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The Walking Dead, il senso profondo dell'ottava stagione

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L'ottava stagione di The Walking Dead è profondamente diversa dalle precedenti. Per questo, sta ricevendo molte critiche. Ma il cambiamento era necessario...

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L’ottava stagione di The Walking Dead - come Robert Kirkman e parte del cast avevano anticipato - è profondamente diversa dalle precedenti.

Per questo, sono molte le critiche che le vengono rivolte.

Perché? Proviamo a capirlo insieme, svelando i meccanismi narrativi e il senso profondo di questi primi sette nuovi episodi.

La prima stagione aveva il compito di guidarci - con gli occhi del protagonista scelto per rappresentarci, Rick Grimes - attraverso un mondo in cui l’ordine naturale era stato sovvertito.

La catastrofe scatenata dall’epidemia zombie era solo il primo passo di una storia destinata a muoversi attraverso passaggi successivi obbligati.

L’esplorazione del nuovo mondo nelle prime stagioni ci spiegava le regole del gioco (incluso il famoso “segreto” confidato a Rick dal dottor Jenner), ci presentava i personaggi, metteva in scena le dinamiche di gruppo e stabiliva le gerarchie.

Dalla terza stagione in poi, con l’introduzione di Woodbury e del Governatore, The Walking Dead ci diceva senza mezze misure che il vero pericolo, nel nuovo mondo, sono gli uomini.

I vaganti, sebbene inarrestabili, non hanno secondi fini. Non sono crudeli, non tradiscono, non complottano, non mentono.

Gli uomini, invece, sì. Ed è a questo punto che gli autori espongono il nucleo della narrazione: non ci sono solo i “cattivi”. Ciascuno dei personaggi - ciascuno di noi - nasconde un lato oscuro.

Dalla quarta stagione in poi, quel lato oscuro inizia a emergere, più o meno marcatamente, dopo le fondamenta gettate dal personaggio di Shane fin dal principio.

Rick Grimes, i nostri occhi e le nostre orecchie in questa avventura, perde l’orientamento più volte. Comprensibilmente.

Commette degli errori, abbraccia parte del proprio lato oscuro, naviga a vista.

Perché Rick Grimes, come tutti gli altri personaggi, è umano. Quindi imperfetto.

Le stagioni più mature di The Walking Dead, dopo aver posto queste premesse, si concentrano esattamente su questo: sull’imperfezione dell’umanità.

Contrapposte alle azioni degli zombie, che hanno sempre e solo un unico scopo (nutrirsi), quelle degli uomini diventano l’occasione per esplorare non tanto il nuovo mondo, quanto la capacità degli uomini di adattarvisi. O la loro incapacità di farlo.

Le serie corali

The Walking Dead, come quasi tutte le serie di maggior successo della storia, è una serie corale.

Il che, se da un lato offre al telespettatore una molteplicità di punti di vista e un’offerta diversificata per il processo di identificazione (fondamentale per garantirsi l’affetto del pubblico), dall’altro lato si porta dietro quasi sempre le stesse critiche.

Da Star Trek a Lost, da Friends a E.R., da Beverly Hills 90210 a Buffy, da I Soprano a Game of Thrones, da Modern Family a Grey’s Anatomy (tutte serie di grandissimo successo, e tutte serie corali), il percorso è sempre stato lo stesso: il necessario cambiamento di registro narrativo.

Proprio come nella vita, le serie TV corali crescono insieme ai loro personaggi.

Non è solamente una questione anagrafica (nei teen drama i personaggi diventano grandi, per esempio passando dall’ambiente scolastico a quello lavorativo), bensì una questione di passaggi obbligati.

Nelle serie corali il percorso narrativo, a prescindere dal genere, è sempre lo stesso:

  • presentazione dell’ambiente e introduzione dei personaggi;
  • approfondimento delle regole del mondo straordinario in cui si svolge l’azione (sia esso Westeros o il Seattle Grace, le regole vanno stabilite sempre);
  • esplorazione della storia e del passato dei vari personaggi, a cominciare dai protagonisti per passare poi a personaggi secondari e ricorrenti;
  • evoluzione della trama in base all’evoluzione dei personaggi stessi.

Naturalmente ho semplificato, per non dilungarmi troppo, ma spero che sia sufficiente a riassumere le tappe fondamentali che ci portano a questa ottava stagione di The Walking Dead, che corrisponde all’ultimo punto dello schema qui sopra.

Per comprendere il senso profondo di questa ottava stagione, basta riconoscere le tappe qui sopra.

In questo modo, anche gli episodi meno apprezzati da pubblico e critica (cito un esempio celebre: l’episodio dedicato a Tara e al suo arrivo nel villaggio di donne sopravvissute) hanno una funzione importante nel quadro generale.

Approfondiscono la psicologia del personaggio - che è diverso da tutti gli altri, nelle serie ben scritte, quindi offre punti di vista differenti - e ci mostrano come i vari “tipi” umani reagiscono nelle varie situazioni e come si evolvono per sopravvivere.

Inoltre, consentono di conoscere meglio il contesto ambientale (il villaggio delle donne sopravvissute alla strage compiuta dai Salvatori nell'episodio appena citato ha la funzione sia di sottolineare la forza delle figure femminili, che nella serie hanno un ruolo di primo piano, sia la crudeltà dei Salvatori, che ancora non avevamo avuto modo di conoscere bene).

I personaggi in The Walking Dead cambiano, gli eventi si adeguano

La stagione 8 di The Walking Dead sta portando avanti l’evoluzione della trama in base all’evoluzione dei personaggi, in TV in modo differente dal fumetto, ma il meccanismo è lo stesso anche nel fumetto (con esiti diversi per scelte narrative precedenti diverse).

I primi 7 episodi di questo nuovo ciclo ci stanno raccontando il cambiamento e le storie personali dei personaggi secondari o appena arrivati rispetto al gruppo iniziale (da Negan a Gabriel, da Eugene a Jesus, da Gregory a Jadis…), usandoli per dare la direzione agli eventi.

Senza, naturalmente, mettere da parte i protagonisti.

Esempio pratico: il cambiamento di Daryl, iniziato proprio in questa stagione, viene sottolineato nei momenti in cui il braccio destro di Rick ricorda la prigionia presso il Santuario, le violenze subite, la rivalità con Dwight e, naturalmente, il massacro dei suoi amici. In particolare quello di Glenn, punito per la ribellione di Daryl.

In questa stagione Daryl inizia a chiudersi di nuovo in se stesso, torna ad assecondare la propria impulsività e persegue - benché non lo ammetta apertamente - un obiettivo di vendetta.

Per questo, contesta le decisioni di Rick - che frenano il suo istinto di attaccare subito e di eliminare tutti i nemici - al punto di arrivare a uno scontro fisico.

Non pago, poi, Daryl decide di prendere l’iniziativa organizzando un attacco che, come abbiamo visto, è destinato a portare conseguenze molto negative.

La sua trasformazione, come vedete, influenza l’andamento della trama.

Lo stesso discorso si può applicare a tutti i personaggi (a cominciare da Rick che, in senso esattamente opposto, fa di tutto per risparmiare più vite possibili, per continuare con Morgan, incapace di immaginare un futuro di pace accanto a chi una volta era suo nemico).

Ezekiel e lo sterminio dei suoi soldati, la decisione di Jesus di fare prigionieri i Salvatori, il tradimento di Gregory, la trovata di Eugene per allontanare i vaganti e l’incapacità di Dwight di ucciderlo per questo sono tutti eventi, con le loro conseguenze, derivati dall’evoluzione del comportamento dei personaggi.

Un approfondimento necessario

Ecco, quindi, perché è necessario approfondirne la psicologia e raccontarne la storia. Anche quando si tratta di personaggi poco amati dal pubblico, ma con un ruolo e una funzione precisa nel disegno generale.

Ecco perché non si tratta di “brodo allungato”: The Walking Dead è distante anni, molti anni, dal momento in cui ci raccontava la quotidiana lotta per la sopravvivenza in un mondo dominato dagli zombie. E la sua scrittura è accuratamente pianificata.

Oggi la serie ci racconta - come tutte le altre serie corali prima di lei - cosa significa per ciascuno dei personaggi confrontarsi con le esperienze fatte finora e prendere delle decisioni sulla loro base. E, naturalmente, sulla base delle loro storie personali, dei loro ideali e dei loro obiettivi.

In sceneggiatura si dice sempre che un buon personaggio non subisce gli eventi, li guida.

E in The Walking Dead la scrittura è talmente minuziosa che è l’insieme dei personaggi a guidarla, anziché subirla.

Per comprendere il senso profondo di questa stagione, e di come la serie sia cambiata rispetto alle prime stagioni (come succede sempre, in ogni serie corale), basta concentrarsi su questo.

Assaporando ogni nuovo indizio, ogni segreto svelato, ogni atteggiamento che suggerisce un cambiamento imminente.

E un nuovo evento, scatenato da quello stesso cambiamento.

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