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Mark Strong in una scena in anteprima di Deep State

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In sceneggiatura bastano poche, chiare indicazioni in un episodio pilota per indicare al pubblico quali personaggi amare e di quali non fidarsi. L'episodio pilota di Deep State ne è un esempio perfetto.

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Tre minuti: tanto dura la sequenza in anteprima dall'episodio pilota di Deep State, che vedremo lunedì 9 aprile alle 21.50 in prima assoluta su FOX. Tre minuti in cui ci vengono presentati due personaggi e ci viene raccontata la premessa narrativa: l'evento scatenante dell'intera vicenda.

Max Easton (Mark Strong) è il protagonista. Ex agente segreto, è uscito dal giro e viene richiamato dal suo ex capo, George White (Alistarir Petrie, The Night Manager). Le poche battute che si scambiano e il tono con cui le pronunciano ci dicono moltissimo sulla loro personalità. Max è arrabbiato: per attirare la sua attenzione, George ha minacciato la sua famiglia. Lo fa capire all'uomo, che rivede dopo un lungo periodo, con un atteggiamento molto aggressivo, protettivo nei confronti della sua famiglia: un atteggiamento tipico dei personaggi positivi.

Ma c'è di più.

Gli sceneggiatori di dicono immediatamente da che parte stare: George non ci piace. Non ci piace il modo in cui convoca Max e non sopportiamo il tono che usa per comunicargli che Harry, suo figlio, è morto. Ucciso con due colpi alla testa dall'uomo di cui si fidava, che George definisce un "protetto" di Max.

Come se lo accusasse di essere responsabile della morte di Harry. Per rincarare la dose, nella stessa frase racconta a Max che Harry aveva voluto seguire le sue orme, unendosi al MI6, i servizi segreti inglesi. Di nuovo, implicitamente, gli dice che la morte di Harry è colpa sua.

Poche frasi, moltissime informazioni

La sceneggiatura di Deep State segue le regole del genere, la spy-story, ma soprattutto della presentazione più efficace dei personaggi: quella che indica chiaramente al pubblico, fin dal primo incontro, quali sentimenti deve provare nei confronti dei protagonisti.

La mancanza di delicatezza con cui George comunica a Max che suo figlio è morto si accompagna alla (poco, in realtà) velata critica del suo ruolo di padre. Max non era nemmeno al corrente del fatto che Harry facesse parte del MI6: segno, per George, del suo fallimento come padre.

George lo sapeva, Max no. Gli autori ci indicano la direzione: George non deve piacerci. Dobbiamo stare dalla parte di Max Easton, che ha perso un figlio, ha visto minacciare il resto della famiglia ed è (vigliaccamente) accusato di aver addestrato un traditore.

Alexander Said ha ucciso suo figlio, ma nessuno sa perché. 

La missione - recuperare gli altri due agenti della squadra, avvistati a Beirut, e lo stesso Said - offre a Max la possibilità di vendicare suo figlio. Ma non è un favore che George fa a un vecchio amico: suona molto più come un ricatto. Per questo, andandosene, Max non pronuncia una sola parola. Non accetta espressamente l'incarico: si limita a fare ciò che qualsiasi altro padre farebbe, indagare sulla morte del figlio.

Chiamami da Beirut.

Ancora una volta, George si pone in posizione di superiorità rispetto a Max: dava per scontato che avrebbe accettato di svolgere la missione. E di nuovo, non mostra alcuna traccia di empatia, o di dispiacere per la morte di Harry. Uno dei suoi agenti. Un ragazzo che conosceva.

In tre minuti, con una manciata di frasi, Deep State ci ha già raccontato l'evento che dà il via alla storia e ci ha indicato come accostarci ai personaggi; pensate cosa potrà fare nel corso di un'intera stagione... 

Appuntamento lunedì 9 aprile su FOX con il primo episodio dell'atteso spy thriller di FOX

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