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Everest: la storia vera della spedizione e la trama del film con Jake Gyllenhaal

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Nel 1996, una spedizione sul "tetto del mondo" finisce in tragedia. La storia di quei tragici fatti è diventata un film, Everest, con Jason Clarke, Jake Gyllenhaal e Josh Brolin.

Jake Gyllenhaal è Scott Fischer in Everest Universal Pictures

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Dopo i primi tentativi e la conquista della vetta nel 1953 da parte dell'alpinista ed esploratore neozelandese Edmund Hillary e dello sherpa Tenzing Norgay, le scalate al Monte Everest si moltiplicano e all'inizio degli anni '90 diventano un vero e proprio business.

A rendere l'ascesa alla cima più alta del mondo una esperienza alla portata di tutti (o quasi) è l'alpinista neozelandese Rob Hall. Dopo avere conquistato i Seven Summits, ovvero le cime più alte di ogni continente, nel 1992 l'uomo fonda con l'amico e compagno di scalata Gary Ball Adventure Consultants, una società che organizza spedizioni per gruppi eterogenei.

Nonostante i prezzi proibitivi, l'impresa di Rob Hall riscuote un grande successo e riesce a portare ben 39 persone sul "tetto del mondo". Ma la spedizione del 1996 ha un epilogo drammatico. A causa di una esplosiva combinazione di scarsa organizzazione, decisioni sbagliate, imprevisti e maltempo, due clienti, la guida Andrew "Andy" Harris e lo stesso Hall rimangono uccisi, mentre un altro partecipante riporta gravi ferite da assideramento. 

Nelle stesse ore muoiono anche Scott Fischer, proprietario e capo spedizione di Mountain Madness, società concorrente di Adventure Consultants, e 3 uomini di una scalata organizzata dalla polizia di confine indo-tibetana.

La terrible vicenda è passata alla storia come la "tragedia dell'Everest del 1996" ed è stata raccontata in un articolo di giornale e in alcuni libri scritti dai sopravvissuti, che hanno fornito il materiale per la pellicola del 2015 Everest, diretta da Baltasar Kormákur e interpretata tra gli altri da Jason Clarke, Jake Gyllenhaal e Josh Brolin.

Se volete saperne di più, qui trovate la trama del film e la storia vera della spedizione.

La trama di Everest

Nella primavera del 1996, l'alpinista Rob Hall (Jason Clarke) saluta la moglie incinta Jan (Keira Knightley) e parte dalla Nuova Zelanda insieme agli amici e compagni di scalata Andy Harris (Martin Henderson) e Mike Groot (Thomas M. Wright) e alla responsabile dei servizi Helen Wilton (Emily Watson) per guidare una nuova spedizione sull'Everest organizzata dalla sua compagnia, la Adventure Consultants.

Il gruppo è composto da 10 clienti con esperienza eterogenea di alpinismo, tra cui il postino Doug Hansen (John Hawkes), il medico patologo Beck Weathers (Josh Brolin), il giornalista della rivista Outside Jon Krakauer (Michael Kelly) e la manager Yasuko Namba (Naoko Mori), che ha già conquistato 6 dei Seven Summits.

La spedizione arriva al campo base sull'Everest a marzo e inizia la preparazione alla scalata. Ma l'iniziativa lanciata dal neozelandese ha fatto proseliti e sulla montagna si accalcano 7 spedizioni e decine di persone, causando veri e propri "ingorghi" e una crescente tensione tra gli organizzatori e i partecipanti.

Per evitare incidenti, Rob propone alle altre guide di affrontare la scalata alla vetta partendo scaglionati, ma nessuno accetta. Solo Scott Fischer (Jack Gyllenhaal), capo spedizione della società concorrente di Adventure Consultants, Mountain Madness, si mostra collaborativo e si accorda con il collega neozelandese per organizzare una scalata congiunta, mettendo a disposizione la sua esperta guida, l'alpinista professionista kazako Anatolij Bukreev (Ingvar Eggert Sigurðsson).

La preparazione della spedizione con il nuovo assetto si rivela difficoltosa e non priva di incomprensioni, ma nella primissima mattina del 10 maggio il folto gruppo di scalatori parte dal campo IV e inizia l'ascesa alla vetta più alta del mondo.

La deadline per il rientro in sicurezza è fissata alle 14, ma ben presto la spedizione inizia ad accumulare ritardo, per l'inadeguatezza fisica dei partecipanti e soprattutto per l'assenza di corde fisse in due punti nodali della scalata, The Balcony e Hillary Step, che avrebbero dovuto essere state predisposte dagli sherpa nelle ore precedenti.

La lunga attesa mina il fisico degli scalatori e alcuni di loro decidono di tornare al campo IV. Invece, Beck si ferma prima di arrivare a The Balcony, a causa di un problema agli occhi. Tuttavia, il medico non vuole desistere. Preoccupato, ma pressato dai tempi e dalla necessità di raggiungere gli altri clienti, Rob non può fare altro che dirgli di scendere al campo IV se le sue condizioni non migliorano entro mezz'ora.

Nel mentre, Scott sta salendo e scendendo più volte lungo la parete per aiutare alcuni clienti in difficoltà, con enorme dispendio di energia. Ma anche lui non ne vuole sapere di arrendersi e di rinunciare a raggiungere la vetta.

Il poster del film EverestHDUniversal Pictures
Il poster di Everest con Josh Brolin, Jek Gyllenhaal e Jason Clarke

Nonostante i molteplici imprevisti, Rob riesce ad arrivare in cima all'Everest nei tempi stabiliti insieme ad altri partecipanti alla spedizione, tra cui Yasuko. A quel punto, inizia la discesa e sulla strada incontra Doug. Pur terribilmente provato, l'uomo vuole arrivare in vetta, dopo avere già fallito una volta. Rob si lascia convincere e lo aiuta a conquistare la cima. Ma la decisione si rivela un drammatico errore. Doug non riesce a respirare ed è stremato e Rob scopre che le bombole di ossigeno che avrebbero dovuto essere in vetta per aiutare gli alpinisti ad affrontare la strada del ritorno sono vuote.

I due sono costretti a fermarsi sull'Hillary Step, mentre una terribile bufera investe la montagna, sorprendendo i partecipanti alla spedizione rimasti attardati. Alcuni, tra cui Jon Krakauer, riescono a raggiungere il campo IV, ma Yasuko e Beck (che si è aggregato ai compagni in discesa) rimangono indietro. Anche Scott, allo stremo, resta bloccato in quota.

Con un gesto estremo di coraggio, Andy raggiunge con una bombola di ossigeno Rob, rimasto da solo dopo che Doug è scivolato in un crepaccio ed è morto. Ma la temperatura è troppo bassa e l'erogatore si ghiaccia. Andy rimane vittima del mal di montagna e, in preda alle allucinazioni, precipita nel vuoto.

Rob, in uno stato sempre più letargico, riesce a comunicare con il campo base e Jan, mentre i soccorsi non possono muoversi a causa delle proibitive condizioni meteorologiche. Solo Anatolji si lancia in una disperata ricerca dei dispersi, riuscendo a salvare 3 persone, ma non Scott, che muore per congelamento.

Anche Yasuko rimane vittima del bufera, mentre Beck, dato per morto, riesce miracolosamente a raggiungere il campo IV e successivamente viene tratto in salvo da un elicottero inviato dalla moglie Peach (Robin Wright), con l'aiuto dell'ambasciata USA. A causa della lunga permanenza al gelo, l'uomo perde il naso, il braccio destro, le dita della mano sinistra e parte di entrambi i piedi.

Dopo avere parlato un'ultima volta con la moglie e avere ottenuto da lei la promessa che chiamerà la figlia Sarah, Rob scivola in uno stato di incoscienza e muore.

La storia vera della tragedia dell'Everest del 1996

La "tragedia dell'Everest del 1996" è stata documentata in un articolo di giornale e in alcuni libri. Il primo a parlarne è stato il giornalista Jon Krakauer, che ha partecipato alla spedizione di Adventure Consultants e ha raccontato i fatti in un reportage sulla rivista Outside. In seguito, l'uomo ha approfondito la vicenda in un libro intitolato Aria sottile (Into Thin Air).

Il libro Aria sottileCorbaccio/Amazon
Il libro Aria sottile di Jon Krakauer

Anche Beck Weathers ha narrato la sua drammatica esperienza sull'Everest nel biografico A un soffio dalla fine (Left for Dead: My Journey Home from Everest) e un'altra testimonianza è stata fornita dalla guida Anatolij Bukreev, che insieme al giornalista Gary Weston DeWalt ha scritto il libro Everest 1996. Cronaca di un salvataggio impossibile, non solo per fornire la sua versione dei fatti, ma anche per contestare la ricostruzione di Krakauer (che gli ha mosso gravissime accuse di negligenza e vigliaccheria). Un ulteriore resoconto della vicenda è Everest - Io c'ero (Climbing High) di Lene Gammelgaard, partecipante alla spedizione di Mountain Madness.

Il film del 2015 attinge a varie fonti (ma stando al regista Baltasar Kormákur, non alle testimonianze di Krakauer, definite "non aderenti alla realtà") ed è sostanzialmente fedele ai vari resoconti

Il gruppo di Adventure Consultants parte poco dopo la mezzanotte del 10 maggio, insieme a quello di Mountain Madness e a un altro sponsorizzato dal governo di Taiwan. Le spedizioni si trovano subito a fronteggiare diversi imprevisti, che culminano con la scoperta dell'assenza di corde fisse su The Balcony (8.350 m) e sull'Hillary Step (8.760 m).

La presenza di 34 scalatori e la disposizione di sicurezza di non allontanarsi più di 150 m gli uni dagli altri date da Rob Hall e Scott Fisher ai propri clienti causano un vero e proprio ingorgo e la stanchezza e la paura di restare senza ossigeno convincono alcuni partecipanti a desistere. Invece, Beck Weathers si ferma sotto The Balcony a causa di un problema agli occhi, che gli impedisce di vedere nitidamente.

Il primo ad arrivare in vetta (8.848 m) alle 13.07 è Anatolij Bukreev. L'uomo, che non fa uso di bombole di ossigeno, si ferma sulla cima un'ora e mezza aiutando a completare la scalata tutti i membri della spedizione di Mountain Madness. Nel mentre, viene raggiunto da Rob Hall con 4 dei suoi clienti, tra cui Jon Krakauer e Yasuko Namba. Il gruppo inizia la discesa in ritardo sulla tabella di marcia e alle 15 la luce inizia a diminuire e incomincia a nevicare. 

Sulla via del ritorno, Ron incontra Doug Hansen, intenzionato a raggiungere la cima. Il capo spedizione di Adventure Consultants rifiuta la proposta degli sherpa di accompagnare l'alpinista in vetta e lo fa di persona, dicendo ai suoi collaboratori di andare a procurare altre bombole di ossigeno per i clienti. Rob e Doug arrivano in cima ampiamente dopo l'orario di sicurezza, così come Scott, che ha completato l'ascesa alle 15.45, in precarie condizioni di salute.

Anatolij raggiunge il campo IV alle 17, prima dei clienti. Secondo la testimonianza dell'esperto alpinista kazako, è Scott a dirgli di muoversi velocemente per portare tè e bombole agli scalatori impegnati nella discesa. Il responsabile di Mountain Madness dà analoga disposizione agli sherpa che sono con lui poco sotto la vetta, ordinando loro di precederlo per aiutare i clienti che stanno facendo ritorno al campo IV.

Più o meno nello stesso momento, Rob avvisa il campo base che Doug ha perso conoscenza e Andy Hall fa marcia indietro per portare ai due delle bombole di ossigeno. A quel punto, le condizioni meteo iniziano a peggiorare drasticamente. La visibilità si azzera e le guide e i loro clienti perdono l'orientamento, arrivando a 400 m dal campo IV, ma senza vederlo. 

Il libro A un soffio dalla fineCorbaccio/Amazon
Il libro A un soffio dalla fine di Beck Weathers

Il gruppo si divide. Una parte prova comunque a scendere a valle, mentre un'altra resta in quota. Poco dopo mezzanotte, la spedizione che sta cercando il campo IV arriva finalmente a destinazione. Anatolij accoglie gli alpinisti, li cura e poi chiede indicazioni per raggiungere gli altri.

La guida si avventura più volte in ricognizione da sola, dopo avere domandato inutilmente aiuto agli sherpa e agli altri scalatori presenti al campo IV, e riesce a riportare indietro quasi tutti i dispersi, ad eccezione di Beck Weathers, che è sparito, e di Yasuko, che non riesce a spostare.

La mattina dell'11 maggio, il campo base si mette più volte in comunicazione con Rob e l'uomo riesce anche a parlare con la moglie Jan. Dopo avere comunicato la morte di Doug e Andy e avere rivelato che la notte all'addiaccio ha minato gravemente il suo fisico, l'alpinista si spegne. Il suo corpo viene ritrovato il 23 maggio da un'altra spedizione, ma Jan chiede che riposi per sempre sulla montagna che amava.  

Nello stesso giorno, un membro della spedizione di Adventure Consultants parte alla ricerca di Beck e Yasuko e li trova in condizioni così disperate, che viene deciso di lasciarli dove sono. Ma contro ogni previsione, il medico riesce a raggiungere il campo IV. Dopo un'altra notte in balia del gelo, a causa del crollo della sua tenda, il giorno seguente viene accompagnato fino al campo II, dove viene soccorso da un elicottero inviato dalla moglie Peach.

L'11 maggio, gli sherpa rintracciano anche Scott e un altro alpinista, ma decidono di abbandonare il fondatore di Mountain Madness (dopo avergli lasciato una maschera di ossigeno sul volto), perché in condizioni disperate. Più tardi, l'uomo è raggiunto da Anatolij, che non può fare altro che constatarne la morte per assideramento. Anche il corpo di Scott si trova ancora sull'Everest.

La controversia tra Jon Krakauer e Anatolij Bukreev

Nell'articolo pubblicato su Outside e nel successivo libro Aria sottile, Jon Krakauer ha accusato Anatolij Bukreev di essere stato gravemente negligente nei confronti dei suoi clienti. Secondo il giornalista, la scelta dell'alpinista kazako di non utilizzare le bombole d'ossigeno lo avrebbe obbligato a scendere rapidamente dalla cima, lasciando indietro le persone che gli erano state affidate.

Nel memoriale scritto a 4 mani con il giornalista Gary Weston DeWalt, Anatolij ha replicato spiegando di avere una resistenza fisica e una tolleranza alla carenza d'ossigeno che gli permetteva di scalare senza l'aiuto delle bombole e che aveva scelto di non utilizzarle perché gli avrebbero dato un senso di "falsa sicurezza" che avrebbe potuto compromettere la sua capacità di valutazione. Inoltre, ha ribadito che la rapida discesa era stata effettuata in seguito alla specifica richiesta di Scott Fischer di andare a prendere nuove riserve di ossigeno e tè caldo per i partecipanti alla spedizione.

Molti autorevoli alpinisti, tra cui l'italiano Simone Moro, hanno difeso con forza la posizione di Anatolij, sottolineando la grande professionalità ed esperienza della guida kazaka e il coraggio dimostrato nell'andare in cerca dei superstiti.

Secondo gli esperti, le vere cause della "tragedia dell'Everest del 1996" sono da ricercare nell'affollamento sulla montagna nella giornata del 10 maggio, nel ritardo accumulato durante la scalata (dovuto a imprevisti di vario tipo, disorganizzazione e alla inadeguatezza fisica di gran parte dei partecipanti) e nell'arrivo di una tempesta, che ha sorpreso gli scalatori e ha reso molto difficile e in alcuni casi impossibile il loro ritorno al campo IV.

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