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American Horror Story: Cult. Recensione episodio 7. Valerie Solanas

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La manipolazione da parte dei leader di culti e sette è al centro di questo episodio. Ma c’è molto di più: c’è il senso di tutta la stagione, qui. E c’è il dito puntato contro i colpevoli: noi…

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Prima che American Horror Story: Cult andasse in onda, Ryan Murphy aveva dichiarato che in questa stagione Evan Peters aveva dato il meglio di sé, regalandoci la sua migliore interpretazione.

Aveva ragione, e ora che l’attore ha iniziato a dar vita anche ad altri personaggi, oltre a quello di Kai Anderson, è davanti ai nostri occhi.

In attesa di vederlo nei panni di Charles Manson, lo seguiamo mentre interpreta Andy Warhol e il suo ruolo nella storia di Valerie Solanas.

Il settimo episodio di Cult ci parla del culto delle personalità (tema chiave della stagione) e della manipolazione da parte dei leader delle sette. Ma non solo.

Valerie Solanas, la donna che tentò di assassinare Andy Warhol, aveva fondato un movimento femminista estremista basato sullo SCUM Manifesto.

Affetta da schizofrenia, la Solanas aveva un grande carisma, tanto da convincere i suoi seguaci a dichiarare cose terribili e a farne di peggiori.

La sua storia - dello stretto rapporto con Warhol, dei contrasti causati dalla convinzione dell’artista che le donne potessero fare solo le modelle o le attrici e del copione rifiutato e deriso - era già ricca di spunti narrativi sufficienti a confezionare un episodio coi fiocchi.

Ma Ryan Murphy e Brad Falchuk si sono spinti oltre. Hanno intrecciato la storia di Valerie con quella di Zodiac, uno dei serial killer più celebri della storia americana, mai catturato né identificato.

Il film di David Fincher su Zodiac, citato anche dal personaggio di Winter, ricostruiva - oltre alle terribili gesta dell’assassino - l’atmosfera politico-sociale dell’epoca.

American Horror Story: Cult fa lo stesso con questo episodio, immergendoci nel clima degli anni ’60, della rivoluzione sessuale, della ribellione a una società che doveva necessariamente evolversi.

La cronologia si muove fra il passato, con la storia della Solanas, e il presente, con le conseguenze dell’attentato (finto) subito da Kai: la vittoria alle elezioni, il filmato amatoriale che incastra Meadow (ma Ally resta in carcere, rifiutandosi di parlare), il cambio di rotta che vede Kai escludere Beverly, Winter e Ivy dal suo “circolo maschile”.

E, naturalmente, l’arrivo di Bebe Babbitt (la grande Frances Conroy), l’ex amante della Solanas, che manipola le donne della setta di Kai per spingerle ad ammazzare Harrison.

Manipolazione. Omicidi. Orrore. Farneticazioni: in questo episodio - e in questa stagione - American Horror Story ci parla di noi, delle nostre debolezze, delle falle nella nostra società, delle contraddizioni nella nostra natura.

La settima stagione è diversa da ogni altra - come sempre accade - ma stavolta si spinge oltre i confini che non aveva ancora superato: se la prende con noi.

Siamo noi il gregge di cui parlava Kai. Siamo noi gli elettori facilmente manipolabili, pronti a seguire chi ci promette di più e a credere a chi risulta più convincente.

Siamo noi a conferire ai media tutto il loro potere, a creare i mostri da sbattere in prima pagina e a lasciare che il circo mediatico si scateni, aizzandolo.

Siamo noi. Noi. Con le nostre debolezze, le nostre insicurezze, i nostri assurdi desideri.

Noi.

E ci meritiamo che sia Kai, ancora una volta, a controllare Bebe, a muovere i fili e a determinare il nostro destino.

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