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L'Ora più Buia, la recensione del film con Gary Oldman

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Con L'Ora più Buia il regista Joe Wright si confronta con la Storia e con la figura di un leader politico: un Winston Churchill con le fattezze di un irriconoscibile Gary Oldman. Il film arriverà nelle sale italiane il 18 gennaio.

Gary Oldman in una scena del film L'Ora più Buia

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Dopo il precedente Pan - Viaggio sull’Isola che non C’è, Joe Wright si confronta con la grande Storia in un'analisi affamata di Oscar più fredda che lucida e con un protagonista d’eccezione: Gary Oldman.

Accolto con fragorosi applausi al termine dell’anteprima stampa avvenuta al Torino Film Festival 2017 (dove è stato presentato nella sezione Festa Mobile), L'Ora più Buia arriverà nelle sale italiane il 18 gennaio distribuito da Universal Pictures.

È curioso che nell’anno di Dunkirk un film come L'Ora più Buia contenga diversi riferimenti alla battaglia di Dunkerque (conosciuta anche come Operazione Dynamo), già al centro del film di Christopher Nolan. Il film diretto da Joe Wright mostra però i retroscena di quegli eventi prestando occhio al panorama politico di sfondo. Ci troviamo dunque nella vita privata di un di potere, colui che tiene in mano le sorti di un’intera nazione.

Un carismatico leader di fronte al dilemma di una nazione

Siamo in piena guerra mondiale e la minaccia di un’invasione tedesca per il Regno Unito si fa sempre più vicina. Il popolo inglese attraversa quindi la sua "ora più buia" e al Primo Ministro Winston Churchill toccherà la decisione più difficile.

Che fare? Negoziare la pace con la Germania o combattere contro un destino avverso? Con al suo fianco la sempre fedele moglie Clementine (Kristin Scott-Thomas), Churchill riuscirà a mobilitare la politica incerta della nazione grazie anche ad un aiuto del tutto inaspettato.

Il cinema di Joe Wright ci ha ormai da tempo abituati ad una mise en scène spesso raffinata e ad una filmografia di chiara ispirazione classica, e L'Ora più Buia non fa certo eccezione. In questo film Wright si concentra sull’uomo prima ancora che sulla Storia, stringendo le inquadrature sul volto di un irriconoscibile Gary Oldman, ben fotografato dal maestro Bruno Delbonnel (Big Eyes e Dark Shadows).

Il ritratto intimo che il regista traccia di Churchill sembrerebbe interrogarsi sul difficile ruolo del leader, sulla sua condotta e sulla sua capacità di porsi come exemplum. La salvifica risposta finale risulta però esageratamente semplicistica e di parte. Ma non è l’unico problema del film.

La sceneggiatura affronta questa figura storica con un dichiarato interesse verso la sua umanità piuttosto che per la sua immagine pubblica. In effetti, anche l’incontro tra Churchill e il popolo britannico sembrerebbe muoversi su questa stessa linea. Si tratta di un momento centrale e determinante nel film, che ha però l’effetto di scivolare in una rappresentazione fin troppo convenzionale e ben poco esaustiva.

Inoltre il racconto rinuncia completamente ad avere un climax affidando tutto ad una poco memorabile prova di overacting del suo interprete, che tuttavia non riesce a rimediare alla pochezza dei contenuti.

L'operazione discorsiva operata da Wright, forse spaventata dall'idea di spingersi troppo oltre, nel complesso non convince e risulta cristallizzata nell'immagine intimista del leader.

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