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L'Assassinio di Gianni Versace, la recensione del finale di stagione

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Ciascuno, in fondo, vede solo ciò che vuole vedere. Insieme alle denunce e all'evidenza del ruolo dei mass media, è questo il messaggio del finale di stagione di American Crime Story: L'assassinio di Gianni Versace.

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L’ultimo episodio di American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace si apre con la sequenza che avevamo già visto nel primo episodio della serie di Ryan Murphy. La colonna sonora sostituisce ogni altro suono, fino agli spari che pongono fine alla vita di Gianni Versace. Due spari che avevano aperto la narrazione di questa stagione, e che finiranno per chiuderla.

Come già sappiamo, i fatti relativi agli ultimi giorni di vita di Andrew Cunanan, morto una settimana dopo aver ucciso Versace, sua quinta e ultima vittima, sono basati sulle ipotesi formulate da Maureen Orth nel libro Il caso Versace. La storia, i protagonisti, il mistero. Certo è che l’atteggiamento di Cunanan dopo aver visto il proprio volto in TV, come ricercato per l’omicidio, è coerente con quanto sappiamo della sua personalità: inseguiva la notorietà da tutta la vita… E ora l’aveva raggiunta. 

American Crime Story 2: una stagione di denuncia

Quando l’FBI comunica alla signora Miglin, la vedova di Lee Miglin, che ritiene l’assassino di Versace sia lo stesso di suo marito, anche la sua reazione è comprensibile: due mesi di ricerche e quell’uomo non era ancora stato fermato. Aveva ucciso ancora. Non erano riusciti a fermarlo e ritengono che lei, ora, possa essere in pericolo.

Ancora una volta, le forze di polizia e le autorità vengono accusate per l’incapacità di aver fermato Cunanan prima che uccidesse ancora. E ancora una volta, sono le vittime - come la signora Miglin - a doversi nascondere mentre gli assassini sono a piede libero. L’episodio conclusivo della stagione, giusto per non lasciare spazio ai dubbi, denuncia apertamente sia l’operato delle forze dell’ordine che il clima di odio e intolleranza verso gli omosessuali che regnava negli Usa all’epoca degli omicidi.

Ogni singolo episodio di questo lungo viaggio nella follia di Andrew Cunanan e nella tragica fine delle sue vittime ha ribadito la volontà degli autori di denunciare odio, pregiudizio e incompetenza. Regalandoci, anche per questo, sequenze con un altissimo tasso di drammaticità. Nascondendosi nella casa galleggiante destinata a divenire tristemente famosa, rubando auto e denaro e aggirandosi per Miami nascosto solo dietro a un paio di occhiali scuri e con un berretto da baseball in testa, Cunanan sfugge ai numerosi posti di blocco.

Sa di non potersi nascondere presso la madre e di essere braccato. Con ogni probabilità seguiva davvero gli sviluppi delle indagini in TV. Il che, se da un lato gli forniva un vantaggio sui luoghi da evitare, dall’altro lato aumentava la sua frustrazione. 

Le cose che venivano dette su di lui, sulla sua famiglia e sulla sua vita certamente lo infastidivano. Ma probabilmente lo lusingavano anche.

La TV come narratore principale

La testimonianza di Ronnie nella versione ricostruita dagli sceneggiatori è coerente con la disperata ricerca di attenzione: 

Andrew non sta cercando di nascondersi, sta cercando di essere visto. Intanto, tutte le persone della sua vita e le famiglie di quelle persone comparivano in TV. Lizzie, con una dichiarazione per convincerlo a costituirsi. Il padre di David, per discolpare suo figlio. 

La stragrande maggioranza dei dialoghi di questo episodio provengono dalla TV. Non è un caso: l’omicidio di Gianni Versace e la caccia all’uomo contro Cunanan ebbero un immenso impatto sull’opinione pubblica. I mass media se ne occupavano ventiquattro ore su ventiquattro. Ciascuno doveva dire la sua, anche in mancanza di valide informazioni. È la televisione il vero narratore di questo episodio. La stessa televisione che faceva guadagnare molti soldi a Modesto Pete Cunanan per ogni intervista rilasciata.

Un’intervista come quella che Andrew vide in TV proprio mentre aspettava che suo padre lo raggiungesse a Miami, come aveva promesso, per aiutarlo. Per proteggerlo. Per salvarlo. Mentre lo tradiva in diretta, mentendogli ancora una volta e fingendo di difendere la sua reputazione solo per guadagnarci, Pete Cunanan lasciava suo figlio da solo. 

Considerazioni sul finale

Il 22 luglio del 1997, a Milano, nel giorno del funerale di Gianni Versace, anche le parole di Donatella ribadiscono le accuse all’incapacità della polizia di fermare Cunanan in tempo. E la distanza della famiglia, di Donatella in particolare, da Antonio D’Amico, ribadisce l’altro filo conduttore di questa stagione. Antonio D’Amico era il compagno che nessuno riconosceva. Il compagno a cui nessuno esprimeva solidarietà. Il compagno da cancellare al più presto per evitare conversazioni imbarazzanti. L'omosessualità da tenere nascosta.

Dall'altra parte del mondo, una mattina di luglio, un semplice controllo per un furto con scasso presso la casa galleggiante sulla 54esima in cui Cunanan si nascondeva da giorni, scatenava quello che sarebbe diventato noto come l’assedio di Miami. Anche in questo caso, i fatti sono narrati in base alle ricostruzioni della Orth e degli sceneggiatori. Secondo alcune fonti, lo sparo udito dal custode che s’introduce in casa per controllare il furto con scasso fu quello con cui Cunanan si tolse la vita.In questa versione, lo sparo arriva nel momento in cui le squadre speciali fanno irruzione. 

In ogni caso, quello sparo pone fine a tutto. Alle domande che non avranno mai risposta. Agli omicidi di Andrew Cunanan. Alla sua follia e ai suoi sogni. Se l’avessi scritto io, questo episodio sarebbe finito così: con quello sparo.

La sequenza successiva su un incontro privato fra Andrew Cunanan e Gianni Versace che quasi certamente non ha mai avuto luogo, è puramente didascalica. Nelle intenzioni degli sceneggiatori, probabilmente, servirebbe a spiegare il movente dell’omicidio Versace: un rifiuto. Ma è una spiegazione fin troppo semplicistica e priva di fondamento. Cunanan odiava Gianni Versace perché aveva tutto ciò che lui desiderava. Lo odiava perché era il suo mito, il suo modello, la persona che avrebbe voluto diventare e non sarebbe mai stato in grado di diventare.

Ma forse è proprio questo il punto: ciascuno vede ciò che vuole vedere.

Gli sceneggiatori ci mostrano chiaramente la loro visione di questa storia attraverso i pesonaggio: i versamenti di Lee Miglin in favore di giovani uomini vengono visti dalla sua vedova come atti di generosità di un uomo buono e altruista; le premure di Gianni vengono viste da Donatella come un’invasione del suo spazio, una mancanza di fiducia nelle sue capacità che la tormenterà con i sensi di colpa; il tentato suicidio viene visto da Antonio come l’unica via di fuga da un dolore insopportabile. Un dolore che ancora oggi, dopo più di vent'anni, fa tremare il mondo intero.

Avete tremato anche voi con questa seconda stagione di American Crime Story?

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