatico che crede di arricchire il mondo con la sua distorta percezione d’arte.

Le vere farfalle potevano volar via, irraggiungibili.
Le Farfalle del Giardiniere potevano solo cadere, e anche quello solo di rado.

Il giardino delle farfalle è un romanzo delicato che intreccia sottilmente gli orrori della vita a una mente brillantemente criminale che non vede alcun male in ciò che fa.

Disgusto, disorientamento e senso d’impotenza: questo è ciò che contagia il lettore durante il romanzo. L’autrice ha costruito un altro mondo marcio, all’interno del quale ha intrappolato le Farfalle e il Giardiniere.

Il Giardino è la trappola mortale delle Farfalle, ma ognuna di loro sembra lentamente abituarsi alla nuova realtà e abbracciare il fatto che ogni giorno, ogni respiro contratto, è uno sempre più vicino alla morte. L’impotenza e l’arrendevolezza di Maya e delle altre Farfalle sono sintomi di rabbia, di confusione, di ribellione. Ma soltanto perché non impugnano un coltello, non significa che le Farfalle non combattano. Ogni giorno combattono contro l’istinto di uccidersi, ogni giorno si aggrappano alla futile speranza che quella situazione assurda possa mutare.

Ma ciò che permette loro di sopravvivere è il concetto di famiglia. Maya non ha mai avuto una vera famiglia e d’improvviso, in una situazione terribile e squallida come può essere la prigionia, l’ha trovata. Maya diventa mamma, sorella, cugina, amica di tutte le Farfalle del Giardino. È consapevole di appartenere a qualcosa come non le è mai capitato prima d’ora e, per quanto possa essere sconcertante e brutale l’idea che abbia trovato una famiglia in quella condanna a morte, Maya non riesce a voltare loro le spalle. Ed è questo che rende la polizia così sospettosa nei suoi riguardi.

I segreti sono vecchi amici; mi sentirei una pessima amica se li abbandonassi ora.

Maya è un personaggio enigmatico perché cela dentro di sé una grande confusione. In quel Giardino, Maya ha scoperto di poter contare su qualcuno e ha permesso ad altri di fare affidamento su di sé. Il senso d’appartenenza è cresciuto dentro di lei nonostante l’ambiente circostante deviato e marcio. A differenza delle altre Farfalle, Maya è quella che viene definita come la preferita del Giardiniere e questo è probabilmente dovuto al fatto che Maya non è mai stata come tutte le altre.

Immagino di essermi abituata così tanto agli orrori del Giardino da aver dimenticato quanto poteva essere orribile l’Esterno.

Le altre Farfalle appartenevano già a qualcosa. Maya no. Maya si è adattata al Giardino come un’ennesima prova di sopravvivenza, perché in realtà ciò che lei ha fatto tutta la vita è stato fuggire da una difficoltà all’altra. Il Giardino è stata soltanto l’ennesima dimostrazione che la felicità, per lei, non esiste.

Il giardino delle farfalle è un romanzo che oscilla tra dinamicità e staticità. Maya racconta gli orrori del Giardino sotto interrogatorio della polizia, eppure ad ogni scena, ogni morte, ogni arrivo, si ha la percezione di venire risucchiati in quel turbine di delirio e oscenità tanto da poter percepire l’amaro dell’ingiustizia sul proprio palato. Le descrizioni vivide hanno aiutato a costruire un contesto concreto e hanno reso gli orrori della storia ancor più sofferti.

Il giardino delle farfalle è una secchiata d’acqua gelata sulla faccia affinché ci si possa risvegliare. Perché gli orrori tendiamo spesso a circumnavigarli e facciamo di tutto pur di evitare che diventino un nostro problema. Ma invece lo sono, un nostro problema.

La crudeltà non sta soltanto nel fare una cosa, ma anche – o forse soprattutto – nel sapere che quella cosa sta accadendo e non si faccia niente per fermarla.

La crudeltà vigliacca, forse, è la peggiore di tutte.

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