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Logan e la nomination agli Oscar 2018 per la Miglior sceneggiatura non originale

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Film simbolo di un intero genere quasi sempre ignorato, Logan - The Wolverine è il termometro dei tempi grazie alla nomination agli Oscar 2018.

Hugh Jackman è un Logan invecchiato

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Tempi moderni? Forse sì, forse no. La sensazione, però, è che qualcosa in seno all'Academy si stia smuovendo. La nomination di Logan - The Wolverine per la Miglior sceneggiatura non originale agli Oscar 2018 è il segnale più evidente che l'arte può (e deve) trascendere il genere, nello specifico quello cinematografico.

Del resto è difficile non cogliere una parvenza di sublime in un western post apocalittico qual è quello con protagonista Hugh Jackman. Non chiamatelo, quindi, (solo) cinecomic. Sarebbe alquanto riduttivo per un film che concilia tematiche di un certo peso con le esigenze dell'action tout court, e lo fa sfoggiando una sincronia raramente vista dalle parti dei superhero movies.

Il mondo del futuro poggia su esperimenti in laboratorio condotti senza alcuno scrupolo ai danni di (x-)umani utilizzati come cavie; bilici radiocomandati sfrecciano sulle strade; Wolverine è un sopravvissuto costretto ad arrabattarsi come autista di limousine. Siamo dalle parti della distopia cara a Philip K. Dick, complice la costante e paranoica percezione di una società sottomessa al controllo di organizzazioni private.

Se il contesto generale offre spunti di riflessione assai interessanti, l'idea di uno Wolverine malato e invecchiato umanizza uno sguardo già di per sé introspettivo, giustificato pure dalla presenza di un moribondo Prof. Xavier (splendido Patrick Stewart) e dall'introduzione di X-23, ragazzina terribile col volto ispanico di Dafne Keen.

Si riflette sul concetto di mortalità, si assiste nel film ad un ricambio generazionale, si respira l'aria di un western di frontiera revisionista nei confronti di un genere abituato a metropoli distrutte da mostri giganti e mantelli svolazzanti.

Hugh Jackman e Patrick Stewart in una scena del filmHD20th Century Fox

Logan è un film intimista che apre al concetto di famiglia con l'idea di un antieroe tormentato chiamato a recitare il ruolo del genitore. Sarebbe stato delittuoso da parte dell'Academy ignorare quanto fatto da Mangold e soci (e la mancata nomination a Jackman e Stewart nelle rispettive categorie grida ancora vendetta).

È il punto più alto dell'intera storia dei cinecomic, addirittura più della vittoria postuma di Heath Ledger come Miglior attore non protagonista per Il Cavaliere Oscuro (e dei riconoscimenti ad inizio anni '90 del Batman di Tim Burton). È l'ammissione di una verità incontrovertibile, ossia che per una pellicola è (e sarà) possibile ottenere un riconoscimento qualunque sia la categoria a cui appartiene.

Suona quasi come un appello affinché la discriminazione basata sul genere - quello filmico - cessi di esistere per guardare solo alla qualità di un'opera. E pazienza se un domani il Premio Oscar di turno graffierà con gli artigli di Adamantio la sua statuetta dorata.

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