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È morto Umberto Lenzi, regista pulp prima di Tarantino: addio al re del poliziottesco

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Grande regista di genere, Lenzi ha diretto diversi cult campioni di incassi: da Roma a mano armata a Milano odia: La polizia non può sparare.

Umberto Lenzi con Tomas Milian sul set de Il giustiziere sfida la città

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Toscano doc, burbero ma schietto: è scomparso all'età di 86 anni Umberto Lenzi, re incontrastato di quel poliziesco all'italiana che negli anni '70 riempiva le sale e faceva la fortuna dei produttori. Suoi sono autentici cult quali Milano odia: La polizia non può sparare e Roma a mano armata.

Film di genere, costruiti ad arte per piacere ad una cospicua fetta di pubblico. Perché a Lenzi - per sua stessa ammissione - i film intellettuali non sono mai andati a genio. "I vitelloni gran film, La dolce vita un capolavoro, ma con 8 1/2 mi sono fatto un paio di palle". Non era certo tipo da mezze misure, il cineasta nato a Massa Marittima il 6 agosto 1931.

Tra i suoi maestri citava spesso John Ford, padre del western in bianco e nero. Amava De Sica e Rossellini (lo stesso non si può dire di Antonioni) ma fu grazie all'incontro con Pier Paolo Pasolini - Lenzi rimase folgorato dal romanzo "Ragazzi di vita" dell'allora sconosciuto poeta e regista - che l'autore de La banda del gobbo intraprese la carriera di filmmaker.

Mutande, asini e Tarantino

Lenzi esordì con alcuni film in costume, diresse poi l'"Ercole" Steve Reeves in un paio di pellicole di Sandokan (di lui il regista disse: "Di una bellezza sconvolgente, ma sarebbe stato più facile far recitare un somaro."). In seguito si distinse nel giallo a tinte sexy dirigendo i film di culto - specie all'estero - Orgasmo (1969) e Paranoia (1970).

Nella seconda metà degli anni '70 contribuì alla definitiva affermazione del poliziottesco grazie a titoli quali Il giustiziere sfida la città - il personaggio di Tomas Milian si chiamava Rambo, sette anni in anticipo rispetto al berretto verde di Sylvester Stallone - Napoli violenta e Il cinico, l'infame, il violento, pellicola che per la seconda volta metteva di fronte le due star del genere: Maurizio Merli e Tomas Milian. Il primo nei panni dell'inflessibile commissario dai modi spicci, il secondo in quelli di un viscido boss in ascesa.

Un discorso a parte merita il personaggio del Monnezza, che, assieme allo sceneggiatore Dardano Sacchetti, Lenzi cucì addosso a Milian, dal canto suo coinvolto nei dialoghi grevi del riccioluto e parolacciaro criminale romano. Fu Il trucido e lo sbirro che segnò l'esordio sul grande schermo del delinquente di borgata di stampo pasoliniano, incline al turpiloquio e ai furti. Con l'attore cubano Lenzi ebbe un rapporto di odio/amore a causa degli eccessi di Milian di quel periodo. 

Dopo diverse pellicole di successo, il regista toscano virò su B-movie decisamente più di nicchia. Sulla scia dello scalpore suscitato da Ruggero Deodato con Cannibal Holocaust del '79, Lenzi rispolverò il cannibal-horror con cui si era già cimentato anni prima (Il paese del sesso selvaggio, mai distribuito per problemi di censura). Nacquero così Mangiati vivi ('80) e Cannibal ferox ('81), pellicole idolatrate addirittura da Quentin Tarantino, fan dichiarato del regista italiano.

Umberto Lenzi: cinema ad alta velocità

Con Lenzi scompare definitivamente il cinema degli anni di piombo, spesso definito dalla critica come reazionario. A dire il vero quei film furono il termometro delle tensioni sociali dell'epoca, caratterizzata da una forte instabilità politica.

Cugini del poliziesco americano che aveva nel volto di Harry Callaghan il giustiziere senza mezze misure, scettico nei confronti dello Stato (accusato di essere troppo garantista nei confronti della criminalità organizzata), i B-movie tricolore erano spesso girati a basso budget.

Lenzi, strizzando l'occhio al cinema di Siegel e Friedkin, infarcì i suoi polizieschi di humour caustico, violenza spropositata e azione al cardiopalma: memorabili le sequenze ad alta velocità, spesso girate attraverso formidabili camera-car (spesso velocizzando in sede di montaggio gli inseguimenti). Confrontandoli col cinema italiano di oggi, ci si accorge di quanto i pochi mezzi a disposizione favorissero l'inventiva e il coraggio degli addetti ai lavori.

A tal proposito, è utile citare l'intervista di Alberto Pallotta - autore del libro "Quel fenomeno der Monnezza" - a Umberto Lenzi proprio in merito al divario tecnico-artistico fra il cinema di genere e i gangster movie all'italiana di oggi:

Io facevo partire l'azione in mezzo al traffico, posizionando la macchina da presa sul cofano di un auto, senza alcun problema. Oggi non si fa nulla senza computer. Vidi il trailer di 'Romanzo criminale', c'era un'esplosione che sembrava uscita fuori da 'Minority report'. Si vede che è fatta al computer. Io invece mettevo cariche di dinamite vera arricchite da 400 litri di benzina e le facevo esplodere, con gli attori che stavano ad una trentina di metri.

Bastano poche parole per capire quanto Lenzi, divenuto negli ultimi anni un ottimo scrittore di gialli, sia rimasto legato ad un certo tipo di cinema artigianale con cui si è perduto da tempo il contatto.

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