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La casa di Jack, la recensione: Matt Dillon diventa un serial killer per un Lars Von Trier senza freni

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Sotto le spoglie di un violentissimo thriller, Lars Von Trier regala allo spettatore una riflessione su cosa significhi creare arte, in un film senza compromessi né censure. La recensione di La casa di Jack.

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Se c'è una qualità che va riconosciuta al nuovo progetto del regista Lars Von Trier, è la sconfinata ambizione. Una qualità (che talvolta si trasforma in pecca) che non difetta certo a tanti altri suoi colleghi, le cui intenzioni iniziali però finiscono per essere annacquate o almeno un po' diluite dai tanti compromessi che richiede la realizzazione di un film. Una pellicola è un'opera artistica, ma non solo. Anzi, non è pienamente né arte né prodotto, quanto un punto più o meno a metà strada tra questi due estremi, che concilia i bisogni comunicativi del creatore e i bisogni economici dei suoi finanziatori. 

Presentato all'ultimo Festival di Cannes e accolto con calore dalla critica, La casa di Jack vuole dire e fare tante cose, ma forse l'urgenza più sentita e il traguardo più riuscito è quello di avvicinarsi il più possibile all'estremo artistico dello spettro, liberando il film da tutti gli ammorbidimenti e le costrizioni che la "vendibilità" impone di solito ai realizzatori. Per nostra fortuna, stavolta questo spostamento (che è la forza originaria dell'intero cinema del regista danese) non equivale a un film autoriale indigesto o comunque impegnativo.

Un'immagine promozionale di La casa di JackHDVidea
Matt Dillon si trasforma in un disturbante serial killer per Lars Von Trier

Il mezzo attraverso cui Von Trier ci comunica il suo messaggio è quello di un violentissimo thriller vietato ai minori di 18 anni, l'agente principale un serial killer per caso che colleziona cadaveri, interpretato da Matt Dillon. Come dichiarato dal cineasta:

Dopo tanti film su donne buone, ho voluto realizzare una pellicola su un uomo cattivo

Voglia di casa, sete di morte 

Quello di Matt Dillon è un ruolo disturbante ancor prima che le uccisioni abbiano inizio. Jack infatti è uno psicopatico che è passato indenne al vaglio sociale, di cui nessuno ha scoperto l'esistenza. Nullafacente benestante, grazie a un'eredità non ha (più) bisogno di lavorare e può dedicarsi al suo più grande sogno: quello di realizzare la propria casa, disegnandola da zero. Sin da ragazzino Jack ha sentito in sé la vena creativa, ma ha dovuto capitolare ai desideri della famiglia, abbandonando l'amore per l'architettura per il più pragmatico studio dell'ingegneria. 

È una voce fuori campo a stimolare il lungo racconto/confessione del serial killer; è quella di Bruno Ganz, attore svizzero e volto del cinema tedesco recentemente scomparso, che qui ha un ruolo da chiusura di carriera davvero memorabile. Nonostante il film duri 152 minuti, non c'è tempo per ripercorrere l'enorme numero di uccisioni messe in atto dal protagonista, che sceglie cinque "incidenti" che ne sintetizzino l'opera da serial killer. Dalla prima uccisione per caso, quasi innescata volontariamente da una fastidiosissima donna saccente, a crimini via via più crudeli e machiavellici. Uccisione dopo uccisione, Jack si libera del suo bisogno ossessivo di pulizia e ordine, diviene più letale e anche più avventato, così come da sviluppo di un serial killer "canonico". 

Matt Dillon in La casa di JackHDVidea
La prova di Matt Dillon nei panni di un serial killer inarrestabile è impressionante

Quello che manca qui è l'intervento della giustizia, un agente del caso o della polizia. Il film volutamente calca la mano su quanto il destino o il caso sembrino sempre dalla parte di Jack, assistito da piogge provvidenziali e dall'ingenuità di strani poliziotti. La dimensione angosciante della cattura diventa metafora della ricerca spirituale del protagonista e del regista stesso: ogni volta che Jack non viene scoperto o qualche evento finisce addirittura per dargli una mano, il suo senso di solitudine, di mancanza di ordine universale si acuisce, per quella che è anche una riflessione religiosa. 

Se Dante diventa un serial killer 

D'altronde non c'è persona più in ricerca di Dio di chi ne voglia postulare l'assenza e l'iconoclasta regista danese non sfugge alla regola: La casa di Jack nel suo segmento finale diventa una vera e propria allegoria diabolica della Divina Commedia. Per trovare traccia dell'esistenza di Dio Lars Von Trier non tende però al paradiso, ma scava dentro la malvagità umana, alla ricerca di un fondo, di un approdo, di un arrivo, ancorché satanico. Tutto pur di sfuggire al nulla, alla "luce negativa" che lascia un'ombra nera sulla pellicola, a un'assenza che scava voragini nel cuore degli uomini. 

Jack e la sua guida in una scena del filmHDVidea
L'allegoria dantesca si fa via via più palese nelle fasi finali del film

L'unico rimedio possibile, l'unico mezzo di esplorazione sembra l'arte, che però va pagata a caro prezzo. Lars Von Trier ribadisce in questo splendido, complesso film che è ben consapevole delle ripercussioni della sua opera, di quanto possa essere violenta e assassina la creazione di un'opera immortale (che nel film finisce per uccidere letteralmente le persone, sottolineando come l'arte faccia più che sopravvivere passivamente ai suoi modelli), ma di quanto sia necessario non farsi frenare dalle convenzioni e dal sentire comune. Altrimenti ne risulta una casa sin troppo regolare, anonima e vuota, che ispira solo un profondo senso di inadeguatezza. 

La casa di Jack è nei cinema italiani a partire dal 28 febbraio 2019

Voto9/10

Stavolta Lars Von Trier non affonda in una disperazione esistenziale, ma si lancia a capofitto in territori oscuri con un film ambizioso, violentissimo e persino divertente, che stimola lo spettatore.

Elisa Giudici

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