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Björn Borg e John McEnroe: ecco perché il cinema racconta la rivalità perfetta

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Splendido esempio di biopic, Borg McEnroe riporta in auge il mito dei due formidabili tennisti, coloro che hanno cambiato tutto. Non solo il tennis.

Björn Borg e John McEnroe nella celebre finale di Wimbledon

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La vita è un incontro di tennis tra estremi polarmente opposti: vincere e perdere, amare e odiare, aperto e chiuso, dritto e rovescio. Sembra rispondere ad una logica binaria, lo sport che la biografia "Open" (splendido memoir di Andre Agassi) analizza dentro e fuori il campo. Chi c'era, quel 5 luglio 1980, seduto nel Centre Court lo sa bene. Ricorderà infatti il dualismo principe del tennis: quello che ha avuto per protagonisti Björn Borg e John McEnroe.

Lo svedese di ghiaccio - chiamatelo IceBorg o l'Orso, fa lo stesso - e Genius, l'iracondo americano, hanno segnato un'epoca attraverso una rivalità sportiva che ha travalicato i confini del rettangolo di gioco, spostando l'asse di popolarità del tennis - da sport d'élite a disciplina dal seguito enorme - e caratterizzando perfino la moda di allora: capelli lunghi oppure ribelli, stretti in fascette cool; le magliette a righe della FILA e le polo sobrie di Sergio Tacchini.

Non è un caso che due dei più grandi tennisti di tutti i tempi abbiano attirato le attenzioni del Cinema, da sempre spazio vitale per biografie sportive dal forte coinvolgimento emotivo. E Borg McEnroe, pellicola diretta da Janus Metz con protagonisti Sverrir Gudnason nei panni del re nordico del fondocampo e Shia LaBeouf in quelli di Mr. genio e sregolatezza fautore del serve-and-volley, è un'opera coraggiosa, intensa, avvincente. Non a caso ha conquistato la Festa del Cinema di Roma, aggiudicandosi il premio del pubblico.

Dritto e rovescio (a due mani)

Perché portare sul grande schermo le figure di Borg e McEnroe? Per la caratura dei personaggi, ovviamente, protagonisti di quella che è stata definita la migliore rivalità di sempre (non solo del tennis): il contrasto tra le due figure era infatti lapalissiano - uno europeo, l'altro americano; uno introverso, l'altro fin troppo plateale; lo svedese attendista, McEnroe votato all'attacco - e mai nel tennis, almeno fino all'avvento del duo Federer/Nadal, due campioni hanno spaccato la tifoseria in maniera così netta.

Il confronto tra i due è ancor più esaltato dal fatto che il tasso tecnico, tra la metà degli anni '70 e il decennio successivo, era elevatissimo. In quegli anni hanno calcato la superficie di gioco campioni del calibro di Jimmy Connors, Ivan Lendl, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Ilie Năstase, Mats Wilander, senza contare professionisti brillanti quali Yannick Noah e Vitas Gerulaitis.

Il dualismo Borg/McEnroe, alimentato da 14 scontri diretti il cui bilancio è di perfetta parità (7 a 7, ma nessun confronto sulla terra rossa, dove Borg non aveva rivali), raggiunse il suo apice nella finale di Wimbledon del 1980, che è stata denominata "The Match", ovvero uno degli incontri più avvincenti del Grande Slam. Il motivo? L'interminabile tie-break al quarto set (durata: 26 minuti, sembra quasi fantozziana), con ben 6 match point annullati da McEnroe - e 7 set point scongiurati dallo svedese - che incollarono gli spettatori ai televisori di tutto il mondo.

La finale di Wimbledon del 1980 vide trionfare Borg, eppure consacrò campione McEnroe. Fu uno show, drammatico, teatrale (e per questo riproponibile sul grande schermo, bravissimo Metz a capirlo). Il campione nato a Stoccolma perse 16-18 al tie-break, lasciando presagire la vittoria del giovane ribelle americano. Borg dichiarerà in seguito di aver trascorso "il minuto più brutto della sua vita, credendo di perdere". Trovò invece la forza di reagire, aggiudicandosi il suo quinto Wimbledon (record prima eguagliato e poi superato solo da Roger Federer).

McEnroe avrà la sua rivincita già a partire dall'anno successivo, il 1981, in cui scalzò Borg dalla vetta del ranking aggiudicandosi il torneo principe sull'erba. 

Ghiaccio vs Fuoco

Borg e McEnroe in uno scatto di fine anni '70

Ripetitività ossessiva vs fantasia e intuizione, controllo dei nervi e agonismo esasperato: il contrasto tra i due personaggi interessa tecnica, temperamento e stile di gioco. Scopriamolo da vicino:

Lo svedese silenzioso (e tormentato)

Nel '74 il mondo si accorse di Björn Borg. Non ancora diciottenne vinse a Roma su Nastase in 3 set e due settimane più tardi trionfo a Parigi, vincendo il suo primo Roland Garros. In seguito vincerà altri 5 titoli sulla terra rossa arrivando 4 volte in finale agli US Open.

Nel mondo tradizionalmente conservatore del tennis, Borg ha saputo rompere gli schemi in punta di piedi. Non solo outfit ricercati e capelli lunghi, anche lo stile è stato rivoluzionato dallo svedese silenzioso: celebre l'introduzione del rovescio a due mani (emulato all'infinito), l'utilizzo di colpi arrotati e la proverbiale capacità di palleggio dal fondo, complice un'impressionante mobilità (oltre alla notevole resistenza). Sotto certi aspetti, è stato definito "un eretico del tennis".

Eppure ha caratterizzato un'epoca dal punto di vista tecnico, con l'assunzione della posizione frontale di dritto grazie ad una coordinazione oculo-manuale che gli permetteva di dominare il campo come nessun altro. La predilezione della tecnica cosiddetta unit-turn (busto e braccia tese) e il grip della racchetta insolitamente lungo hanno fatto il resto.

Il ritiro di Borg a soli 26 anni (che ricorda quello abbastanza recente di Justine Henin) fece scalpore, così come il suo tentativo di suicidio nel 1989 (fu salvato da Loredana Bertè, con cui convolò a nozze poco dopo). Il campione di ghiaccio si sciolse così, dal giorno alla notte, tentando il ritorno nei primi anni '90, quando le fibre avevano da tempo preso il posto del legno per le racchette e il tennis si era evoluto. Fu un fallimento.

La fantasia al potere. Assieme agli eccessi.

Disciplinato? Mica tanto. John McEnroe è stata la perfetta antitesi di Borg. Cresciuto a Manhattan in una famiglia di origini irlandesi, l'americano non tardò a far conoscere al pubblico il suo temperamento focoso: si prendeva gioco degli avversari, insultava gli arbitri - memorabile il suo "You cannot be serious!" rifilato al giudice Ted James, definito pure "la feccia del mondo" - e se da un lato provocò lo sdegno dei tifosi senior del tennis, dall'altro affascinò i giovani fan, incuriositi dall'animo punk e ribelle del "Mcnificent" John.

Diversamente dal suo rivale, McEnroe era indisciplinato: serviva con i piedi paralleli alla riga di fondo, saltava quando colpiva la palla, possedeva un dritto debole. Difetti che nessuna scuola di tennis che si rispetti vorrebbe veder manifestati su un rettangolo da gioco. Eppure l'americano riusciva a trasformarli in un punto di forza. Il motivo? In primis, essendo mancino, McEnroe poteva permettersi di effettuare il servizio con la schiena alla rete, complice la formidabile torsione del busto di cui disponeva.

E un servizio efficace era propedeutico alla tattica aggressiva tipica di un giocatore da serve-and-volley come l'irascibile statunitense. Quasi sempre, dopo una buona prima di servizio, faceva seguito una volée di approccio corta e bassa per mettere in difficoltà nella risposta l'avversario di turno. I "difetti eccellenti" di McEnroe lo porteranno ad essere il numero 1 del mondo per 4 anni di fila (dal 1981 al 1984) e ad interrompere la striscia positiva di Borg a Wimbledon di 41 vittorie consecutive.

Non meno numerosi sono stati i provvedimenti disciplinari a carico dell'americano. E non è un caso che ad impersonarlo sul grande schermo sia stato chiamato un attore dal temperamento badass come Shia LaBeouf. L'approccio al personaggio tramite il metodo Stanislavskij deve essere stato per l'attore di Transformers una pura formalità.

Borg McEnroe è nei cinema italiani dal 9 novembre 2017.

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