SuperAbili: storia dei personaggi disabili nelle Serie TV

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Da sempre le Serie TV raccontato la disabilità, grazie a personaggi memorabili e diversamente abili che abbattono i pregiudizi. Leggi lo speciale

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Nel numero di ottobre la rivista del Contact Center SuperAbile INAIL ha pubblicato un'inchiesta sui personaggi disabili nelle Serie TV americane. 

L'argomento ci riguarda da vicino, e noi di FOX non potevamo rimanere indifferenti. Ecco la "versione dei fatti" di Mondofox.it! 

In principio fu Ironside. Cinquant’anni fa - era il 1967 - Raymond Burr combatteva il crimine per le strade di San Francisco sulla sua sedia a rotelle. Cinquant’anni fa arrivava il primo esempio di personaggio televisivo superAbile, pronto a dimostrare a tutti che la diversità non era affatto sinonimo di incapacità.

Oggi, mezzo secolo dopo, il tema della disabilità avrebbe già dovuto essere un “non tema”. Il rispetto per i diversamente abili, la diffusione di infrastrutture e il loro corretto utilizzo avrebbero già dovuto entrare a far parte della vita di tutti noi. Purtroppo, non è così.

Lo so bene, perché la disabilità mi ha toccata da vicino nella vita. In molti modi.

Proprio per questo, non ho alcun dubbio in proposito: non siamo ancora sufficientemente maturi - o evoluti, o educati - da fare in modo che il mondo cambi.

Ed è a questo punto che entrano in gioco la letteratura, il cinema e le serie TV. È a questo punto che piccolo e grande schermo possono diventare strumenti di educazione.

Strumenti di comunicazione di massa, che arrivano a milioni di persone - molto più di tanti libri, disgraziatamente - e possono diventare il mezzo per diffondere il messaggio: non sono i disabili, a doverci insegnare il rispetto per tutti. Dovrebbero essere i cosiddetti “normodotati”, dall’alto della loro abilità, a intuire le difficoltà di chi non è stato così fortunato.

Dovrebbero essere i bipedi - come li chiama la mia amica Angela Gambirasio, autrice di “Mi girano le ruote” - a essere così svegli da capire che possono fare quattro metri in più a piedi, fuori dal centro commerciale, evitando di occupare i posti di chi, quei quattro metri, se li deve sudare.

Eppure, puntualmente, ecco l’annuncio dagli altoparlanti: “Si ricorda ai gentili clienti che i posti riservati ai disabili sono destinati agli aventi diritto”.

Ai disabili, sia chiaro, non piace essere considerati “speciali”. Vogliono solo ciò che la legge - e il buonsenso - dovrebbe garantire loro.

Non è un caso che tutte le serie TV che si sono occupate della questione abbiano avuto lo stesso atteggiamento a riguardo: sottolineare come siano gli abili a dover rispettare i meno fortunati. E non i meno fortunati a lottare quotidianamente per dei diritti basilari.

Non è nemmeno un caso che molti attori disabili nella vita abbiano voluto portare il tema nelle serie in cui hanno recitato.

Non dimenticheremo mai Christopher Reeve in Smallville: l’uomo che l’immaginario collettivo identificava come un Super-Uomo compariva nel prequel della sua storia come un Super-Abile.

Michael J. Fox, il ragazzo che viaggiava sul futuristico skateboard volante, ha portato avanti la sua campagna per la ricerca sul Morbo di Parkinson, di cui soffre da molti anni, anche con le partecipazioni televisive. Da Scrubs a The Good Wife, l’attore ha voluto “giocare” coi personaggi sui pregiudizi e la strumentalizzazione della disabilità.

E ancora: Mary Ingalls (Melissa Sue Anderson), la sorella maggiore di Mary de La casa nella prateria, perde la vista e introduce nella serie - ambientata nell’Ottocento e girata negli anni ’70 - il tema della disabilità in una società in cui la vita quotidiana era dura anche per chi è perfettamente sano.

Marlee Matlin, premio Oscar per Figli di un Dio minore, ha portato la sua disabilità nella vita anche nei personaggi che ha interpretato per il piccolo schermo, interpretando donne non udenti nelle serie The West Wing, My Name is Earl, The L Word e C.S.I.: New York.

Il Dottor Ellis di Law & Order era interpretato da Clark Middleton, che soffriva di artrite reumatoide fin dall’infanzia. S. Robert Morgan, non vedente, ha dato vita al personaggio di Butchie in The Wire.

Moltissime serie TV di ogni genere, da Supernatural a Private Practice, da Highlander a Monk, da Doctor Who a Star Trek: The Next Generation, hanno portato in scena personaggi disabili. 

E lo hanno fatto, fin dagli anni ’50, sempre nello stesso modo: trattandoli come personaggi con difficoltà fisiche dotati di diverse abilità. Personaggi circondati da altri personaggi che li trattavano senza alcun favoritismo, se non in casi particolari che servivano a far riflettere sul delicato argomento della discriminazione.

Lo dimostra uno degli esempi più recenti, che è anche uno dei migliori: Speechless.

La Disabilità in Speechless

La serie narra le avventure quotidiane della famiglia DiMeo e dell’instancabile battaglia condotta da mamma Maya (Minnie Driver) perché il figlio JJ, colpito da una grave paralisi cerebrale, ottenga ciò che gli spetta di diritto. Ovvero: la fortuna di risparmiarsi i cartelli “vendicativi” nei parcheggi, gli atti di bullismo e gli sguardi della gente.

L’ironia - Speechless è in tutto e per tutto una sitcom, una moderna commedia che diverte e fa riflettere - è la chiave di tutto: attraverso battute, scherzi e comportamenti fuori dall’ordinario, la famiglia DiMeo ci dimostra che tutto il mondo è Paese. Che perfino nella modernissima America le infrastrutture mancano, proprio come accade qui, e che ignoranza, pregiudizi e mancanza di sensibilità si annidano ovunque.

Maya diventa la paladina della lotta per l’uguaglianza, un manifesto in carne e ossa che rende omaggio al coraggio di chi, ogni mattina, si sveglia sapendo che dovrà affrontare un nuovo giorno in cui qualcuno lo farà irrimediabilmente sentire diverso.

Speechless rombe i tabù, ci gioca, si diverte a infrangere le regole del politicamente corretto solo per raccontarci come la vita della famiglia di un disabile ruoti attorno agli ostacoli che lo contrastano. Ostacoli che il buonsenso e una legge applicata e rispettata correttamente rimuoverebbero in un battibaleno.

La tradizione delle serie TV made in Usa è lunga e ricchissima, da questo punto di vista.

Per quanto le storie possano essere diverse, il denominatore comune è sempre quello: il rispetto.

Concetto che, per inciso, farebbe la differenza in molti altri ambiti della società. Il rispetto della dignità di ogni essere umano, il rispetto delle regole, il rispetto della legge: alla base di ogni problema, in un modo o nell’altro, c’è una mancanza di rispetto.

Ecco quindi che Martin Bohm (Kiefer Sutherland) si costringe a imparare a rispettare gli spazi di suo figlio Jake (David Mazouz), un bambino autistico - o forse semplicemente diverso, e dotato di una sensibilità non convenzionale - di cui Martin si prende cura da solo.

Touch, creata da Tim Kring - che con Heroes aveva già detto la sua, in modo impeccabile, sul tema della “diversità” - è una serie che si concentra sulla difficoltà di guardare il mondo dal punto di vista degli altri, ma sulla ricchezza che comporta riuscirci.

I personaggi disabili in Glee

Lo sanno bene i liceali di Glee, che in qualche modo sono tutti “disabili” rispetto al sentimento comune dei ragazzi popolari della McKinley High. Non c’è solo Artie a far notare ai suoi nuovi amici come tutto sia differente, quando lo si guarda da una sedia a rotelle. C’è anche Becky, affetta dalla sindrome di Down e protetta della terribile Sue Sylvester (Jane Lynch): il personaggio più politicamente scorretto mai visto in un liceo in TV è l’unico con la sensibilità di trattare Becky come tutte le sue coetanee.

Sue Sylvester ha una sorella con la sindrome di Down, di cui si prende amorevolmente cura. E il suo atteggiamento provocatorio, irriverente e intollerante è presto spiegato: troppe volte ha dovuto combattere contro la stupidità delle persone, difendendo la sorella. Troppo volte ha capito che nessuno si merita rispetto, se sua sorella non può averne. Allo stesso modo, Earl Hickey (Jason Lee) si prende cura del fratello Randy (Ethan Suplee) che, a detta dello stesso Earl, è “un po’ lento” nella già citata sitcom My Name is Earl.

Disabilità in American Horror Story

Non a caso, dietro la “cattiveria” di Sue in Glee c’è lui, Ryan Murphy, che anche in American Horror Story riesce a trattare con delicatezza il tema della disabilità. Nella prima stagione c’è Adelaide (Jamie Brewer), la figlia di Constance Langdon (Jessica Lange) affetta da sindrome di Down. Nella seconda troviamo Naomi Grossman nei panni di Pepper. Nella terza stagione torna Jamie Brewer, mentre la quarta stagione è il trionfo stesso della disabilità, con attori affetti da varie malattie pronti a trasformarsi nei fenomeni da circo che per decenni la gente è andata a guadare per sentirsi meglio con se stessa.

Perché è così che Ryan Murphy ci racconta la disabilità, in una serie in cui i veri mostri sono le persone “normali”.

Di mostri e di (presunta) normalità si parla molto anche in Lost, che trova una delle sue icone nel personaggio di John Locke. Personaggio che nessuno fra i naufraghi dell’isola conosce davvero: quando l’aereo si schianta, John ricomincia a camminare. Ma sul volo Oceanic 815 ci era salito con una sedia a rotelle. La sua storia emerge dai flashback, legata a doppio filo a quella di altri personaggi e caratterizzata dalla frase-simbolo che lo rappresenta: “Non ditemi che non lo posso fare!”.

Il punto, vedete, è sempre quello: i disabili non vogliono essere considerati disabili. Perché, di fatto, non lo sono: sono solo diversi da quello che qualcuno ha definito “standard”. Vengono definiti diversamente abili perché hanno realmente delle abilità differenti. Magari quella di far diventare gli altri persone migliori. Magari.

Walter Jr. (RJ Mitte) ha qualche difficoltà, ma i suoi genitori fanno in modo che questo non gli pesi. Perché da Walter hanno imparato a diventare persone migliori. Perfino se - affetti da una malattia in fase terminale - decidono di darsi allo spaccio di metanfetamina per lasciare dei soldi alla famiglia (sì, ecco una versione alternativa della trama di Breaking Bad. Che non le toglie certo lo status di serie-capolavoro).

Allo stesso modo, i protagonisti di The Book Group - serie inglese in cui un americano si trasferisce in Scozia e fonda un club del libro per farsi nuovi amici - imparano presto a conoscere e amare Kenny (Rory McCann), paraplegico su una sedia a rotelle con tanto da insegnare. A loro e ai telespettatori.

A interpretare Kenny è lo stesso attore che in Game of Thrones - Il trono di spade dà volto al Mastino, Sandor Clegane, con il viso e parte del corpo deturpato dai segni del fuoco in cui il fratello lo aveva gettato da piccolo.

La diversità è un tema fondamentale nella serie tratta dai romanzi di George R.R. Martin, ambientata in un mondo di stampo medievale in cui Tyrion Lannister (Peter Dinklage) è il bersaglio delle peggiori offese immaginabili. Ribattezzato “il Folletto”, Tyrion è l’incarnazione della disabilità: sarà anche piccolo di statura, ma è intelligente e sa come badare a se stesso. Tanto da riuscire a cavarsela meglio (anche in battaglia) di uomini molto più “grandi” di lui…

Perché è questo che fanno, le serie TV. Invece di sottolineare quella distanza che apparentemente separa i normodotati dai diversamente abili, la cancella.

Ci insegna, con semplicità, a rispettare tutto e tutti per le loro peculiarità. Anche quando sono “diverse” dalle nostre.

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