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Parole in libertà: Come se fosse antani e la supercazzola, significato e origine

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Le avventure di un gruppetto di eterni Peter Pan in fuga dalla vecchiaia: così Amici miei ha fotografato l'Italia, dando origine anche a un neologismo, quello di "supercazzola", che indica un nonsense fatto di paroloni senza senso. Eccone le origini.

Ugo Tognazzi e Philippe Noiret in una scena del film Cineriz/Filmauro

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Che cos'è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d'esecuzione. E se vi è un film in cui l'estro e l'ingegnosità si misurano attraverso la combinazione di tali fattori, quello è Amici miei, capolavoro indiscusso di una commedia all'italiana che lungo tutti gli anni '70 si fa inesorabilmente più amara, col disincanto a prevalere di netto sulla pur gioiosa vitalità dei suoi protagonisti.

Cinque amici fiorentini sulla cinquantina che non hanno nome e che si chiamano tra loro anteponendo l'articolo determinativo al cognome, come vuole la tradizione del Centro-Nord: il barista Necchi, il capo cronista de "La Nazione" Perozzi, l'architetto Melandri, il conte decaduto Mascetti e il primario Sassaroli, che si aggiungerà al quartetto in un secondo momento.

Che cos'è, dunque, il genio? Nasce dalla fantasia e dalla decisione di Pietro Germi e da un'intuizione di Mario Monicelli (optò per un'ambientazione fiorentina delle vicende), subentrato nel progetto a causa della prematura scomparsa dell'amico collega. Assieme a loro, un terzetto di assi della scrittura: Benvenuti, De Bernardi, Pinelli. 

Manifesto del talento tutto nostrano nel riuscire a (sor)ridere anche nella miseria, Amici miei è un autentico film di culto da più parti (vanamente) emulato, ricordato per le interpretazioni leggendarie del cast - da Ugo Tognazzi a Gastone Moschin, da Philippe Noiret ad Adolfo Celi passando per i "due Necchi" Duilio Del Prete e Renzo Montagnani (quest'ultimo anche doppiatore del Perozzi nel primo film) - e per una serie di trovate uniche, irripetibili, che vedono protagonisti cinque bischeri legati da un'amicizia viscerale malgrado le differenze, uniti però nella vocazione di eterni Peter Pan ("Non so più neanche come definirmi"; riflette nell'incipit del sequel il conte Mascetti di Tognazzi) e da certe regole mai dette, tra cui il gusto difficle di non prendersi mai veramente sul serio.

Il riso che scaturisce dalla visione di scherzi assai cattivi e gesti goliardici messi in atto dai protagonisti si tramuta presto in una smorfia amara che la dice lunga sulla personalità del regista, Monicelli: se già ne I soliti ignoti era venuto fuori quel suo certo gusto per il sarcasmo, per la beffa e per l'amicizia virile, è con Amici miei che il cineasta italiano mostra il suo lato più cinico e beffardo, trovando in supercazzole e zingarate un escamotage attraverso cui esorcizzare la caducità della vita. In poche parole, un modo come un altro per ingannare il tempo e scacciare via la Morte.

Gli inaffidabili amici del film fuggono a modo loro dal grigiore esistenziale, non potendo trovare conforto né in famiglia (il Necchi cela il dolore per un figlio morto; il Perozzi ha una moglie e un figlio che lo detestano; il Melandri vive di insuccessi amorosi; sul Mascetti è meglio glissare) né altrove, che sia la professione oppure la società.

Per questo Amici miei, tra una risata e l'altra, possiede la forza della trasgressione. Uscito nel '75, a pochi mesi dal referendum abrogativo sul divorzio dell'anno precedente, il film assesta un'ulteriore spallata al sacro vincolo della famiglia tradizionale. Così il Perozzi parlando del figlio: "Quando penso alla carne della mia carne, chissà perché divento subito vegetariano".

Amici come noi

Al di là del valore intrinseco dell'opera, la pellicola di Monicelli crea fin dalla prima visione una complicità unica fra spettatore e protagonisti, fra ciò che immortala la macchina da presa e lo sguardo di chi osserva gesti ed espressioni sul grande (e piccolo) schermo.

Schiaffeggiare dalla pensilina i passeggeri un treno, spacciarsi per funzionari stradali gettando nella disperazione un paesino in collina, far credere ad un odioso pensionato di essere dei boss della mala: scherzi di cattivo gusto architettati da uomini mai veramente cresciuti che incarnano i desideri segreti di ciascuno di noi, dalla fuga dalle responsabilità al divertimento sfrenato senza vincoli di orario.

È il liberarsi dalla costrizione di una vita ordinaria che fa sì che lo spettatore simpatizzi con i patetici cinquantenni irresponsabili del film, i quali prendono l'esistenza come un gioco, considerando degli imbecilli quelli che "la prendono come una condanna ai lavori forzati".

Si deve per forza essere qualcuno, esclama il conte Mascetti nel finale del primo film? Traducendo: esiste un modo unico ed inequivocabile di intendere la vita, di condurla? Le riflessioni, in Amici miei, generano "depressioni esistenziali" al pari di pause e tempi morti. Come ovviare a tutto ciò? Con una fuga continua dalla realtà, è ovvio.

I nostri fuggono materialmente, girovagando senza meta alla ricerca di vittime (si parla allora di "zingarate") oppure metaforicamente, divertendosi a stravolgere la routine quotidiana con frasi prive di senso logico. Ci riferiamo alle famose supercazzole, di cui il conte Mascetti è nel film mattatore indiscusso, seguito a ruota dal Perozzi.

La supercazzola è un neologismo partorito proprio dal film Amici miei. Sta ad indicare un nonsense - un insieme di vocaboli enunciati alla rinfusa ma in modo raffinato e autoritario in modo da ingannare l'interlocutore - entrato addirittura a far parte dei più celebri vocabolari della lingua italiana.

Tognazzi e Monicelli sul set di Amici mieiHDFilmauro

Supercazzola o supercazzora?

In Amici miei la prima vittima di una supercazzola è il vigile Paolini, in procinto di multare in via dei Renai 17 a Firenze (dinanzi al bar Necchi) il Melandri per aver utilizzato in modo inopportuno il clacson. Il malcapitato è impossibilitato a compilare il verbale a causa della proverbiale entrata in scena del conte Mascetti (un Tognazzi leggendario), che gli si rivolge così: "Tarapia tapioco! Prematurata la supercazzola o scherziamo? No, mi permetta, no io... Scusi, noi siamo in quattro, come se fosse antani anche per lei soltanto in due oppure in quattro anche scribai con cofandina, come antifurto, per esempio".

Preso in contropiede, il vigile porge l'indice al conte, sentendosi dire che il dito "stuzzica e prematura anche". A dare manforte all'elegante Mascetti ci penserà il giornalista Perozzi, il quale, dinanzi all'ira del vigile, esclama: "No! Attenzione, no, pastène soppaltate secondo l'articolo 12, abbia pazienza, sennò posterdati per due anche un pochino antani in prefettura!". 

"Parola o frase senza senso, pronunciata con serietà per sbalordire e confondere l'interlocutore"; la definisce il dizionario. La dizione corretta della parola tuttavia sembra essere supercazzora: nel libro omonimo Amici miei (Rizzoli 1976), scritto dagli stessi autori della sceneggiatura (Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi e Tullio Pinelli), si legge "supercazzora" (oltre a "brematurata" al posto di "prematurata"), e nel sequel Amici miei atto III diretto da Nanni Loy il Melandri riceve una videocassetta che inizia con una schermata recitante: "La Supercazzora 69 presenta". Dietro l'invenzione della supercazzola, però, ci sarebbe la figura del palermitano Corrado Lojacono, paroliere, cantante e attore, inventore di alcuni formidabili giochi di parole. 

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