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Lo chiamavano Trinità... le scene più famose e le curiosità dei film con Bud Spencer e Terence Hill

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Gli aneddoti e i momenti più esilaranti di un classico della risata. Bud Spencer e Terence Hill in Lo chiamavano Trinità... e nel sequel.

Bud Spencer e Terence Hill in una scena del film

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Quando si dice "effetto cinema". Tutto, infatti, nacque per una cambiale. Anzi due. Nella seconda metà degli anni '60 l'ex campione del nuoto Carlo Pedersoli venne contattato dal regista Giuseppe Colizzi, intenzionato a realizzare un film dal titolo Il gatto, il cane e la volpe.

Serviva un attore dal fisico imponente e, all'epoca, il futuro Bud Spencer pesava quasi 160 chili. Al momento di discutere il cachet, Pedersoli chiese al cineasta 2 milioni di lire, indispensabili per il pagamento di due cambiali. Colizzi non accettò, quindi cercò vanamente un sostituto per poi assecondare la richiesta dell'ex olimpionico azzurro. 

Il film venne in seguito realizzato col titolo di Dio perdona... io no! e vi prese parte anche Mario Girotti a.k.a. Terence Hill, reduce da alcuni western in Germania, chiamato all'ultimo per sostituire Pietro Martellanza (alias Peter Martell). Nacque così una delle coppie più celebri del cinema - in verità nel film appariva anche Frank Wolff, morto poi suicida sul set di C'era una volta il West - che appena 3 anni dopo prese parte ad uno dei cult più amati di sempre: Lo chiamavano Trinità... diretto dall'esperto ex operatore di macchina Enzo Barboni, in arte E.B. Clucher.

Prima di parlarvi del film attraverso aneddoti, critica e curiosità, abbiamo raccolto alcune scene cult dei due film diretti da E.B. Clucher, Lo chiamavano Trinità... e  ...continuavano a chiamarlo Trinità:

 

Scena dei fagioli

Non mangiò per più di 24 ore, Terence Hill, prima di entrare nella sudicia taverna per strafogarsi direttamente dalla padella. La scena dei fagioli non ha neppure bisogno di commento, è fin troppo celebre.

Ad impreziosirla troviamo alcune espressioni come "l'animale affamato" rivolto dai due bounty killer a Trinità, che dal canto suo, dopo aver trangugiato l'abbondante porzione (ed essersi scolato una bottiglia di vino della casa), liquida il gestore con un perentorio: "I fagioli comunque erano uno schifo".

 

Scena del messicano

Il messicano ferito che compare all'inizio del primo film è in realtà l'italianissimo Michele Cimarosa. Viene operato sul posto dallo sceriffo Bambino e dall'aiutante Trinità senza che siano rispettate le più elementari norme igieniche. L'anestesia? Una bottiglia di whisky, che funge pure da disinfettante, mentre la polvere da sparo viene adoperata per cauterizzare la ferita.

Il messicano, ormai ubriaco, racconta ai presenti della sua "sposa aggredita al fiume da un gringo".

 

Scena di Mescal

Il più terrificante ceffone della storia del cinema lo rimedia lo sventurato Mezcal di Remo Capitani. Il capo dei messicani non può sapere che Bambino, infiltrato tra i mormoni, non è in condizioni di porgere l'altra guancia (lo farà in un futuro film) perché osserva la legge biblica "Occhio per occhio, dente per dente".

Mezcal non dimentica. E chi se la scorda quella cinquina.

 

Scena del bagnetto a Bambino

Un colosso come Bud Spencer immerso in una tinozza dall'acqua color catrame. Siamo nell'incipit del sequel ...continuavano a chiamarlo Trinità. Il fatto più sconvolgente è che, dopo Bambino, tocca al fratellino lavarsi nella stessa acqua sudicia. Ovviamente i due indosseranno, dopo il bagno, gli stessi vestiti sporchi che avevano in precedenza.

 

Scena del poker

È uno dei momenti più iconici del sequel. La fatidica partita a poker in cui ognuno dei giocatori ha in mano un punto - nemmeno a dirlo - da urlo. La vittima al tavolo verde è l'abile rounders Wild Cat Hendriks di Tony Norton, impegnato successivamente ad "apprendere" la lezione di Trinità al bancone del saloon.

È fin troppo noto che i numeri e i virtuosismi con le carte furono eseguito sul set dal mago Tony Binarelli.

 

Scena del ristorante

Il giorno che il galateo si suicidò. Bud Spencer e Terence Hill entrano nella "migliore mangiatoia di tutto lo Stato". Strapazzeranno i camerieri e scioccheranno gli aristocratici frequentatori del posto con i loro modi rozzi.

"Non devi suggerire, devi portarci da mangiare e anche alla svelta", si sente rispondere il maître al momento dei consigli per l'ordinazione. Geniale.

 

Fagioli western

Il western, all'epoca dell'uscita di Lo chiamavano Trinità, aveva già oltrepassato il suo periodo di massimo splendore. La sceneggiatura sperimentale di Barboni - che in sostanza proponeva di depauperare il genere dei suoi tratti più marcati, irrorandolo invece con una comicità tutta di situazione - venne rifiutata da diversi produttori, ma non da Italo Zingarelli.

Inizialmente si pensò a Franco Nero (che rifiutò a causa degli impegni), poi si puntò sulla coppia formata da George Eastman - lo ritroveremo in seguito in Regalo di Natale di Pupi Avati - e Pietro Martellanza.

Ma, visto il successo ottenuto dalla trilogia di Colizzi (dopo il primo film seguirono I quattro dell'Ave Maria e La collina degli stivali) con protagonisti Spencer e Hill, la produzione optò per il duo già consolidato.

Con Lo chiamavano Trinità... e con il seguito ... continuavano a chiamarlo Trinità lo spaghetti western imboccò la via della parodia di successo, in seguito sfruttata in un sotto-filone del genere. Nasce così il fagioli western, una variante in cui la componente sanguinaria viene completamente cancellata e sostituita da ceffoni e calci. Ciò che rese Lo chiamavano Trinità (e pure il sequel) un fenomeno unico del panorama mondiale è l'aver saputo adattare la logica del cartoon (in cui i protagonisti non muoiono mai) ad un genere abituato a cadaveri e ad un uso massiccio della violenza, specie dopo l'irruzione sulla scena mondiale di Sergio Leone e dei suoi bounty killer.

 

I segreti di un successo

Due protagonisti agli antipodi, due fratelli. Mano sinistra e mano destra del Diavolo. Il primo, un razziatore di cavalli spacciatosi per sceriffo, somiglia ad un bisonte barbuto. È scorbutico, insofferente, perennemente seccato e tendenzialmente irascibile. Risolve tutto a suon di cazzottoni e tremendi schiaffi.

Il secondo, se da un lato ripropone il cliché del pistolero abile, dall'altro tradisce completamente la tradizione. Trinità è un giovane pigro e svogliato che si trascina per il deserto (che poi è una cava di tufo dalle parti di Fiumicino) su una slitta trainata da un cavallo. Attaccabrighe seriale, dongiovanni impenitente, suscita costantemente le ire del fratellone "Bambino".

Con due protagonisti così, è chiaro che Lo chiamavano Trinità si risolse in un trionfo assoluto. Non vanno però dimenticate le maestranze: dal team di acrobati e stuntmen capitanati da Riccardo Pizzuti ai comprimari, tutti strepitosi, dal messicano Mezcal al Maggiore. Menzione speciale per le musiche e i dialoghi, entrambi eccellenti: il commento sonoro di Franco Micalizzi, la voce di Annibale Giannarelli, il fischio celeberrimo di Alessandro Alessandroni, frasi e battute cult ("È una giornata tranquilla oggi... falla finire com'è cominciata", Bambino rivolto al fratello cui prudono le mani).

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