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The Walking Dead, recensione episodio 8x03. Il mostro che è in noi

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Tutti noi abbiamo un lato oscuro. A volte, per sopravvivere, dobbiamo lasciarlo emergere. Ma come conviverci fa la differenza fra i veri mostri e i grandi leader. La nostra recensione di The Walking Dead 8x03

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Ancora quel sorriso. Il sorriso di Ezekiel mentre va incontro ai Salvatori, pronti per attaccare lui e il suo esercito. Il sorriso che diventa anche il sorriso di Carol… E poi il fischio.

Quel fischio che conosciamo bene, che annuncia la presenza dei Salvatori. Tanti Salvatori, tantissimi. Abbastanza da circondare i soldati del Regno. Ma...

Loro hanno i numeri. Noi abbiamo la strategia.

Le parole di Carol e il suo sorriso ci fanno credere che l’ottimismo di Ezekiel sia giustificato. La vittoria, senza nessuna perdita, lo dimostra.

Fino al massacro nel finale…

Il terzo episodio di The Walking Dead 8 ci lascia con un cliffhanger da incubo dopo averci raccontato dei “mostri” che vivono dentro gli uomini.

Morales, mentre lo tiene sotto tiro, dice a Rick che è un mostro. Ma un mostro non reagirebbe così alla morte del suo nemico: quando Daryl uccide Morales, sul volto del leader appaiono, inequivocabili, stupore e dolore.

Le stesse emozioni che esprimerà con lo sguardo quando Daryl ammazzerà il Salvatore che si era arreso.

Rick Grimes non è un mostro, è solo il leader di una famiglia che deve proteggere. Una famiglia che deve sopravvivere.

Negan - che non vediamo in questo episodio - è un mostro. Un vero mostro.

Questo episodio ci dice che dentro ciascuno di noi c’è un mostro, ribadendo uno dei messaggi principali dell’intera serie, ma anche che c’è modo e modo di conviverci.

Il mostro dentro Rick è emerso più volte, nell’arco della storia. Ricordiamo, per esempio, l’indimenticabile e simbolica uccisione di Joe nel finale della quarta stagione.

Il mostro dentro Daryl agisce alla luce del sole: ha smesso di chiedersi se si può discutere con i Salvatori dopo essere stato rinchiuso e torturato per settimane.

Il mostro dentro Morgan gli ha fatto capire che non può più contribuire alla causa. Tanto da farlo allontanare.

E il mostro dentro Gregory si nasconde ancora, abilmente, fra le bugie: Maggie lo lascia rientrare a Hilltop, perdonandolo (perché non sa di Gabriel).

Così come perdona i Salvatori condotti da Jesus, concedendo loro una seconda possibilità.

La domanda, in tutte le situazioni, è sempre e solo una: si può perdonare un uomo che agisce come un mostro? Sì. Ma solo se chi lo deve perdonare sa che tutti abbiamo un mostro dentro di noi. E se lo sa perché ha visto emergere il suo, in qualche occasione.

Questo episodio porta avanti il conflitto su più fronti. Ci mostra il commovente addio fra Aaron ed Eric.

Eric sa che non rivedrà più l’uomo che ama, sa di essere in punto di morte. Ma il suo altruismo prevale: la battaglia ha bisogno di Aaron, ed Eric accetta di morire da solo. Aaron, invece, deve accettare di vederlo andare via, barcollante, dopo essersi trasformato in zombie.

Se l’amore è speranza, in The Walking Dead la speranza è morta. Di nuovo

Se Gregory è la metafora della politica (che mente, fa i propri interessi, calpesta gli altri e invoca la soluzione diplomatica solo per convenienza), Eric è la metafora di un amore che deve trasformarsi in sacrificio.

La vita e la morte: subito dopo la perdita di Eric, Aaron - ricoperto del sangue del compagno - prende in braccio Gracie. La bambina che Rick è tornato a prendere una volta liberato l’edificio. La bambina che Aaron s’impegna a portare a Hilltop, al sicuro, per rendere omaggio alla vita.

Benché spesso in secondo piano, Aaron è un grande personaggio: leale, coraggioso, altruista e generoso, ha il compito di mostrare a tutti come si possa credere in un futuro migliore. In un mondo più grande, e ricco di nuove opportunità.

Credere in una nuova vita, credere in una nuova società, credere fermamente nella vittoria.

Finché un cecchino ti porta via la speranza… Di nuovo.

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