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Tomb Raider, Lara Croft e la prima crociata: la recensione del film

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È al cinema il reboot di Tomb Raider con protagonista Alicia Vikander. Ecco la recensione del film di Roar Uthaug.

Alicia Vikander in una scena di Tomb Raider

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Vi è una differenza enorme tra mito e realtà, suggerisce nel finale di Tomb Raider il magnifico madido villain Walton Goggins. E se nel film diretto dal norvegese Roar Uthaug tale affermazione sottolinea il disprezzo con cui il bieco Vogel liquida l'ossessione del padre di Lara Croft (incapace, a suo dire, di distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è), una volta terminato il film va interpretata invece come laconico giudizio sul film.

Sì perché vi è un abisso tra la figura mitica dell'archeologo affascinante Indiana Jones e la dimensione da b-movie stiracchiato del reboot del celebre adattamento videoludico datato primi anni Duemila con protagonista la sexy Angelina Jolie. Non che i due film con l'ex signora Pitt siano ricordati come capolavori, tutt'altro.

Le uniche note positive del reboot di Tomb Raider arrivano dalle performance della tanto contestata Alicia Vikander (per motivi che non vale nemmeno la pena commentare) e da alcune scene d'azione azzeccate, che se non altro dimostrano un certo feeling di Uthaug con l'avventura al cardiopalma dell'ereditiera Croft.

La nuova Lara Croft è rinnovata in toto, sia nell'aspetto sia nella scrittura del personaggio. L'avventuriera smaliziata dalle forme generose, perfettamente a suo agio nel ruolo di action woman dal ricco conto in banca, cede il passo ad una giovane che sfreccia in bici per le strade dell'East London lavorando come corriere espresso. Si ostina, lei che è miliardaria, a mantenere un basso profilo, dividendosi tra il ring, le consegne e le corse clandestine.

Ribelle al tempo della crisi, verrebbe da dire. Ma perché la giovane Lara rinnega il suo status sociale? I motivi risiedono, come è facile intuire, nella scomparsa di suo padre, il magnate Richard Croft (lo interpreta Dominic West), avvenuta sette anni prima. Scomparsa vissuta dalla protagonista come un vero e proprio tradimento, che la spinge a rifiutare di continuo le incredibili ricchezze del genitore ("Parliamo della sua ricchezza, non della mia"; sibila Lara ad un certo punto, riferendosi alle immense fortune del padre).

Dopo essersi convinta a firmare le carte dell'eredità, accettando la presunta morte del genitore, la giovane riceve uno scrigno che contiene al suo interno una chiave ed un enigma da risolvere. Lara rintraccia così l'ultima destinazione conosciuta di suo padre, un'isola al largo delle coste giapponesi e decide di intraprendere un viaggio per far luce sul destino di Richard Croft, studioso con più passaporti di James Bond, che in un video pre-registrato mette in guardia sua figlia circa la maledizione millenaria della regina Himiko, la madre della morte.

La testarda scavezzacollo, con l'ausilio di un capitano col vizio dell'alcool (Daniel Wu), giungerà sull'isola scoprendovi la presenza della spietata Trinità, cupola criminale che intende gettare l'umanità nel caos.

Alicia Vikander in una scena del filmHDWarner Bros.

Il nuovo Tomb Raider è solo l'ultimo esempio di sinergia tra i settori videoludico e cinematografico che si risolve in un mezzo passo falso. Era accaduto già in passato: dall'insulso Need For Speed alla cocente delusione Assassin's Creed con protagonista Michael Fassbender. Somigliano a operazioni commerciali tirate su senza troppa convinzione (l'unica a credere nel ruolo è proprio la Vikander) nella speranza di intercettare le nuove generazioni di videogamer.

E il film di Uthaug, sul piano dell'intrattenimento, fa pure il suo: combattimenti corpo a corpo, sparatorie, inseguimenti mozzafiato, voli acrobatici e traversate convulse. Peccato che la pellicola sia supportata da una sceneggiatura debole, insipida, priva di colpi di scena (sappiamo sempre in anticipo cosa accadrà nel film e i cliché si sprecano).

Quanto a immaginario, iconografia e scrittura, parlare di strizzata d'occhio a Steven Spielberg è alquanto riduttivo: il riferimento, fin troppo scontato, è l'archeologo col volto di Harrison Ford. Ma la sterile sceneggiatura di Geneva Robertson-Dworet (ha curato anche lo script di Captain Marvel, auguri) e le soluzioni visive del film non si limitano ad omaggiare il "Bond dell'archeologia". Ne profanano il mito - da veri "cinema raider", altro che tombaroli - attingendo da Indiana Jones e l'ultima crociata per tracciare il rapporto padre/figlia (come i due Jones alla ricerca del sacro Graal), imitando spudoratamente intere scene: le prove da superare prima di entrare nella tomba di Himiko che ricordano da vicino il balzo della fede, le orme della parola di Dio e l'uomo penitente del terzo capitolo di Indy (in una scena si omaggia invece Il tempio maledetto). L'ingresso, poi, di Lara nella cripta assieme ai suoi nemici? Mettete loro una svastica sul braccio e il gioco è fatto.

Come anticipato, a risultare decisamente buone sono le prove attoriali della Vikander e di Goggins, il cui villain andrebbe mostrato a 2/3 dei cinecomic prodotti in questi anni. La protagonista, poi, insegue il ruolo di icona femminista senza mai sfociare nella retorica, evitando pure il rischio di incappare nella tanto in voga dimensione supereroistica. La sua Lara soffre, incassa, viene ferita, si rialza proprio come una comune mortale, limando così il confine tra realtà e fiction.

Se solo si riuscisse ad affiancarle una sceneggiatura che non frulli in modo approssimativo Indy, Bond ("La Trinità è ovunque!"; sembra la Spectre di 007) e La Mummia, potremmo parlare di una convincente ed esotica saga action. Il mito, però, è un'altra cosa. Indossa un cappello Fedora e impugna una frusta. 

Voto5,5/10

Il nuovo Tomb Raider è il film ideale per chi è alla ricerca di un paio d'ore di evasione ma nulla più, perché la trama è degna di un b-movie e i cliché si sprecano. Pollice su per Vikander e Goggins.

Emanuele Zambon

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