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Attriti sul set e Frankenstein sintetici: Blade Runner, la storia di un mito

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Arriva nelle sale italiane Blade Runner 2049. Ecco i retroscena meno noti del film di Ridley Scott del 1982.

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"Non solo è qualcosa che non avete mai visto... è diverso da qualunque altra cosa sia mai stata fatta". Fu lo scrittore Philip K. Dick a dichiararlo, dopo aver assistito ad una proiezione privata della copia di lavorazione di Blade Runner, l'adattamento cinematografico di Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, uno dei romanzi di fantascienza più celebri dell'autore statunitense.

Dick morì qualche mese prima dell'uscita del film diretto da Ridley Scott, ma ne intuì il valore che, contrariamente ai momenti menzionati dal replicante Roy Batty (Rutger Hauer) nel finale della pellicola, non è andato perduto nel tempo come lacrime nella pioggia. Anzi, è lievitato a tal punto da permettere allo sci-fi con Harrison Ford di essere considerato assieme a 2001: Odissea nello spazio il capolavoro per eccellenza della fantascienza da grande schermo.

Ed ora - grazie al sequel Blade Runner 2049 - quell'universo distopico, intriso di pioggia e vapori inquinanti, fa nuovamente capolino nelle sale di tutto il mondo.

Blade Runner - Storia di un mito

Quello che oggi è considerato dai più una pietra miliare della science fiction, è stato in realtà uno dei progetti più tormentati e criticati di Hollywood, bollato frettolosamente all'epoca come un "affascinante fallimento". In realtà Blade Runner è un film complesso, a tinte dark, che scomoda temi quali la creazione e il controllo, l'artificialità dell'esistenza umana e il nichilismo apocalittico.

Monito per l'umanità (il pericolo di una guerra nucleare) e veicolo di rilevanti questioni metafisiche "di ritorno", mutuate cioè dal romanzo di un outsider della cultura post-moderna abile a rovistare tra le scorie della letteratura cosiddetta "alta" per dar vita ad un future noir dominato dalla paranoia, che è in sostanza una rilettura del mito di Frankenstein.

Noi di MondoFox vi raccontiamo alcuni retroscena di uno dei film più tormentati di sempre, i cui aneddoti vengono sviscerati splendidamente dall'autore Paul M. Sammon nel libro Blade Runner - Storia di un mito.

A cosa deve tanta gloria (postuma) Blade Runner? Oltre agli innumerevoli significati testuali, il film di Ridley Scott è celebre per la sua straordinaria forza visiva, influenzata dall'antesignano del genere Metropolis, frutto dell'interesse di Scott per i fumetti della rivista semi-fantasy Heavy Metal, per il celebre quadro di Edward Hopper, "Nighthawks", e per la raccolta "Sentinel" del designer Syd Mead, ingaggiato dal regista di Alien per realizzare le scenografie di Blade Runner.

Proprio le scenografie, che Scott supervisionò personalmente, sono il vero punto di forza del cult sci-fi del 1982, ottenute attraverso la cosiddetta tecnica del retrofitting, che consiste nell'aggiornare strutture preesistenti aggiungendovi dei particolari. L'ossessiva e maniacale ricerca del dettaglio a tutti i costi permise a Scott di "replicare" (è proprio il caso di dirlo) quella stratificazione visiva già ammirata in Alien, ovvero un caleidoscopico e denso incremento di dettagli in ogni fotogramma.

Non meno superlativi sono gli effetti speciali del film, che furono affidati a Douglas Trumbull della EEG, colui che si era messo in evidenza in 2001: Odissea nello spazio e in Incontri ravvicinati del terzo tipo attraverso la tecnica denominata slitscan (che coniugava l'uso di forme geometriche e luci in movimento). Il suo contributo è visibile, ad esempio, nella prima significativa scena del film: un campo lungo che inquadra un sobborgo industriale del futuro, dominato da torri petrolifere impegnate a vomitare fumi tossici. Chiamato dagli addetti ai lavori "paesaggio dell'Ade", ciò che la macchina da presa inquadra è in realtà un modellino a prospettiva forzata di circa 4 metri di profondità. attraversato da migliaia di cavi in fibra ottica e illuminato da lampadine a grappolo, ripreso attraverso un sistema automatizzato denominato Icebox.

Blood Runner

Dal punto di vista economico, il film fu un suicidio, specie per le pretese del regista. Prova ne è la volontà di realizzare materialmente alcuni elementi di scena senza ricorrere agli effetti speciali. Tra questi, i trafficatori e i Vid-Phon, senza contare le vetture (tra cui la celebre Spinner): ne furono realizzate 25 partendo da un telaio Volkswagen. Scott, che puntava a strabiliare il pubblico, fece inoltre realizzare numerose insegne al neon. Solo alcune di esse furono ereditate dal set di Un sogno lungo un giorno di Coppola.

Proprio per l'estenuante iter produttivo, Blade Runner generò molti conflitti interni. Il più celebre riguarda Scott e il producer Michael Deeley, licenziati a metà riprese dalla Tandem per aver sforato nettamente il budget stanziato. Anche Ford e Scott non ebbero un buon rapporto: l'attore era spesso a disagio sul set a causa dell'ermeticità del regista. Qualche anno dopo, Ford etichettò polemicamente il film come "la storia di un detective che non fa indagini". 

Anche buona parte della troupe, esausta dopo i tanti mesi spesi a girare quasi sempre di notte, sotto una pioggia torrenziale, ebbe attriti col regista, accusato di esasperare le riprese (a volte batteva anche 50 ciak!). Si arrivò persino ad una "guerra delle magliette", con parte della crew che indossò t-shirt con impresse scritte volte ad insultare il regista de Il Gladiatore.

Al di là delle vicissitudini realizzative, sono innumerevoli gli aneddoti che riguardano da vicino il film di Scott: Blade Runner, ad esempio, fu solo la quarta scelta come titolo (preso in prestito dal libro dello scrittore beat William Burroughs). Prima di esso, la pellicola fu provvisoriamente intitolata in origine Androids, poi Mechanismo e infine Dangerous Days (Scott pensò addirittura a Gotham City come titolo!).

Vi è poi il leitmotiv "noir" che interessa l'opera, realizzata nella Old New York Street, set collocato all'interno degli ex Burbank Studios di proprietà Warner, in cui furono girati in precedenza classici come Il falcone maltese e Il grande sonno. Noir, appunto, così come Il conformista di Bertolucci, omaggiato da Scott nella scena d'amore tra Deckard e Rachel, illuminata allo stesso modo di quanto fece in precedenza Vittorio Storaro (un mix di luce bianca intensa e ombre oblique, l'effetto è quello di una "veneziana").

Blade Runner è oggi universalmente riconosciuto come una delle vette della fantascienza moderna. Ciò giustifica le aspettative per un sequel - Blade Runner 2049 - affidato ad un regista valido qual è Denis Villeneuve.

E il ritorno di Harrison Ford nei panni del burocrate con "licenza di uccidere" ha contribuito ad alimentare il più grande interrogativo del film del 1982: Rick Deckard è un replicante? La risposta, almeno per Ridley Scott, è fin troppo ovvia (certo che sì, altrimenti come si giustifica la scena dell'unicorno nella Director's Cut del film?).

Credit video: Emanuele Zambon

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