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L'omicidio di Marta Russo: un caso ancora circondato dal mistero

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L'omicidio di Marta Russo, tristemente noto come il delitto della Sapienza, dopo quasi 22 anni ha ancora molti punti oscuri. Testimonianze, ritrattazioni, ripensamenti, accuse reciproche. Ecco il caso.

Marta Russo Pubblico dominio

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Era il 9 maggio 1997. Poco prima di mezzogiorno Marta Russo, 22 anni, studentessa in giurisprudenza alla Sapienza di Roma, viene raggiunta da un colpo d’arma da fuoco. Muore in ospedale il 14 maggio. Dal giorno del ferimento, si scatena il caos nei pressi dell’Università: nessuno ha idea del luogo da cui è arrivato lo sparo, né di chi sia stato a premere il grilletto, ma soprattutto non c’è nessuna traccia di un movente.

Marta è una ragazza come tante altre, con una vita come quella delle sue coetanee. Sportiva, era stata campionessa di scherma. Quando fu colpita, stava camminando nei dialetti dell’Università, in compagnia dell’amica Jolanda Ricci. La sorella di Marta, Tiziana, a vent’anni dall’omicidio rimasto circondato da molte, troppe domande, ha dedicato un libro alla sorella. Chiedendosi come sarebbe stata la sua vita se Marta non le fosse stata strappata via.

Ma il testo più esaustivo sul mistero che ha circondato l’interruzione di una giovane vita è senza dubbio quello scritto da Vittorio Pezzuto: Marta Russo - Di sicuro c’è solo che è morta.

Il libro Marta Russo: Di sicuro c'è solo che è mortaCreateSpace/Vittorio Pezzuto
Marta Russo: Di sicuro c'è solo che è morta, il libro di Vittorio Pezzuto

Nonostante la condanna definitiva per omicidio colposo aggravato di Giovanni Scattone, assistente all’Università in Filosofia del diritto, e del suo collega Salvatore Ferraro per favoreggiamento, la dinamica e soprattutto le ragioni del delitto restano a tutt’oggi prive di risposte certe.

Le indagini: da dove hanno sparato, e perché?

Quando Marta viene ferita e trasportata in ospedale, al Policlinico Umberto I, dove purtroppo morirà cinque giorni dopo, gli investigatori non sanno bene come muoversi.

Il colpo d’arma da fuoco - in seguito sarebbe stato identificato come un calibro .22 - sembrava essere piovuto su Marta dal nulla. Come se non bastasse, il grande via vai di studenti e dipendenti aveva reso di fatto impreservabile scena del crimine. Fra mille difficoltà, vennero esplorate molte possibilità: la data era la stessa dell’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse e dell’uccisione di Peppino Impastato da parte del crimine organizzato. Ma la pista terroristico-politica venne presto abbandonata.

S’ipotizzò anche uno scambio di persona, vista l’estraneità di Marta e della vicina Jolanda a qualsiasi evento che avesse potuto metterle al centro di un tentativo di vendetta. S’ipotizzò perfino che fosse il tentativo di due assistenti universitari (Scattone e Ferraro, secondo alcuni studenti) di mettere in scena il “delitto perfetto”.

L’affollata scena del delitto dovette essere ricostruita in laboratorio, tramite sofisticate apparecchiature fornite dall’Università di Ferrara che fecero giungere gli inquirenti alla conclusione che il colpo era stato esploso dalla finestra dell’Aula 6 di Filosofia del diritto, sul cui davanzale vennero trovate tracce di polvere da sparo

A quel punto iniziò il circo mediatico, fra valutazioni millimetriche, ipotesi sull’altezza dell’assassino, analisi e smentite. 

Il delitto di Marta Russo era diventato l’argomento di discussione principale e tutti, ma proprio tutti, dovevano dire la loro. In questa sede, per ovvie ragioni di spazio, mi limiterò a raccontarvi i fatti principali. Ma vi prego di tenere presente che accuse, ritrattazioni e contraddizioni furono protagoniste durante le indagini e, in seguito, al processo.

La svolta: Gabriella Alletto e i sospetti su Scattone e Ferraro

Diffusa anche su internet da Radio Radicale, l’interrogatorio a Gabriella Alletto condotto da Italo Ormani - Procuratore aggiunto - e Carlo Lasperanza - Pubblico Ministero - rappresentò il momento della svolta nelle indagini. Segretaria dell’Istituto di Filosofia del diritto, Gabriella Alletto diventò la testimone chiave nel caso dell’omicidio di Marta Russo.

Ho visto Ferraro davanti alla scrivania e Scattone accanto alla finestra, dietro la tendina. Poi all'improvviso è stato come un bagliore, quasi un tonfo. Ferraro si è portato le mani nei capelli, un secondo o due dopo lo sparo. Non era rivolto verso di me. Scattone, invece, ritraeva la mano destra. Non ho sentito discutere, non c'è stato alcun rimprovero di Ferraro a Scattone, anche perché è stato quasi immediato l'ingresso nella stanza della Lipari. C'era il gelo assoluto e nessuno ha parlato.

Marta Russo: la targa in sua memoriaPubblico dominio
La targa in memoria di Marta Russo

Le parole di Gabriella Alletto coinvolsero anche Maria Chiara Lipari, figlia del professor Lipari dell’Università, si sarebbe trovata nell’aula 6 pochi minuti dopo lo sparo.

Indicò la presenza di due persone: Gabriella Alletto e Francesco Liparota, altro dipendente dell’Istituto.

A questo punto inizia il rimpallo delle responsabilità, le dichiarazioni poi ritrattate, la confusione sui ricordi e le conseguenti rettifche. Alla fine, la Alletto conferma la sua testimonianza riguardo a Scattone e Ferraro, mentre la Lipari fece anche i nomi di Massimo Mancini e Andrea Simari, altri due assistenti in Università. In breve: ci furono 40 indagati, inclusi impiegati dell'impresa di pulizie che lavorava all'Università. 

Mesi d’indagini per vagliare la posizione di ogni singola persona nominata dai testimoni, in una o nell’altra testimonianza.

La Alletto fu al centro di un caso, perché venne chiamata a riferire come persona informata dei fatti ma venne trattata, di fatto, come una sospettata. E le venne negata l’assistenza legale. Per questo, e per le pressioni psicologiche esercitate su di lei anche in seguito, la sua testimonianza venne sempre messa in dubbio. Nella versione recuperata da Radio Radicale, la donna giurava sulla testa dei propri figli di non essere stata presente in quell’aula.

Aula che, per inciso, numerosi esperti indicarono come solo una delle possibili location d’origine dello sparo, e non “la” origine per certo.

Ricostruzioni e altre teorie

Per determinare con certezza il punto d’origine dello sparo - mentre anche testimoni, fra cui Liparota, ritrattavano dichiarando di aver subito pressioni - vennero eseguite diverse ricostruzioni con armi di calibro .22 dalla finestra dell’aula 6. Al centro della discussione c’era la famigerata particella di antimonio-bario che avrebbe fatto identificare l’aula come origine dello sparo. Ma le perizie smontarono anche questa teoria.

Il test del guanto di paraffina venne eseguito solo giorni dopo, compromettendone la validità, e le prove vennero contaminate. La particella venne fatta risalire a inquinamento atmosferico, e rivenuta anche sui davanzali di altre finestre. L’accusa trovò dei residui sulla borsa di Ferraro, che fece analizzare per identificarli come tracce di polvere da sparo, ma per la difesa si trattava di particelle derivate da pastiglie dei freni di veicoli.

Insomma: la confusione regnava sovrana e prove certe non esistevano. Ogni nuova perizia smontava quella precedente.

Venne indagato anche il bibliotecario del Dipartimento di Lettere, Salvatore Carmelo Zingale, che era noto fra i colleghi per essere appassionato di armi. Possedeva 6 pistole - fra cui una calibro 22 - tutte regolarmente denunciate. Ma il porto d’armi era stato rilasciato dietro una dichiarazione mendace di Zingale. Il che lo fece condannare a un anno di reclusione con la condizionale.

Dal delitto Russo venne scagionato perché il suo alibi risultò convincente.

Giovanni ScattonePubblico dominio
Giovanni Scattone, condannato in via definitiva per l'omicidio colposo di Marta Russo

La conclusione?

Fra ipotesi e controipotesi, però, il punto principale era uno solo: non venne mai trovata l’arma del delitto. Mai. Ciononostante, Ferraro fu accusato al processo di detenzione illegale di arma da fuoco, 

Liparota venne condannato a 4 anni per favoreggiamento e poi assolto in Cassazione. Scattone venne identificato come l’autore materiale del delitto, e condannato in via definitiva a 5 anni e 4 mesi.

Sia Scattone che Ferraro - 4 anni e due mesi per favoreggiamento - si sono sempre dichiarati innocenti ed estranei ai fatti.

Il caso venne chiuso con queste condanne, ma a tutt’oggi probabilmente ha ragione Pezzuto, il giornalista che ha studiato indagini e processo per scrivere un libro che ha dovuto pubblicare da solo perché, a suo dire, diversi editori temevano per citazioni in giudizio o scarso interesse da parte del pubblico: l’unica cosa che sappiamo per certo è che Marta Russo, una ragazza di 22 come tante altre, mentre camminava fra i viali della sua Università venne uccisa.

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