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Come lacrime nella neve: Blade Runner 2049, la recensione

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Arriva al cinema Blade Runner 2049. Ecco la recensione del sequel diretto da Denis Villeneuve che annovera nel cast Ryan Gosling e Harrison Ford.

Ryan Gosling in una scena del film

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Blade Runner era un film che poggiava su diversi motivi visuali. Tra essi vi erano gli occhi: il gigantesco bulbo oculare che osserva dall'alto nell'incipit, le retine scintillanti dei replicanti, il laboratorio sottozero, il macchinario Voight-Kampff, gli occhi gelidi del gufo di Tyrell che valorizzano l'hors-cadre durante il duplice omicidio di Roy Batty.

Era lecito quindi aspettarsi che un sequel ambizioso come Blade Runner 2049 ripartisse proprio da quel motivo visivo gravido di significati testuali e simbolici. Ma il legame parentale col primo film con Harrison Ford dura un battito di ciglia perché il film diretto da Denis Villeneuve non "replica" affatto quell'atmosfera tutto sommato romantica, sebbene inserita in un contesto dominato dalla paranoia e da una società distopica.

Coraggiosamente, il regista canadese batte altre piste, evitando la reiterazione ruffiana di schemi, elementi e cliché già ammirati sul grande schermo nel 1982. È stato definito un sequel, Blade Runner 2049, eppure somiglia più ad uno spin-off, con la storia di un agente in forza all'unità scova-androidi del L.A.P.D. (la sfinge Ryan Gosling) ambientata in quello stesso universo a cui 35 anni fa non eravamo assolutamente preparati e che invece oggi conosciamo a menadito.

È vero, fanno nuovamente capolino le metropoli dagli edifici monolitici - non più sovraffollate ma quasi spettrali - e le Spinner della polizia (nel futuro l'evoluzione del design ha rallentato parecchio). Risulta invece assente l'ossatura da fumetto patinato e nebuloso qual era il primo Blade Runner.

Ciò è spiegato in parte (anche) dal fatto che il film di Villeneuve si trova in una posizione di vulnerabilità rispetto al suo predecessore: non solo il cult di Scott si propose per primo (assieme ad Alien) come antitesi allucinata e tenebrosa alla vibrante positività offerta da Star Wars, ma Blade Runner 2049 guida assieme a Ex_Machina e Mad Max: Fury Road una nuova generazione di sci-fi che a livello inconscio hanno assorbito gli atti di forza e gli "Hasta la vista, baby" di Schwarzenegger, acquisito le intelligenze artificiali di Spielberg, ingoiato le pillole di Matrix.

Ecco perché con Villeneuve ci si allontana dall'emulazione per ritrovarsi invece in un action intimista, autoriale, gelido. Dimenticate i toni da future noir, le femme fatale chandleriane e i villain luciferini del primo Blade Runner. Nel sequel, senza scandagliare troppo la trama, la villain Sylvia Hoeks ricorda in modo sorprendente il T-1000 di Terminator 2. Quanto al protagonista Ryan Gosling, il suo agente K che ha una relazione virtuale con una sensuale "Lei" subisce lo stesso destino del capitano Tom Farrell (Kevin Costner) in Senza via di scampo. Dopo un'ottima premessa, invece, il personaggio di Jared Leto scade pateticamente nella macchietta.

Ritorno al passato

Ma come immagina il futuro Blade Runner 2049? Semplicemente non lo immagina, perché meno interessato all'aspetto creativo di quanto non lo fosse Scott nel 1982 (e in un match "visivo" il regista di Sopravvissuto - The Martian rifilerebbe un k.o. a Villeneuve). Le dinamiche relazionali e le riflessioni etiche e morali sono invece il fulcro su cui siede il cinema dell'autore di Arrival.

Consapevole della difficoltà a superare in termini di complessità drammatica il futuro tratteggiato da Scott, Villeneuve ne accentua i toni pessimistici, preferendo rivolgere lo sguardo al passato, in un modo che consente a memoria e ricordi - siano essi reali oppure artificiali - di affiorare in superficie per contrastare lo squallore di un mondo asettico controllato dalla tecnologia, spogliato di qualsivoglia aspetto poetico, privo persino di quell'illusione di vita migliore nelle colonie extra-mondo. Meglio abbandonarsi ai ricordi che vivere alienati in un presente angosciante, sembra suggerire il regista di Sicario.

Il vero interrogativo che riguarda Blade Runner 2049 è il seguente: esso è il figlio di uno specifico cult o è un film di fantascienza che ne ha solo ereditato il titolo? La risposta sta forse nel mezzo, ma Villeneuve tende a rifiutarne la parentela preferendo sì imitarne l'eccessiva lentezza del ritmo (specie nella prima parte), ma rendendo espliciti i sottintesi del film di Scott. 

Cosa significa essere umani? Una coscienza, un'anima, ci rendono ancora simili a macchine? Cosa accade se invece di dare la caccia a "uno di loro", si provasse ad eliminare "uno di noi"? Sono solo alcune delle questioni sollevate dal film, testimonianza della volontà del cineasta canadese di soffermarsi su un tema - il confine tra uomo e androide - in maniera inedita e per certi versi inquietante.

E nel ribadire la propria posizione, Villeneuve gioca a disorientare lo spettatore ibridando nella descrizione minuziosa di un futuro deprimente la superlativa fotografia di Roger Deakins, in cui la saturazione di elementi visivi viene valorizzata pescando in modo impeccabile dal ventaglio di tinte a disposizione (lì dove il primo Blade Runner si "limitava" ad esaltare le tonalità del blu). Non brilla (ma neppure sfigura) la sceneggiatura di Green e Fancher: forse ci si aspettava che proponesse cose che noi umani non potessimo (ancora) immaginare, invece svolge il proprio compito con diligenza peccando però di originalità.

Con Blade Runner 2049, in definitiva, la fantascienza si fa meno fashionable e (ancor) più distopica, non più nascosta nella sottana di un noir sensuale. Certo sarebbe stato bello vedere finalmente navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione oppure raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. O forse no, ci sono cose che è meglio immaginare o custodire gelosamente dentro di noi. Chiedere a Ryan Gosling per conferma.

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