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Cold War, la recensione: un grande film e un grande amore incendiano la Guerra fredda

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Il regista polacco Paweł Pawlikowski torna dopo l'Oscar a Ida con un film ancora più intenso e maestoso. Cold War è la storia dell'amore impossibile di due esuli e amanti disperati, ispirata a quella dei genitori del regista.

Joanna Kulig e Tomasz Kot Lucky Red

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Mette quasi a disagio quella dedica finale, che appare dopo 85 intensissimi, drammatici minuti di Cold War: ai miei genitori. Lo spettatore ha appena assistito all'ultima fiammata di una struggente, disperata, passionale storia d'amore, imprigionata in una rigorosissima veste formale ed ecco una nota, una postilla che potrebbe risultare quasi sentimentale. Non c'è nulla di sentimentale o tenero nel film, che pure ritrae una delle più travolgenti storie d'amore viste al cinema nell'ultimo decennio. Una storia che il regista premio Oscar per Ida ha sublimato distillando 40 anni di burrascosa vita sentimentale dei suoi genitori, spesi a rincorrersi da una parte all'altra della Cortina di Ferro. Viktor e Zula, lui pianista e arrangiatore colto e malinconico, lei giovane ambiziosa dal passato oscuro, nascono dai ricordi di Pawlikowski bambino, in una Varsavia dove l'oppressione governativa arriva tra le mura domestiche e dove suo padre e sua madre sono incapaci di vivere separati ma anche di stare insieme. 

Dopo avern lavorato in mezza Europa il regista è rientrato a Varsavia per girare Ida e - come lui stesso sottolinea - con l'età sente crescere il richiamo dei ricordi, del passato e quindi della sua patria. Se Ida era un film intimista e religioso, definito da molti "un film preghiera", Cold War è una pellicola intima e personale, una fiammata imprigionata in un splendido blocco di cristallo. Girato come di consueto per Pawlikowski in 16 mm e con il formato "accademico" di 1:1:33 (dall'aspetto quasi quadrato), Cold War è ancora una volta un'esperienza visiva sublime e rigorosa.

Tomasz Kot è ViktorHDLucky Red
Cold War è la storia di due esuli, incapace di rimanere lontani dalla patria e dall'altro

Col suo bianco e nero altero il film sembra nativo dell'epoca in cui è ambientata la vicenda (1949-1964), scevro di manierismi e riletture contemporanee. Incapace di replicare i colori della sua Polonia oppressa dal comunismo e distrutta dalla Seconda guerra mondiale senza scadere nell'artefatto, il regista polacco ha scelto ancora una volta il bianco e nero, che avvolge i protagonisti nell'esilio parigino e trasmette il rigore quotidiano di una Polonia distrutta dalla guerra e dal Comunismo. 

Cold War: la trama

Viktor (Tomasz Kot) è un pianista e arrangiatore la cui formazione, intuiamo qua e là, lo ha portato a vivere in passato nell'Europa dell'Ovest. Nel 1949 però gira la Polonia comunista in cerca di canti agrari e canzoni tipiche, in modo da registrarle e conservarle per un progetto di valorizzazione governativa della cultura locale. Per lui è un lavoro come un altro, la sua passione musicale è il jazz (proibito dal governo), eppure rimane coinvolto nella fondazione di un gruppo musicale folkloristico, il Mazowske. Durante le audizioni tra i contadini locali, incontra Zula (Joanna Kulig), che si finge contadina per sfuggire alla povertà. Irretito dal suo fascino, messo in guardia sul passato carcerario di lei (che avrebbe accoltellato il padre che le aveva usato violenza), Viktor ne rimane perdutamente innamorato

Comincia così la storia d'amore tra Zula e Viktor: lui la valorizza all'interno del Mazowske, su cui il governo ha già messo gli occhi, trasformandolo ben presto in un formidabile strumento di propaganda comunista. Lei è costretta a fare la spia su di lui e tenta così di proteggerlo, sfruttando l'ascendente che ha sul manager del gruppo, anch'esso invaghito di lei. Quando il Mazowske comincia ad andare in tournée per l'Europa comunista e approda a Berlino Est, Viktor chiede a Zula di fuggire con lui a Ovest. Il Muro ancora non c'è, basta camminare da una parte all'altra di una strada presidiata per arrivare in quel mondo libero e culturalmente stimolante che lui anela. 

Joanna Kulig è ZulaHDLucky Red
Joanna Kulig, disperata e volitiva, dà una grande performance in Cold War

Lei però non ha rimostranze contro il comunismo e anzi teme la libertà del blocco occidentale, che percepisce come un pericoloso mezzo per evidenziare la distanza culturale con il suo amato. Comincia così oltre un decennio di inseguimenti e allontanamenti. I due sono incapaci di vivere insieme ma soprattutto di rimanere lontani dalla Polonia. La vita da esuli, pur ricca di successi artistici e musicali, li consuma, li priva della loro identità e li rende deboli. Parigi è lo sfondo romantico della loro unica parentesi felice: lei incide un disco, lui entra negli ambienti culturali più influenti. Eppure lei annega nell'alcol, lui in una debolezza cronica e priva di carattere. 

Il richiamo della Polonia oppressa è un lamento silenzioso e irresistibile, ma il prezzo del ritorno è altissimo per entrambi. Lacerati dalla separazione, costretti a scelte autodistruttive pur di conservare la remota possibilità di rivedersi, Zula e Viktor elaborano un'ultima, disperata mossa per stare finalmente insieme, che li riporterà in quella campagna polacca agricola e decadente che ha fatto da sfondo al loro incontro.

Cold War: la recensione

Colpisce e spiazza l'apparente freddezza emotiva, il distacco formale con cui Paweł Pawlikowski racconta una storia così struggente, che in teoria dovrebbe essere oltremodo romantica. Cold War però è più di una "semplice storia d'amore" ed è più di un film autobiografico. L'amore di Zula e Viktor può apparire distante e freddo perché racchiude il carattere dello spirito polacco, l'orgoglio silenzioso e mai sopito del tutto di un popolo passionale che ha passato la quasi totalità del Novecento ad essere oppresso, a resistere a tentativi di assimilazione da parte dei nazisti e dei comunisti. 

Joanna Kulig nei panni di ZulaHDLucky Red
Oppressi nella propria casa o liberi ma esuli? Questa è la drammatica scelta raccontata da Cold War

Difficile districare l'amore per Zula, la passione per Viktor e l'affezione per la Polonia nelle tante scene di Cold War. Chi è l'amante più crudele, Zula che lascia Viktor a consumarsi di sigarette sul confine tra Berlino Est e Ovest o la Polonia che lo richiama irresistibilmente nonostante rincasare possa significare la morte, o peggio? L'amore è amore, dice spazientito Viktor in un passaggio del film: sembra un'affermazione banale, ma nel suo presente di esule che davvero francese non è (nonostante i documenti dichiarino il contrario) e il cui passato polacco non esiste più, ha tutto il peso di una condanna.

La chiave di lettura è tutta in quel silenzio in cui nasce e muore l'amore di Zula e Viktor, nelle occhiate ardenti che i due di scambiano da lontano. Quando si parlano Zula e Viktor si fraintendono, si offendono, si allontanano frapponendo tra loro l'orgoglio e l'insicurezza. Le uniche due confessioni d'amore avvengono nel buio di un appartamento parigino, in cui Viktor confessa all'amante di turno che di aver rivisto "la donna della sua vita" e in un locale affollatissimo, in cui una Zula tanto disperata quanto ubriaca mormora a Viktor "ti amo più della mia stessa vita ma devo vomitare". 

Joanna Kulig e Tomasz Kot in una scena del filmHDLucky Red
Joanna Kulig e Tomasz Kot hanno un'intesa perfetta in Cold War

Dietro una colonna sonora struggente quanto la storia narrata, dietro la bellezza romantica della Parigi dei localini jazz anni '50 e di una rigorosa Varsavia ("dicono che sia la Parigi dell'Est"), c'è un silenzio opprimente di cose impossibili da dire ma che rimbombano nella disperazione di due amanti, di una nazione. È in quel silenzio, è in quell'apparente distacco emotivo che Paweł Pawlikowski ci spiega l'impossibilità di Zula e Viktor di stare lontani l'uno dall'altro, lontani da una Polonia che per rigurgiti nazionalisti e tradizionalismo manipolato lancia ben più di un'allusione velata all'attuale situazione politica nazionale.

Cold War è un film che non ha bisogno di dire esplicitamente ciò che veramente importante porta con sé. Certo si rischia di essere distratti dalla bellezza formale della sua regia o forse di avvertire un po' di pesantezza se non si è avvezzi al cinema autoriale europeo. Nel buio silenzioso della sala, mentre la musica fugge via così come la felicità di Viktor e Zula, Paweł Pawlikowski ci consegna i suoi ricordi più importanti, il suo testamento nazionale e familiare. Nella speranza che non si consumi in silenzio un ritorno a quell'epoca, a quei muri e a quegli amori esuli e disperati. 

Cold War arriverà nelle sale italiane il 20 dicembre 2018.

Voto9,5/10

L'amore disperato per una donna, per un uomo e per una terra oppressa: Cold War è una sorta di testamento familiare e nazionale, una fiammata di grande cinema avvolta in un gelido rigore formale.

Elisa Giudici

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