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Mission: Impossible, la storia di Ethan Hunt attraverso i film della saga

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Maschere in lattice, inganni multipli, gadget sofisticati: ecco il segreto della saga di Mission: Impossible.

Tom Cruise ed Emmanuelle Béart in una scena di Mission: Impossible Paramount Pictures

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"Ho fatto un sogno con Ethan Hunt. Volevo distruggere il mondo e lui proprio non ci stava. Sai, ne hanno fatti sei di quei film. A un certo punto viene da chiedersi se non sia un pessimo agente segreto". Chissà se l'irriverente Deadpool riserverebbe alla spia di Tom Cruise lo stesso ironico pensiero fatto per il vendicativo padre Liam Neeson della serie Taken.

Scherzi a parte, Mission: Impossible è una delle saghe più convincenti - e remunerative - di inizio millennio, l'unica in grado di allineare Cruise e spettatori sullo stesso piano, chiedendo al primo di avventurarsi in mirabolanti stunt (quelli sì, davvero impossibili) necessari a soddisfare i palati sempre più esigenti dei secondi.

Esistono imprese che qualunque essere umano dotato di cervello (o buon senso) ritiene siano impensabili compiere? State pur certi che l'attore di Top Gun le porterà a termine, accettando di volta in volta - proprio come il suo alter ego in forza all'IMF - di veder aumentare considerevolmente il coefficiente di rischio. C'è da sfrecciare in moto senza casco? Lui lo fa. Lo script prevede un balzo acrobatico da distanza siderale? Nessun problema. Scalare il Burj Khalifa dall'esterno partendo dal 123esimo piano? Pura routine. Decollare appeso al portellone esterno di un jet cargo? Una passeggiata. Voi chiedete, lui esegue. E se l'altezza si fa vertiginosa, tanto meglio, come dimostra la tecnica di lancio conosciuta come HALO Jump sperimentata in prima persona da Cruise durante le riprese di Mission: Impossibile - Fallout

Quella di M:I, però, non è una serie cinematografica riconducibile solamente ad uno sfoggio di circense abilità, pur se al massimo delle potenzialità tecnico-fisiche consentite dal mezzo cinematografico e dall'inossidabile star hollywoodiana. È (pure) un sentiero che si inerpica sul filone dello spionaggio muovendo da una serie TV (omonima) risalente agli anni '60. E, se da una parte è innegabile che il riferimento principe è sempre James Bond, la spia di Sua Maestà nata dalla penna di Ian Fleming e materializzatasi sul grande schermo grazie a Sean Connery, è altresì vero che Mission: Impossible ne ha (quasi) sempre evitato l'imitazione, preferendo fin dal primo lungometraggio datato 1996 un gioco sottile di elastico con l'icona 007.

Il tema principale coniato da Lalo Schifrin (sigla "visiva" inconfondibile, con la capocchia di un minerva che accende una miccia), i camuffamenti facciali per mezzo di maschere in lattice, i gadget avveniristici, un protagonista che corre a perdifiato, sia che si trovi a Praga oppure a Dubai: tratti distintivi di un franchise, riconoscibili dai fan nel mare degli spy movie sfornati negli anni da Hollywood.

E poi c'è Ethan Hunt, più salvatore della patria che spia. È altruista, cosa che non si può certo dire dei suoi colleghi Jason Bourne e 007. Gli è caro il concetto di famiglia, laddove è palese la natura di lupi solitari dei suoi dirimpettai. Da non sottovalutare, poi, la lealtà di Hunt all'IMF nonostante venga, nel corso della saga, trattato alla stregua di (nell'ordine) traditore, incapace, doppiogiochista. 

Oggi Tom Cruise è, per la platea, soprattutto Ethan Hunt. Un binomio solido, capace di risollevare la carriera dell'attore statunitense dopo i segnali d'allarme della prima metà del Duemila (ricordate il fiasco Innocenti bugie, le polemiche di Scientology, i divorzi del divo?).

Vediamo allora da vicino l'evoluzione del suo alter ego Hunt nella serie acchiappaincassi Mission: Impossible:

  

Mission: Impossible (1996)

Chiamate non protette, linee e identità non sicure, una Praga misteriosa e affascinante: il primo M:I è un raffinato e ricercato giallo costruito attorno ad una caccia alla talpa spasmodica. Tra riferimenti alla mitologia, versi della Bibbia (Giobbe 3:14), dissolvenze pompose, l'acqua come filo conduttore (il ponte sul fiume, la goccia di sudore, l'acquario) e diavolerie tecnologiche, osserviamo Ethan Hunt sfidare l'impossibile - un caveau impenetrabile sito nel quartier generale della CIA a Langley - per provare la propria innocenza. 

La serie TV di partenza è ormai un lontano ricordo (sopravvive solo il personaggio di Jim Phelps ma è completamente stravolto) e la regia elegante di Brian De Palma regala un'atmosfera rétro ad un kolossal ricordato per alcune sbalorditive scene madri (Hunt che penetra a testa in giù nella stanza blindata bypassando i più avanzati sistemi di sicurezza, l'inseguimento sul TGV). Peccato solo per un passaggio che rende assai prevedibile il resto del film: sceneggiatori e regista avrebbero potuto essere meno didascalici nell'indugiare sul protagonista che raccoglie la Bibbia da terra, scorgendo la sigla del Drake Hotel di Chicago.

Mission: Impossible II (2000)

Tom Cruise in una scena di Mission: Impossible IIHDParamount Pictures

Bum, sbam, sdeng. Un sequel onomatopeico, quello girato da John Woo nel 2000. Il regista orientale passa dal fioretto di De Palma direttamente alla clava, nemmeno per la spada. Risultato? Un action tamarro, pirotecnico, in cui di impossibile c'è solo la noia.

La serie pesca ancora dalla mitologia antica raccontando di un virus (Chimera) e di un antidoto (Bellerofonte) bramati da un'avido agente segreto in forza all'IMF, il quale non si farà scrupolo nel causare un disastro aereo pur di impossessarsene. Hunt, nel frattempo, è in vacanza. Hobby tranquillo? Macché, free climbing ad alta quota. Raggiunto da quelli dell'Impossible Mission Force, riceverà l'ordine di sventare una potenziale minaccia globale.

Nuova avventura per Cruise con bis di romance: dimenticate le grazie di Emmanuelle Béart (missione davvero impossibile), stavolta è il turno di Thandie Newton. Ai fuochi d'artificio, però, ci pensa Woo, così come alle colombe svolazzanti. Sequel rock, senza dubbio. Ma lontano dai canoni della saga, tanto da far storcere il naso ai più.

Mission: Impossible III (2006)

Dopo una strizzata d'occhio ai classici in bianco e nero (De Palma) e il chiasso metal del secondo capitolo, la saga è a un bivio: che fare, rischiare l'effetto déjà-vu ripercorrendo le orme dei precedenti oppure azzardare qualcosa di nuovo? J.J. Abrams opta per la seconda via con Mission: impossible III, la pellicola (fin lì) più intima della saga nata dal tentativo di legare le missioni impossibili alla sfera privata di Hunt. 

Un tentativo che naufraga però in modo vistoso nel mare di azione e sentimenti che pure mette in scena. Certo, la sequenza mozzafiato sul ponte è notevole e il villain diabolicamente misurato di Philip Seymour Hoffman andrebbe mostrato a 3/4 delle produzioni action. Però l'amalgama è inconsistente e il film sfocia nell'anonimato, specie per la scelta infelice di mostrare un protagonista per la prima volta (troppo) vulnerabile. Non è un caso che la pellicola abbia clamorosamente floppato al box-office. Chi certo avrà sghignazzato, sarà stato Roberto Chevalier, voce storica di Cruise a cui, però, la produzione preferì per questo film Riccardo Rossi. Sacrilegio!

Mission: Impossible - Protocollo fantasma (2011)

Cosa fa gridare al grande ritorno sulla scena di Ethan Hunt con Mission: Impossible - Protocollo fantasma? Un'evasione da una prigione moscovita sulle note di "Ain't That a Kick in the Head" cantata da Dean Martin? Un'arrampicata da brivido sul grattacielo più alto del mondo? No, il semplice fatto di sbucare fuori dal Cremlino travestito da compagno colonnello e, in un battito di ciglia, sfruttando la capacità double-face della tenuta, trasformarsi in un turista americano con tanto di T-shirt springsteeniana in bella vista.

Il protocollo sarà pure fantasma, ma la serie è viva e vegeta. Merito di Brad Bird, regista da cartoon che riporta M:I all'intrigo internazionale degli esordi: un gatto col topo avvincente girato in location da cartolina sfruttando la suspense in modo impeccabile (il duplice scambio diamanti-codici a Dubai è da antologia). Il film pecca solamente per la durata eccessiva (il finale non è all'altezza dei primi due blocchi, il ritmo cala in modo vistoso) e per un cattivo per nulla carismatico se confrontato con quello del capitolo precedente. Nota di merito per le due Bond Girl... ops, Hunt girl: Léa Seydoux e Paula Patton, superbe quando in scena si accapigliano.

Mission: Impossible - Rogue Nation

"A Tom, arifacce 'n'acrobazia". Nel sederci in poltrona, stringiamo un patto preventivo con Cruise: pur (oramai) invecchiato, sappiamo che alla fine il suo Hunt riuscirà in qualche modo a farcela. Facciamo il tifo per lui, a patto che ci faccia sobbalzare di volta in volta dalla poltrona. Detto, fatto anche qui e nonostante si avvicini ormai alla sessantina. 

L'arrivo di Christopher McQuarrie in cabina di regia coincide con il miglior capitolo della saga. Un'inversione di tendenza, questa, quando si ha a che fare con ripetuti sequel dell'originale, solitamente inferiori ai primi film.

Dopo il rispolvero della Guerra Fredda di Protocollo fantasma, Mission: Impossible - Rogue Nation si concentra su una porzione dell'intelligence infettata da un'organizzazione terroristica nota come Il Sindacato. Non sono ex operai della Fiat inferociti per il trasferimento di CR7 alla Juve, bensì ex agenti segreti e mercenari spariti dalla scena (molti di loro risultano essere deceduti) e ricomparsi come spettri intenzionati a gettare le nazioni nel caos.

La giusta miscela di azione e doppi giochi eleva Rogue Nation al grado di mainstream faro per il genere, che qui si fa adrenalina pura, sofisticato gioco di rimandi al noir (merito del fascino hitchcockiano della femme fatale Ilsa Faust, ovvero Rebecca Ferguson) e rocambolesca corsa contro il tempo.

Mission: Impossible - Fallout

Tom Cruise ai comandi di un elicotteroHDParamount Pictures

Il capolinea momentaneo della serie. Il capitolo più maturo e allo stesso tempo più "impossible" di tutti. Non importa se il mondo sia continuamente in pericolo sotto la minaccia nucleare, il gioco di inganni multipli e di strategie criminali che mette in scena McQuarrie con Mission: Impossible - Fallout (QUI trovate la nostra recensione del film) dona linfa vitale al materiale di partenza, scongiurando preventivamente il rischio "minestra riscaldata".

E poi c'è Cruise, da ammirare per il modo in cui affronta sfide sempre più impegnative con lo stesso entusiasmo di Pinocchio nel Paese dei balocchi. Nel sesto capitolo si lancia da 7mila metri, sale in sella ad una moto (una costante, questa, della sua carriera) e vola da un tetto all'altro. Il modo in cui riesce a rimanere invischiato nelle cospirazioni più tremende ricorda, più che le spie abituali, quello di Dirk Pitt nella serie di romanzi d'avventura ideati da Clive Cussler. Puntuali entrambi, Hunt e Pitt, quando c'è da salvare il mondo.

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