Papillon, la recensione: ben più di un omaggio all'originale

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Charlie Hunnam e Rami Malek sono affiatati il giusto per sostenere il paragone con il scomodo predecessore girato nel 1973: la recensione del remake di Papillon.

Charlie Hunnam Eagle Pictur

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Grazie a un recente film hollywoodiano non passa più inosservato il contributo di Dalton Trumbo, autore dell'originale sceneggiatura di Papillon, il cui nome appare nei titoli di coda del remake targato 2018. La storia della straordinaria evasione oggi forse è meno nota, ma negli anni '70 ebbe un impatto enorme sull'opinione pubblica francese e internazionale. Attraverso il libro autobiografico scritto dal protagonista e consegnato all'editore francese a rischio dell'arresto, per la prima volta il pubblico scoprì le condizioni vessatorie e disumane in cui erano detenuti i prigionieri spediti nelle colonie carcerarie della Guyana francese solo pochi decenni prima.

Correvano gli anni '30 quando Henri "Papillon" Charrière, mano lesta della Parigi bene, finì in prigione con l'accusa di omicidio. Incastrato da un uomo della malavita, venne spedito senza tante cerimonie nel complesso carcerario dell'Isola del Diavolo, noto per la durezza del suo internamento e per la repressione durissima di ogni tentativo difuga.

Charlie Hunnam è il protagonista di PapillonHDEagle Pictures
Un ladro accusato ingiustamente di omicidio cerca la libertà: torna al cinema Papillon

Papillon - così soprannominato per via di un tatuaggio a forma di farfalla sul petto - però non si perse d'animo, anzi: nella sua permanenza decennale tentò la fuga ben 9 volte, cominciando poco dopo il suo arrivo fino al tentativo giusto, quello che lo portò nel Venezuela senza accordi di estradizione con la Francia. Rischiando l'arresto tornò nel 1969 in quella Parigi che gli aveva voltato le spalle, per consegnare all'editore le sue memorie. Il successo fu immediato e clamoroso: il libro fu uno dei best-seller dell'andata e scatenò un intenso dibattito nell'opinione pubblica sul significato stesso delle pene detentive.

Quattro anni più tardi ci pensò Hollywood a dare rilievo internazionale alla vicenda, realizzando un adattamento cinemtografico divenuto un classico. Era il 1973 quando Franklin Schaffner girò la pellicola con protagonisti Steve McQueen e Dustin Hoffman.

Anelito di libertà

A conquistare il pubblico fu lo spirito del protagonista, convinto della propria innocenza e deciso a fuggire in nome del valore per lui sacro della libertà. Carisma e spregiudicatezza sono le caratteristiche richieste per il ruolo e a sorpresa Charlie Hunnam - uno che finora si è dimostrato abbastanza anonimo anche in ruoli da protagonista - dimostra di averle entrambe, in quella che è la prima interpretazione davvero convincente da lui data. In quanto a fisicità (ampiamente testata con una certa spigliatezza a lasciarsi dietro casacca e pantaloni) poi non ha mai avuto problemi di credibilità.

Charlie Hunnam e Rami Malek in PapillonHDEagle Pictures
Charlie Hunnam e Rami Malek sono davvero una coppia affiatata in Papillon

Accattivante e sbruffone il giusto, Hunnam si rivela la scelta perfetta per giocare sullo stesso campo di un film che aveva due nomi della grande Hollywood anni '70, senza prendersi troppo sul serio ma senza nemmeno troppo subire il confronto. Il suo Papillon è così convincente che non viene fagocitato dall'interpretazione di Rami Malek, attore decisamente più dotato di lui. Il futuro interprete di Freddy Mercury qui interpreta Louis Dega, un ricco funzionario che finirà nel penitenziario per aver falsificato dei buoni di stato. Completamente spaesato in un mondo criminale di regole e astuzie che non gli appartengono, intesserà un rapporto d'interesse con Papillon: mentre lui organizza la fuga con i soldi di Dega, si occuperà di aiutarlo a sopravvivere, proteggendolo dalle mire di quanti vorrebbero fargli del male.

Qualche debito di troppo

La chimica tra i due è innegabile e la relazione di fiducia profonda che s'instaura tra Papillon e Dega diventa ben presto il fulcro del film, molto più della fuga stessa. Il film riesce anche a mescolare sapientemente le parti politiche di denuncia delle condizioni disumane in cui i carcerati (sopra)vivono con sequenze adrenaliniche e ben orchestrate, che alzano il ritmo in prossimità di ogni tentativo di fuga.

Una scena di PapilloHDEagle Pictures
Il remake del 2018 non si nasconde e denuncia la violenza del mondo carcerario dell'epoca

Pur senza mettere in scena qualcosa di davvero memorabile, il regista Michael Noer porta a casa dignitosamente una pellicola che sorprende per qualità, soprattutto considerando il suo passaggio in sordina nelle sale italiane in piena estate. Una tale mancanza di promozione in genere prelude a film ben peggiori di questo, mentre tutto sommato una puntata al cinema Papillon arriva a meritarla.

A ben vedere però Papillon una colpa ce l'ha e anche piuttosto grave: come ammette nei titoli di coda, è debitore non solo del memoir del 1969, ma anche e soprattutto della sceneggiatura del film del 1973. Per chi ha buona memoria, appare via via più evidente come il film scopiazzi il suo predecessore, senza tante cerimonie. Quando il film fa bene è perché ricalca fedelmente le battute e le soluzioni dell'originale. Peccato che si conceda un po' troppo spesso questo scopiazzamento, tanto da chiedersi quale sia il senso di un'operazione che ha così poco di nuovo da dire.

Papillon è nelle sale italiane dal 27 giugno 2018.

Voto7/10

Charlie Hunnam e Rami Malek valgono da soli il prezzo del biglietto per un film che non merita questa uscita in sordina, ma che fa bene soprattutto quando si appoggia al copione del predecessore.

Elisa Giudici

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