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Kingsman: Il Cerchio d’Oro, agente 00-pop, licenza di esagerare

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Kingsman e Statesman insieme nel secondo capitolo della saga ispirata a The Secret Service di Mark Millar. La nostra recensione.

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Nel 2015, al suo arrivo nelle sale, Kingsman: The Secret Service fu accolto come una piacevole sorpresa da pubblico e critica. Il film di Matthew Vaughn era una provocazione, scorretta e divertentissima, verso la tradizione delle spy story à la Bond. Non una parodia demenziale, come lo fu la trilogia di Austin Powers, ma un film d’azione iper-cinetico, senza filtri e ricco di trovate interessanti (vedi alla voce “Gazelle”).

Il film era ispirato a The Secret Service, fumetto di Mark Millar che, nonostante fosse stato illustrato da un mostro sacro come Dave Gibbons (il disegnatore di Watchmen), avrebbe goduto di ben poca popolarità senza il successo del film. Ma Millar è una vecchia volpe ed ha capito che nel suo lavoro - quello dello sceneggiatore di fumetti - la vera gallina dalle uova d’oro sono gli adattamenti per il cinema e la TV, tant’è che il plot di The Secret Service fu pensato proprio assieme a Matthew Vaughn in funzione di una eventuale trasposizione cinematografica.
Logico che, dopo il successo del primo film, arrivasse un nuovo capitolo della saga. E fu così che nacque Kingsman: Il Cerchio d'Oro (Kingsman: The Golden Circle è il titolo originale).

L’idea di fondo alla base del franchise Kingsman è quella di esasperare le quattro caratteristiche dei Bond movies, rendendole grottesche e facilmente digeribili per il pubblico di oggi abituato a cinecomic e pop-corn movie in genere.
E così:

  • I riferimenti sessuali, onnipresenti nei film di 007, diventano gag senza freni inibitori come la proposta di sesso anale che chiudeva il primo film o la cimice intravaginale di The Golden Circle. Solo Austin Powers, con la supposta satellitare a Ciccio Bastardo, aveva osato tanto
  • Lo spionaggio ed i pestaggi si infarciscono di splatter cartoonesco e frenetici piani sequenza da videogame
  • L’impeccabile dress code di Bond diventa una ragione di vita per i Kingsmen
  • Le nevrosi delle nemesi di 007 vengono esasperate dando vita a villain macchiettistici e capricciosi. Un discorso che valeva tanto per il signor Valentine di Samuel L.Jackson in The Secret Service che per la straordinaria Poppy, una via di mezzo tra Pablo Escobar e la signora Cunningham di Happy Days, interpretata da Julianne Moore in The Golden Circle

Questa iniezione di testosterone e nonsense portano il franchise di Kingsman più vicino ad Archer, lo scorrettissimo cartoon di FX, che ai film di Bond.
Vedi, ad esempio, l’espediente dei cani robot assassini già visto proprio nell’ottava stagione di Archer.

Con i sequel, però, il rischio di realizzare un more of the same è alto. Per scongiurare il pericolo, Vaughn ha notevolmente ampliato la mitologia dell’assurdo mondo di spie creato con The Secret Service, innestando nel franchise gli Statesman, i cugini americani dei Kingsman. E, se i Kingsman si celano dietro un’elegante sartoria londinese, gli Statesman utilizzano una distilleria del Kentucky come attività di facciata. Questo ha comportato l’introduzione di un nutrito gruppo di nuovi membri del cast che sono andati ad affiancare Taron Egerton e il redivivo Colin Firth: Jeff Bridges è Champagne, il boss degli Statesman, Pedro Pascal - volto noto agli appassionati di serie TV per due fortunati personaggi come l’Oberyn Martell di Game of Thrones e l’agente Pena di Narcos - è l’agente Whisky, Halle Berry è la cervellona Ginger Ale, mentre Channing Tatum, uno dei miglior interpreti di action comedy in circolazione - vedere 21 e 22 Jump Street per credere - è l’agente Tequila.

GIF dell'agente Whisky in Kingsman: Il Cerchio d'Oro

Il cuore dell’azione si sposta negli States ma il film non perde occasione per sottolineare la presunta supremazia britannica sullo stile di vita made in USA. Basti vedere il ruolo riservato ad un monumentale Sir Elton John che, vestito di piume come un pappagallo brasiliano, sferra calci volanti degni di Street Fighter II. Miracoli della post-produzione.

La parola d’ordine di Matthew Vaughn è stata una: esagerare. The Golden Circle è un’abbuffata di ben due ore e venti di adrenalina, risse bizzarre, piani sequenza impossibili ed un continuo susseguirsi di sfidanti in stile WWE. Una scorpacciata degna di un pranzo domenicale in cui Vaughn ha il ruolo della nonna che continua ad ingozzarvi.

Certo, questo calcare ancor di più la mano sull’azione sfrenata e sul nonsense fanno di The Golden Circle un film meno equilibrato del suo predecessore e che, inoltre, non riesce a stupire come la pellicola d’esordio ma è comunque un titolo che offre un ottimo intrattenimento e delle soluzioni narrative decisamente folli e divertenti.

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