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Totò Riina: le verità nascoste del Capo dei capi

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È considerato il Capo dei capi. È colui che ha messo in atto la strage di Capaci e di via D'Amelio provocando la morte di Falcone e Borsellino. Leggi la storia di Totò Riina.

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Martedì 20 marzo approderà su National Geographic e su FoxCrime,il documentario Riina: le verità nascoste, prodotto da National Geographic. Salvatore "Totò" Riina è uno dei più conosciuti mafiosi italiani legati a Cosa Nostra, organizzazione criminale della quale nel 1982 divenne il capo, mantenendo la sua carica fino al giorno del suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993.

Totò Riina, soprannominato anche “û curtu” (era molto basso di statura) e "La Belva” (per la sua ferocia), nacque a Corleone (Sicilia) il 16 novembre 1930. Figlio di due contadini, Riina perse il padre nel 1943, quando - insieme al fratello Gaetano - cercarono di estrarre la polvere da sparo da una bomba inesplosa, allo scopo di venderla con il metallo per guadagnare denaro.

In quell’occasione, però, qualcosa andò storto. Nell’incidente morì anche il fratello di sette anni Francesco, mentre Gaetano rimase ferito e Totò Riina illeso. Fu proprio in quegli anni che il Capo dei capi conobbe Luciano Liggio, anche quest’ultimo legato al clan di Cosa Nostra, diventando in seguito il suo vice.

Il boss della mafia Totò Riina

Con Liggio Riina iniziò a rubare covoni di grano e bestiame, e fu proprio l’allora capo della mafia siciliana ad inserirlo nella cosca mafiosa più nota al mondo. Della stessa organizzazione fece parte anche lo zio paterno di Totò Riina, Giacomo.

Come prima condanna Riina dovette scontare una pena di 12 anni al carcere dell’Ucciardone, luogo in cui si tenne qualche tempo più tardi il Maxi-processo voluto dai giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. Il noto boss mafioso, scarcerato poi nel 1956 (di anni ne scontò solo sei), aveva ucciso un suo coetaneo, Domenico Di Mattia, durante una rissa.

Ai tempi Luciano Liggio volle mantenere il predominio in Sicilia. Per questo motivo Liggio diede vita ad una vera e propria guerra di Mafia, durante la quale uccise l’allora attuale capo di Cosa Nostra, Michele Navarra, e i suoi uomini. Del clan di Liggio fece parte anche Bernardo Provenzano.

Nel dicembre del 1963 Totò Riina venne fermato dai carabinieri in provincia di Agrigento in quanto trovato in possesso di una carta di identità rubata e una pistola. Incarcerato di nuovo all’Ucciardone, venne assolto per insufficienza di prove nel 1969. Obbligato a lasciare la Sicilia, il Capo dei capi decise di darsi alla latitanza per oltre 20 anni.

L’ascesa di Totò Riina

Durante il periodo di latitanza, nel 1969, uccise il boss Michele Cavataio con un Mitra, accompagnato da Provenzano e altri mafiosi in quella che ancora adesso è ricordata come “la strage di viale Lazio”. A due anni di distanza dal fatto Totò Riina tolse la vita al procuratore di Palermo Pietro Scaglione con un’arma da fuoco.

Nel documentario Riina: le verità nascoste si racconta anche che l’ascesa di Totò Riina in Cosa nostra sarebbe da collegare ai primi delitti politici. Tra questi l’ex segretario provinciale della dc Michele Reina e il presidente della Regione Piersanti Mattarella.

Ma fu dopo l’arresto di Luciano Liggio che Riina diventò a tutti gli effetti il Capo dei capi, prendendo il posto di Liggio nel triumvirato composto anche da Stefano Bontate e Tano Badalamenti (fu allontanato in quanto accusato ingiustamente dell’assassinio di un capomafia).

Negli anni ’80 crebbe il potere di Riina e dei cosiddetti “villani di Corleone”: i soldi provenivano dal traffico di droga, dagli appalti e dalla speculazione edilizia.

Per mantenere la sua supremazia territoriale, inoltre, il boss mafioso fece una strage di vittime: magistrati (Cesare Terranova, Gaetano Costa, Rocco Chinnici), giornalisti (Mario Francese), investigatori (Boris Giuliano, Emanuele Basile, Mario D'Aleo, Ninni Cassarà, Giuseppe Montana), medici incorruttibili (Paolo Giaccone), superprefetti (Carlo Alberto Dalla Chiesa).

Ma la condanna che pose quasi fine alla carriera criminale di Riina fu quella all’ergastolo durante il Maxiprocesso, tenutosi dal 10 febbraio 1986 (giorno di inizio del processo di primo grado) al 30 gennaio 1992 (giorno della sentenza finale, il terzo grado di giudizio, della Corte di Cassazione).

Ad inchiodare il boss furono le rivelazioni di Tommaso Buscetta, che -dopo un primo incontro con Giovanni Falcone- decise di collaborare con la giustizia, rivelando la struttura della criminalità organizzata e tutti i suoi segreti e componenti.

In seguito Riina si vendicò di Buscetta facendogli uccidere ben undici parenti. Fu proprio nel momento in cui vennero annunciate le prime condanne che il Capo dei capi dichiarò guerra allo Stato.

Furono uccisi tutti i nemici di Riina, dai magistrati Paolo Borsellino (19 luglio 1992: strage di via D’Amelio) e Giovanni Falcone (23 maggio 1992: strage di Capaci), ai traditori e fino a giungere ai politici scomodi come Salvo Lima.

Il boss venne arrestato dai carabinieri del Ros il 15 gennaio del 1993, dopo 24 anni di latitanza. Sulle modalità con cui si è svolto l’arresto c’è ancora il mistero.

Anche dall’interno del carcere, però, Totò Riina si diede da fare. Quest’ultimo venne intercettato mentre parlava con il boss pugliese Alberto Lorusso, rivendicando molte stragi che avvennero in passato, tra cui quella che vide al centro del mirino Giovanni Falcone.

Nel 2013 invece cercò di colpire il pm Nino Di Matteo, che rappresentava l'accusa nel processo che vedeva coinvolti Stato e mafia e che ora si trova alla Direzione nazionale antimafia.

La famiglia di Totò Riina

Il 16 aprile 1974 Totò Riina sposò Antonietta Bagarella, sorella dell'amico d'infanzia Calogero e di Leoluca Bagarella. Il matrimonio, però, si scoprì non essere valido a livello legale.

Dalla relazione tra i due nacquero quattro figli: Maria Concetta, Giovanni Francesco, Giuseppe Salvatore, condannato all’ergastolo nel 1995 per aver ucciso quattro persone e prima incriminato per associazione mafiosa (rilasciato poi nel 2008, dopo otto anni di carcere), e Lucia. 

Giuseppe Salvatore non fu l’unico dei figli di Riina a dedicarsi al “mestiere” esercitato dal padre. Anche Giovanni Francesco ebbe problemi con la giustizia, tanto che ancora adesso sta scontando un ergastolo in regime di carcere duro per omicidio.

Dopo l’arresto del 1993, Ninetta Bagarella -questo il soprannome della moglie di Riina- tornò a Corleone con i quattro figli, tutti nati in una delle migliori cliniche private di Palermo, e trascorse gli ultimi anni in una villa degli imprenditori mafiosi Sansone, vicino alla circonvallazione.

Nel 2016, inoltre, Giuseppe Salvatore ha scritto un libro sulla storia della sua famiglia, e in seguito le sue parole, rilasciate nel corso di un’intervista andata in onda durante un celebre programma televisivo, suscitarono molte polemiche.

Anche l’editore del libro fallì circa un anno dopo, affermando che gli rovinò la vita a causa delle eccessive polemiche.

La morte di Totò Riina

Già nel 2003 Totò Riina ebbe un infarto per il quale dovette sostenere un primo intervento al cuore. Tre anni dopo venne ricoverato in ospedale per insufficienza cardiaca. Negli anni la sua condizione di salute peggiorò sempre di più.

L’anno precedente alla morte del boss, infatti, i suoi avvocati chiesero alla giustizia che Riina potesse trascorrere i suoi ultimi mesi di vita agli arresti domiciliari e in un altro ospedale (non quello di Parma dove fu ricoverato). Una richiesta da subito rifiutata.

Totò Riina morì durante la notte del 17 novembre 2017, senza mai pentirsi di tutte le vite spezzate negli anni nonostante i 24 trascorsi in carcere al regime del 41 bis (regime di carcere duro). Il Capo dei capi entrò in coma in seguito a due interventi il giorno dopo aver compiuto 87 anni.

Le reazioni

In seguito alla morte di Totò Riina, molte sono state le reazioni da parte dello Stato e delle famiglie delle vittime:

La fine di Riina non è la fine della mafia siciliana che resta un sistema criminale di altissima pericolosità. Totò Riina è stato il capo indiscusso e sanguinario della Cosa Nostra stragista. Quella mafia era stata già sconfitta prima della sua morte, grazie al duro impegno delle istituzioni e al sacrificio di tanti uomini coraggiosi e giusti.

, ha detto il presidente della commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi.

Non gioisco per la sua morte, ma non posso perdonarlo. Come mi insegna la mia religione avrei potuto concedergli il perdono se si fosse pentito, ma da lui nessun segno di redenzione è mai arrivato.

, ha detto Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso nelle strage di Capaci.

Per chi volesse saperne di più sulla storia di Totò Riina, il documentario Riina: le verità nascoste andrà in onda questa sera su National Geographic e a seguire su FoxCrime. 

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