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Dunkirk, fare cinema è guerra: la recensione del film di Chris Nolan

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Arriva al cinema Dunkirk, war movie diretto da Chris Nolan. Tom Hardy, Mark Rylance, Fionn Whitehead e Kennet Branagh nel cast.

Una delle primissime scene di Dunkirk in cui i bombardieri dell'Asse attaccano la spiaggia

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"Noi combatteremo sulle spiagge". Con queste parole il Primo ministro inglese Winston Churchill avallò la colossale missione di salvataggio marittima conosciuta come Operazione Dynamo, che tra il 27 maggio e il 4 giugno 1940 consentì l'evacuazione di massa dal porto di Dunkerque delle truppe inglesi e francesi, accerchiate dalle Forze dell'Asse.

In precedenza era toccato al D-Day con Il giorno più lungo e Salvate il soldato Ryan. Stavolta le imprese belliche su larga scala vengono raccontate da Chris Nolan attraverso una meticolosa ricostruzione del "miracolo di Dunkerque" che è insieme classica e neorealistica: Dunkirk.

Brothers in arms

Vittorio Gassman ne La grande guerra di Monicelli affermava che "la guerra non è altro che un lungo ozio senza un minuto di riposo". E Nolan gioca proprio con il concetto di attesa, in un film che ibrida la cronologia degli eventi con dimensioni differenti. Dietro questo modo di raccontare l'azione - sovrapponendo i piani cronologici, destinati ad allinearsi nel finale - vi è una precisa volontà, quella di disgregare la logica del racconto classico attraverso una narrazione (lineare solo nel singolo blocco, mentre "esplode" nell'intreccio delle vicende) che procede per aria, terra e mare.

Non siamo al livello delle scatole cinesi tanto care al Kubrick di Rapina a mano armata oppure al Tarantino di Pulp Fiction, ma Dunkirk riesce a disorientare lo spettatore lavorando proprio sulla percezione temporale grazie ad un continuo susseguirsi di p.o.v. che corrono da un Tom Hardy in versione asso della RAF al "marinaio della domenica" Mark Rylance passando per il giovane fante Fionn Whitehead.

Tom Hardy è un asso dell'aviazione in DunkirkHDWarner Bros.

Fuga per la vittoria

Nolan non è interessato ad esplorare gli orizzonti di gloria (veri o presunti) del conflitto né tantomeno a sublimare il nemico nel Male assoluto (Spielberg con i nazisti). Gli antagonisti in Dunkirk, eccezion fatta per alcuni bombardieri o per il sibilo dei proiettili, non vengono neppure mostrati, non hanno un volto e nemmeno un'ideologia. C'è spazio (e tempo) solo per il logorio delle truppe, per l'attesa snervante, per la paura ricorrente: sentimenti e manifestazioni accessorie del conflitto a cui Nolan dona una straordinaria forma visiva che consente di fondere piccola e grande storia sullo sfondo del secondo conflitto mondiale.

Spogliando la fanteria di qualsivoglia identità (in Full Metal Jacket era la rasatura pre addestramento, qui è la paura della morte), Nolan procede verso quell'indeterminazione progressiva che impedisce allo spettatore di distinguere i personaggi, accomunati (tutti, nessuno escluso) non dallo spirito patriottico bensì solo dall'istinto di sopravvivenza, che li fa sembrare tanti topi in trappola.

Ecco allora che l'unica vittoria possibile risiede nella fuga, curiosamente in un film che tende a celebrare il popolo inglese per una ritirata. Mastodontica, ma pur sempre una ritirata. Eppure preludio al rovesciamento delle sorti del conflitto, e per questo giustamente celebrata.

Con Dunkirk la guerra fa regredire l'uomo ad un membro indistinto di una tribù primordiale in cerca della salvezza personale (vi è l'eccezione, eroica). Lo shock dei siluri sottomarini e delle raffiche aeree genera psicosi - triste parallelo, questo, con lo stragismo moderno di stampo terroristico - in individui già provati dal duro conflitto. Ciò nonostante la disumanizzazione dei soldati non raggiunge i livelli di Orizzonti di gloria o di Apocalypse Now, semplicemente perché Nolan svuota i suoi protagonisti di ogni connotazione (di un'anima, se vogliamo), tanto da farli sembrare tanti spaventapasseri piazzati su una spiaggia del Mare del Nord.

Il regista di Interstellar li rinchiude in spazi angusti - la cabina di uno Spitfire, la stiva di un peschereccio - amplificando in maniera claustrofobica il potenziale di uno war movie che è anche un thriller e che sancisce un'immedesimazione chirurgica dello spettatore nel soldato, con quella macchina da presa che si impregna di sabbia e gasolio e che appare soffocata dall'acqua, costringendo il pubblico - durante la visione - ad escogitare piani di fuga, a cercare un riparo. 

Per questo Dunkirk - che vanta alcune delle più riuscite sequenze di volo di sempre - passerà alla storia del cinema come una delle esperienze più complete, immersive sulla guerra. Benché sia perfettibile, è uno di quei film che ci ricordano perché il cinema è una delle espressioni massime dell'arte.

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