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American Horror Story: Cult. Recensione episodio 10. Charlie è qui

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Paranoia, allucinazioni, delirio di onnipotenza. Tutti i leader delle sette più spietate finiscono per soffrirne. E Kai Anderson non fa eccezione. Tanto da superare il limite.

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La cultura pop è la base di riferimento per questo nuovo, spettacolare episodio di American Horror Story: Cult.

A partire dal titolo (Charles in Charge è quello originale della sitcom Baby Sitter con Scott Baio), a cui è stato aggiunto il cognome del leader di sette più famoso della storia, per proseguire con le infinite citazioni disseminate ovunque.

Fra i legami con l'attualità - dal dibattito Hillary-Trump in TV al comizio condito dallo scontro con gli oppositori - alla storia moderna (arte, musica, letteratura), il decimo episodio della serie si spinge oltre limiti che non aveva ancora nemmeno sfiorato.

Come avevamo previsto, Ally sta assumendo un ruolo sempre più forte e dominante, completamente opposto a quello che ce l'aveva fatta conoscere.

E sì, certo: Kai Anderson ora ha una degna avversaria. Un'avversaria tanto abile da arrivare a uccidere per lui, pur di guadagnarne la fiducia.

Non solo. Ally uccide Bebe per salvargli la vita. Perché Kai è indispensabile per il suo piano...

L'inizio della storia

Il teaser dell'episodio ci inizia il momento esatto in cui la storia di Kai Anderson prende vita: lo schiaffone appioppato all'amica di Winter gli procura una denuncia, con conseguente condanna alla libertà vigilata e obbligo di una terapia per il controllo della rabbia.

E chi c'è a fargli da terapeuta? Lei, Bebe Babbitt, la donna che ha suggerito a Kai di darsi alla politica e che gli ha trovato uno scopo: scatenare la rabbia delle donne americane, al punto da far crollare la diga che la contiene da ormai molto tempo.

Kai inizia, quindi, come discepolo di Bebe. Non è un fatto da poco, visto che gli autori ci mettono in guardia da qualsiasi movimento estremista, a cominciare dal femminismo predicato da Valerie Solanas.

Anche lo scontro fra Kai e i suoi oppositori, durante il comizio, rafforza il messaggio. Ogni posizione estremizzata porta a conseguenze pericolose. Per tutti.

Pensavamo che l'idea di Kai fosse nata dalla sua personalità, ma ci sbagliavamo: affonda le radici nelle correnti estremiste degli anni '60, per dirci che in qualche modo la storia si ripete. A meno che noi non siamo così bravi da vigilare affinché non accada.

American Horror Story: Cult. Bebe Babbitt è la terapeuta di Kai Anderson

Cielo Drive

Sempre per ribadire la pericolosità degli estremismi, Ryan Murphy e Brad Falchuk - che firmano personalmente la sceneggiatura di questo episodio cruciale - ci guidano, appunto, da un estremo all'altro.

Dal femminismo estremista dello SCUM Manifesto alla misoginia di Charles Manson, uno dei più temuti e famigerati leader di sette della storia americana e mondiale.

Nel suo spazio per le "favole" raccontate ai seguaci, Kai ripercorre le tappe della notte fra l'8 e il 9 agosto 1969, divenuta tristemente come la notte del massacro di Sharon Tate e di altre 

Stavolta, però, American Horror Story non si limita a mostrarci una ricostruzione con Evan Peters mescolata a immagini di repertorio, com'era accaduto con l'episodio dedicato ai suicidi di massa.

Stavolta, il cast della serie - oltre a Peters ci sono Sarah Paulson, Leslie Grossman, Billie Lourd e Billy Eichner, gli interpreti di Ally, Meadow, Winter e Harrison - scende in campo per ricostruire minuziosamente il massacro compiuto dalla Famiglia dietro ordine di Manson.

La Tate, incinta di 8 mesi del figlio di Roman Polanski, venne massacrata nella sua casa di Beverly Hills insieme ad altre quattro persone.

Mentre il delirio di onnipotenza di Manson, capo di una comunità che chiamava Famiglia ma che in realtà era il suo parco giochi, diventa il delirio di Kai Anderson.

American Horror Story: Cult. Il massacro di Sharon Tate

Oltre ogni limite

Ed è proprio sotto lo sguardo e l'incitazione di Manson (interpretato dallo stesso Peters) che Kai si spinge oltre ogni limite, confermando di essere ormai diventato paranoico, vittima di allucinazioni e totalmente incapace di prendere delle decisioni con lucidità.

Il limite è quello intoccabile, quello del legame con Winter, la persona più vicina e più cara che abbia mai avuto al mondo.

Se l'omicidio di Vince, il fratello maggiore, rappresentava una sorta di emancipazione, quello di Winter è il simbolo dell'estraniamento.

Dopo averlo visto strangolare a morte - fra le lacrime - la sua sorellina, Ally sa che Kai è in suo potere.

Fra le ultime parole di Winter c'è un avvertimento rivolto a Ally ("Assecondare le paranoie di mio fratello ti si ritorcerà contro"), che ha incastrato Winter per vendicarsi del tradimento con Ivy.

Ally Mayfair-Richards, la donna buona, la madre amorevole, la fobica in difficoltà dei primi episodi, è morta e sepolta.

Al suo posto ci sono l'Ira, la Vendetta, la Gelosia, l'Odio. Tutti sentimenti che, non a caso, la stessa attrice che dà vita ad Ally esprime durante il massacro di Cielo Drive.

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