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American Horror Story: Cult. Recensione episodio 5. La setta

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Lucida follia. Quella di Kai Anderson è la lucida follia che coniuga sadismo, crudeltà, sociopatia e obiettivi politici. Un episodio-capolavoro ricchissimo di colpi di scena.

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Gli estremisti sono gli unici che ottengono qualcosa.

Le parole che Ivy rivolge a Winter riassumono perfettamente il tema di questo quinto episodio di American Horror Story: Cult.

Un episodio che ruota attorno all’estremismo, alla perdita del contatto con la realtà, alla follia di seguire qualcuno che ti dice di massacrare un altro essere umano. Lo stesso estremismo che ci terrorizza ogni giorno, che ha la capacità di trasformare le persone, di cambiarle radicalmente, di renderle "altre" da quelle che erano.

Gli estremismi, è vero, ottengono qualcosa: ottengono lo scopo di mostrarsi come estremismi e null'altro.

Questo ci dice American Horror Story mentre mette in scena un episodio cruciale attraverso l’ennesima, originale rappresentazione dei mass media, della politica e dell’ambizione.

L’omicidio rituale con finte ispirazioni sataniche a scopo elettorale ha qualcosa di geniale: unisce la follia malata di un gruppo di assassini a sangue freddo a un progetto politico. Nella stagione in cui il vero orrore è solo uno, l’esito delle elezioni presidenziali.

American Horror Story: Cult. Beverly e Kai consultano i sondaggi

Non ci vanno per il sottile, Ryan Murphy e Brad Falchuk. Non ci risparmiano niente. A cominciare dalla teoria del complotto, in cui tutti sono coinvolti con la setta capeggiata da Kai Anderson. Tutti. Perfino Ivy, cara Ally. Perfino lei, tua moglie, fa parte di quel folle gruppo di assassini. A svelarlo è Meadow, poco prima di essere catturata per essere eliminata.

Ma noi lo sapevamo già. Noi veniamo messi in condizione di superiorità rispetto ai personaggi perché solo così possiamo capire davvero.

Kai trova modi sempre più crudeli di eliminare gli ostacoli sul proprio cammino. E - diciamolo - la sequenza del massacro di R.J. è veramente dura da digerire. Più di molte altre scene ben più cruente.

Ma è così che fanno, i politici: eliminano gli avversari con ogni mezzo a loro disposizione. Infangando, mentendo, complottando. Uccidendo, se necessario, nel caso di Kai. E anche quando non è effettivamente necessario, sempre nel caso di Kai…

Mostrare debolezza, in un gruppo di estremisti, è il più grave dei peccati. Dare di stomaco di fronte al primo omicidio dal vivo, come succede a Ivy, forse può essere perdonato. Ma ipotizzare di risparmiare qualcuno che Kai ha designato come vittima no. R.J. paga l’aver infranto l’unica vera regola di ogni setta che si rispetti: mai contraddirne il leader.

American Horror Story: Cult. Kai Anderson con il padre

Fra citazioni hitcockiane (più in versione “De Palma cita La finestra sul cortile in Omicidio a luci rosse", però), poliziotti corrotti, schiavi in soffitta e reporter assetate di sangue, questo episodio ci mostra la follia dietro l’apparente normalità. E ci svela un retroscena che definire “colpo di scena” sarebbe riduttivo.

Il destino dei genitori di Kai e Winter sarebbe già stato, in sé, in grado di lasciare il segno. Ma svelare l’identità del terzo fratello, il fratello maggiore, ha qualcosa di diabolico. Nel senso buono del termine, in sceneggiatura.

Il dottor Vincent, l’unico personaggio che finora era rimasto sempre un personaggio positivo, in tutto e per tutto, è la fonte stessa del male. Di quel male coltivato in casa Anderson, ma non per pura crudeltà. No.

Ancora una volta, per fini pratici. Fini economici e professionali. Non vorrai mica che l’omicidio-suicidio dei tuoi genitori macchi la tua carriera, no? Certo che no. E non vorrai perdere la pensione di mamma!

Così li lasci dove sono, i corpi di mamma e papà, affinché il tuo fratellino minore possa andare a parlarci di tanto in tanto, coltivando la propria follia, da alternare alla lucidità del suo piano politico.

Lucida follia: così definirei quella di Kai. Forse lo farebbe anche il dottor Vincent.

Forse per questo li lascia lì, i suoi genitori. Perché durante il gioco della verità Beverly Hope costringa Kai a parlarne, facendolo piangere come un bambino. Lui, che prende a pugni chiunque mostra debolezza, è il vero debole. E ora, con l’ennesimo ribaltamento di ruoli di questa stagione, sappiamo chi ha davvero il potere: Beverly. Come dire: i mass media. Non è una sorpresa, vero?

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