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Il verdetto, la recensione: il giudice Emma Thompson rende giustizia al romanzo di McEwan

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Emma Thompson e un ottimo cast di supporto rendono giustizia al romanzo di Ian McEwan (qui anche sceneggiatore) da cui è tratto Il verdetto: la recensione del film.

Emma Thompson nel film Il Verdetto BIM

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La distanza tra legge e morale può essere minima o siderale. In questa mancata sovrapposizione, nel tormento di chi aderisce all'una o all'altra, pagandone il prezzo, lo scrittore Ian McEwan ha costruito una fortunatissima carriera letteraria. A 70 anni appena compiuti, sa di aver già scritto il capolavoro che lo renderà immortale (Espiazione) e un nutrito numero di romanzi più che riusciti, talvolta memorabili. Magari anche lui, come il protagonista di The Wife, vive con ansia la notte precedente all'annuncio del Premio Nobel: ne avrebbe tutti i motivi. 

La sua avventura cinematografica è sorprendentemente ricca, considerando il contenuto dei suoi romanzi. Il suo stile è freddo e analitico, i suoi intrecci cerebrali, le trame sono basate sulla voce interiore di un personaggio che compie azioni banali. Non è  certo il genere di materiale su cui Hollywood corre a metter mano. Eppure a stretto giro vedremo arrivare nelle sale due film tratti da sue opere: Chesyl Beach con Saoirse Ronan e Il Verdetto con Emma Thompson.

Emma Thompson e Stanley TucciHDBIM
Il verdetto è un film discreto, reso intrigante dai suoi grandi attori

Stavolta Ian McEwan non si limita ad essere spettatore dell’adattamento, ma vi partecipa attivamente, scrivendone la sceneggiatura. Il livello - ancora insuperabile - a cui tentare di avvicinarsi è quello di Espiazione di Joe Wright, che è tanto perfetto come romanzo quanto magistrale come film. Il verdetto non aspira certo a quelle vette; forse non regge nemmeno il tentativo di comparazione tra due storie tanto differenti.

Tra legge e morale

Quella qui presentata è una versione realistica e minimale di un legal drama con al centro il Children Act, una legge inglese molto contestata risalente al 1989. Il provvedimento sancisce che un giudice può intervenire a tutela di un minore nel caso in cui i suoi genitori o lui stesso sia giudicato incapace di prendere la decisione migliore per il suo futuro. Da giudice della corte preposta alle cause con coinvolti minori, Fiona Maye ci fa i conti giornalmente: che si tratti di neonati siamesi, ragazzine maltrattate o adolescenti malati che rifiutano le cure, tutto per lei si risolve in un’applicazione stringente della legge.

Il caso che la farà vacillare è da manuale: c’è un ragazzino Testimone di Geova che ha urgente bisogno di una trasfusione di sangue ma la rifiuta, sostenuto dai suoi genitori. Cresciuto in una comunità religiosa salvifica o oscurantista, a seconda dell’avvocato che si ascolta, Adam è deciso ad andare incontro alla morte per non scontentare i genitori e i capi della sua comunità. Per i Testimoni di Geova infatti trasfusione di sangue è un peccato gravissimo.

Si tratta solo di un altro caso che attirerà le attenzioni della stampa su Fiona, ma il cui verdetto è scontato. Il Children Act prescrive che il tribunale imponga l’attuazione della trasfusione di sangue. La granitica persona di Fiona - tutta comprensione umana ma solida e laica aderenza alla legge - si sgretola insieme alla rivelazione del marito, interpretato da uno Stanley Tucci ancora una volta impeccabile. Trascurato da anni dallo stacanovismo della moglie, costretto a condividere un talamo senza una vita sessuale, Jack annuncia a Fiona che vorrebbe avere una storia extra coniugale.

Emma Thompson da manuale

Il verdetto si consuma tutto attorno alla morale di Fiona, messa a dura prova nel pubblico e nel privato da questi due “casi” contingenti. Nella sua parvenza e nel suo comportamento si aprono crepe visibili, ma la fede incrollabile nei suoi valori la tiene in piedi, pronta a pagare il prezzo per non aver tradito ai suoi valori fino in fondo. Il punto di rottura - al protocollo giudiziario e alla sua routine umana - è l’incontro in ospedale con Adam. Questo colloquio breve e informale cambierà la vita di entrambi in maniera irreversibile. Adam (Fionn Whitehead) scoprirà quanto la sua visuale sul mondo fosse ristretta, Fiona si troverà sull’orlo di un colpo di testa senza precedenti.

Quello di Richard Eyre è chiaramente un film di performance attoriali, che rendono appassionanti vicende freddissime e cavilli processuali. Eppure l’aspetto più sorprendente de Il verdetto è come il regista riesca a rievocare per immagini le sensazioni che suscita la lettura del romanzo La ballata di Adam Henry (edito Einaudi), la forma mentis della Fiona creata da Ian McEwan, la sua precisione in cui rivive quella dello scrittore. Il verdetto nei fatti potrebbe essere un film TV, ma uno di quelli prodotti da BBC, cioè con una qualità comprovata, che va oltre la media.

Il protagonista AdamHDBIM
Se la tua fede vacillasse, cosa guiderebbe la tua morale nella vita di ogni giorno?

A sorpresa il tallone di Achille è Ian McEwan stesso, nella duplice veste di scrittore e sceneggiatore. Il verdetto soffre un po’ della debolezza delle opere meno riuscite di McEwan: le premesse sono intriganti e suggestive, ma spesso il loro compimento perde d'efficacia. Questo è vero per La ballata di Adam Henry, che non è certo la sua opera più incisiva. Chi conosce le opinioni politiche di McEwan potrebbe trovarlo persino un po’ banale.

La debolezza intrinseca della storia viene aggravata dalla sceneggiatura, che nelle battute finali del film compie scelte meno radicali dell’originale, smorzando (e di molto) il risultato complessivo dell’opera. Per fortuna quando Ian McEwan perde di mordente, lo splendido cast del film tiene la barra dritta e fa arrivare in porto l’operazione, senza troppi danni.

Il verdetto è nei cinema italiani dal 18 ottobre 2018.

Voto7/10

Supportato da un cast pregevole, Richard Eyre riesce a restituire la precisione e consapevolezza della scrittura di Ian McEwan, qui sceneggiatore. Peccato gli tocchi uno dei suoi libri meno incisivi.

Elisa Giudici

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