Dogman, la recensione: il riscatto di un debole nel film di Matteo Garrone

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Arriva al cinema Dogman, il nuovo film di Matteo Garrone in concorso a Cannes ispirato all'efferato delitto commesso negli anni '80 dal Canaro della Magliana.

Marcello Fonte in una scena del film 01 Distribution

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Edifici fatiscenti si stagliano a due passi dal mare circondati da uno spiazzo letamaio attraversato da decrepite giostre e pozzanghere nere. È un luogo dimenticato da Dio, quello che fa da cornice alle cupe vicende raccontate in Dogman, il nuovo film di Matteo Garrone - presentato a Cannes - ispirato all'aberrante omicidio che scosse la già turbolenta Roma anni '80: quello compiuto dal Canaro della Magliana, al secolo Pietro De Negri, killer del suo aguzzino, l'ex pugile dilettante Giancarlo Ricci.

Per stessa ammissione del regista classe '68, la pellicola interpretata magistralmente dalla rivelazione Marcello Fonte e dall'irriconoscibile Edoardo Pesce trae solo ispirazione dalla cronaca nera per addentrarsi in una dimensione simbolica costantemente sospesa tra la fiaba noir e la parabola biblica.

C'è l'euro in Dogman. Dunque è ambientato ai giorni nostri. Ci sono i video-poker, i negozi "compro oro" e la cocaina. Aleggia, in pratica, l'opprimente stato di degrado di una periferia (o di uno Stato intero?) che affaccia sul litorale, completamente divorata dalla microcriminalità locale dedita soprattutto allo spaccio. Somiglia alle polverose city del selvaggio West sorte attorno a miniere e ferrovie. Una terra di nessuno dove vige la legge del più forte. Come nei film western appunto. O come nei gangster movie in cui le pallottole piegano nel sangue la volontà di chi si oppone.

In questo contesto di totale squallore si distingue un'insegna che recita "Dogman - lavaggio cani". L'anonima bottega appartiene a Marcello, toelettatore dalla corporatura minuta e dall'animo gentile che ama incondizionatamente sua figlia e si prende cura dei suoi clienti a quattro zampe dimostrando coraggio (con le belve ringhianti) e dolcezza (con cani di taglia più piccola). Marcello è benvoluto nel quartiere ma è l'unico dei negozianti a frequentare Simoncino, bullo di periferia imprevedibile e violento che taglieggia i più deboli, a cominciare proprio da Marcello, prima coinvolto in una rapina e poi minacciato per mettere a segno un furto.

Proprio il colpo messo a segno dal corpulento Simoncino - penetrato nel "compro oro" dopo aver aperto uno squarcio nel muro dal negozio adiacente di Marcello - farà ricadere la colpa sul mite protagonista, costretto a scontare un anno di carcere per aver coperto l'amico. È l'episodio che stravolge gli equilibri fin lì fragili del film. L'anemico toelettatore maturerà a poco a poco una vendetta necessaria per sfuggire all'inferno delle sopraffazioni e per riabilitare il proprio nome agli occhi del quartiere.

Edoardo Pesce e Marcello Fonte in una scena del filmHD01 Distribution

Il filone del revenge movie, delle vendette compiute dall'eroe qualunque, ha sempre sfornato titoli appassionanti: da Cane di paglia di Peckinpah con un camaleontico Dustin Hoffman all'efferata self-justice di Aberto Sordi in Un borghese piccolo piccolo di Monicelli. Sarebbe errato, però, parlare di Dogman come di un film sulla "vendetta di un uomo tranquillo". Ed è proprio lo scarto tra la vicenda reale e i fatti narrati nel film a rivelarlo: Garrone cerca il riscatto nella miseria più che la ritorsione di una vittima nei confronti del suo aguzzino (che pure c'è anche se mai portata avanti con convinzione sincera).

Le atmosfere cupe colorate dalla fotografia avvolgente di Nicolaj Bruel esaltano i momenti di tenerezza e accentuano la brutalità di un western di frontiera dall'ambientazione suburbana in cui la macchina da presa, flemmatica, indugia sul volto del protagonista penetrandone l'animo in cerca di emozioni, trovandole senza che ci sia bisogno vengano descritte a parole (a parlare è la malinconia nello sguardo di Fonte, nelle sue pupille nere come la pece).

Nei lunghi silenzi interrotti solo dai versi in lontananza dei gabbiani Garrone è straordinario. Adotta un approccio minimalista compensato perfettamente dalle superbe performance del cast: se Fonte è il nuovo Carlo Delle Piane in quanto a corpo scenico e mimica facciale, il suo volto e la sua voce sembrano provenire da un'epoca lontana; Pesce deve qualcosa al De Niro di Toro scatenato, non tanto nell'aspetto bovino quanto nel suo incarnare un uomo fuori controllo in rotta di collisione contro tutto e tutti; il resto del cast, da Francesco Acquaroli ad Adamo Dionisi e Nunzia Schiano, restituisce al meglio la fisionomia della periferia malconcia.

Nel raccontare la "bestia nel cuore" di un uomo qualunque, Garrone offre poi uno spunto assai originale: non sceglie di costruire scena dopo scena il contrasto tra la nobiltà d'animo e la condotta immorale del protagonista Marcello bensì traccia una parabola nera in cui i due estremi albergano senza mai creare un'anomalia nel personaggio, in scena con lo stesso sguardo innocente di un fanciullo manipolabile da chi lo sovrasta (per forza e per altezza). E Dogman poggia proprio su questo: la perdita dell'innocenza di un debole a contatto con il più forte. E nell'imporsi come film dal fascino animalesco, spiazza lo spettatore depauperando il delitto del Canaro della sua componente più cruenta, rifiutando così la facile sublimazione della vendetta nella spettacolarizzazione filmica di indubbio appeal horror/splatter.

Voto8/10

Una storia di vendetta e riscatto con cui Garrone firma il degrado di un Paese che sembra tornare ai tempi della legge del più forte. Un vibrante western suburbano.

Emanuele Zambon

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