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Attacco a Mumbai, la recensione: quando l'action parla di terrorismo e ha un'anima

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Nel suo impressionante esordio, il regista Anthony Maras riesce a raccontare l'assedio terroristico di tre giorni a Mumbai con il giusto grado di umanità, tatto e coscienza critica: la recensione di Attacco a Mumbai.

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Sembra ieri che il dilemma etico attanagliante su quanto fosse inappropriato girare un film su un evento traumatizzante e violento come la distruzione delle Torri Gemelle di fatto paralizzava Hollywood, desiderosa di mettere le mani su un materiale emotivo così potente ma giustamente frenata da qualche remora etica.

A quasi 20 anni di distanza, è un fatto che il ciclo naturale di trasformazione di un evento di cronaca traumatico come un assalto terroristico in materiale cinematografico si sia di molto velocizzato rispetto al passato. Se prima era verosimile che passassero decenni prima che qualcuno si ponesse il problema o la possibilità di raccontare un evento simile su grande schermo, attualmente non è solo il periodo di sfruttamento cinematografico di un film dalla sala all'Home Video ad essersi fortemente ridotto, ma anche quello di attesa o incubazione prima di avviare una produzione basata su una storia vera.

Due protagonist arrivano al Taj HDM2 Pictures
I turisti occidentali sono protagonisti di un'odissea simile a quella dei membri indiani dello staff

Questa considerazione - che nasce non solo dalla sventurata "normalizzazione" di eventi di natura terroristica ma anche della loro continuativa trasposizione su grande schermo - non risolve di certo il dilemma etico di fondo. Anche perché negli ultimi anni eventi come lo scoppio di una bomba alla Maratona di Boston o lo sventato assalto terroristico a un TGV grazie a tre giovani passeggeri americani al cinema sono stati inscritti nel genere action. È un passo ulteriore, che aumenta l'ambiguità morale dell'operazione. I film d'azione infatti si basano sull'assunto che la componente dinamica, esplosiva e persino violenta della loro narrazione abbia un valore estetico e d'intrattenimento fine a sé stesso, il che rende quantomeno problematico l'utilizzo di storie vere e tanto drammatiche per ricavarne quello che potrebbe venire percepito come un puro godimento ludico.

Questo significa che di fronte a un film come Attacco a Mumbai - una vera storia di coraggio è probabile, lecito e prevedibile che ci sia una spaccatura, che l'opinione sulla riuscita dell'operazione e sulla sua valenza vari da critico a critico, da spettatore a spettatore. A mio modo di vedere però l'esordio di Anthony Maras alla regia non solo è qualitativamente impressionante, ma anche più rispettoso e mediato rispetto a tante opere del recente passato.

Mumbai sotto assedio 

Il film del regista australiano ricostruisce infatti i drammatici tre giorni di Mumbai nella morsa del terrorismo fondamentalista islamico. Nel novembre 2008 un gruppo di jihadisti coordinati da mandanti tutt'ora ignoti arrivarono nella popolosa capitale economica dell'India e la tennero sotto scacco per 72 ore, compiendo una serie lunghissima di agguati in ristoranti, stazioni ferroviarie e hotel di lusso. L'assalto simbolo fu quello al Taj Mahal Palace Hotel, uno dei simboli della città, in cui rimasero intrappolate per giorni insieme ai terroristi più di 500 persone, tra personale e ospiti dell'albergo. 

Attacco a Mumbai fonde centinaia di testimonianze di quelle drammatiche ore in personaggi fittizi, a cavallo tra lo stereotipo che guida questo genere di film e le tante storie di eroico coraggio che permisero di ridurre e di molto il numero delle vittime. Il personaggio del cameriere sikh Arjun (interpretato dall'immancabile Dev Patel, forse l'unico attore indiano familiare al pubblico occidentale) compie una serie di salvataggi e azioni diversive che nella realtà vennero realizzate da vari lavoratori, così come l'architetto bianco David (interpretato da Armie Hammer) incarna quasi il concetto stesso di occidentale "prezioso" agli occhi dei terroristi. 

Dev Patel osserva la via di fugaHDM2 Pictures
Dev Patel si conferma come l'unico attore indiano noto al pubblico occidentale

Inutile nascondersi dietro un dito: questo è un film duro, durissimo, che racconta per oltre 2 ore un assalto traumatizzante, un'affannosa e terrificante corsa senza fine verso la salvezza. Il fatto che alcune parti siano state rimaneggiate e che la componente action non manchi scopre sicuramente il fianco del film a molte critiche. Anthony Maras però non impressiona solo per la sua regia pulita, chiara, in grado di sostenere la tensione, ma soprattutto per come in ogni singolo frangente eviti il gusto della spettacolarizzazione della carneficina o il voyeurismo macabro esibito da certi colleghi. 

Il culto del cliente, il culto religioso

Assistito da uno sceneggiatore veterano e poliedrico come John Collee, Maras ha un approccio all'intera questione sorprendentemente lucido, talvolta piuttosto critico. Il bell'americano dagli occhi azzurri con splendida moglie e infante al seguito e il ricco russo dagli occhi di ghiaccio (interpretato da Jason Isaacs) sono protagonisti della storia insieme al cameriere Arjun. Tuttavia questa impostazione non porta al passaggio "logico" ricorrente in questo genere di produzioni hollywoodiane, ovvero il fatto che le vite dei bianchi ricchi siano più preziose rispetto a quelle dei terroristi che vogliono ucciderli o del personale locale che tenterà di difenderli. 

Il film è molto lucido nel ritrarre come la città sotto assedio dia per scontato come i soldi diano la sicurezza, tanto che i terroristi entreranno al Taj Hotel proprio mescolandosi tra i sopravvissuti ai precedenti attacchi in cerca di rifugio. Il Taj Hotel è metafora di tante questioni a Mumbai e il film riesce a esprimerne il valore fortemente simbolico tanto quanto la sua struttura fisica. È uno degli alberghi più esclusivi, che dedica ogni cura e lusso alla sua ricchissima clientela, perciò in qualche modo è anche simbolo del passato coloniale della nazione, essendo popolato in prevalenza da stranieri. Inoltre nelle sue cucine e nei corridoi militano persone di umili classi sociali, poverissime e con famiglie numerose, per cui quel posto di lavoro è un simbolo di speranza, riscatto sociale. 

Dev Patel sta per essere cacciato dallo chef del hotelHDM2 Pictures
A Maras non sfugge come la struttura del hotel sia basa su una fede cieca correlabile a quella dei terroristi

Al film non sfugge un parallelismo tutt'altro che scontato, ovvero quello tra il culto del cliente (considerato come un Dio nei rituali quotidiani dello staff) e l'obbedienza cieca dei terroristi verso i loro capi. Il fatto che molti membri dello staff decidano di non fuggire per salvare i clienti e ottemperare a questo comandamento lavorativo di rispetto assoluto non solo non viene dato per scontato (come spesso in altri film si è visto fare, sottintendendo che le vite di chi non è caucasico valgano in qualche modo meno) ma viene anzi problematizzato, pur celebrando l'eroismo del personale. Non può che gelare il sangue nelle vene vedere due centraliniste farsi sparare in testa piuttosto che telefonare ai clienti asserragliati nelle camere per indurli ad aprire la porta ai terroristi, ma è encomiabile come il film rifletta su questo eroismo e si chieda se i suoi presupposti siano eticamente corretti.

Un altro punto in cui Attacco a Mumbai dimostra grande onestà (e risulta ancor più agghiacciante di conseguenza) è l'estrema brutalità con cui testimonia come la ricchezza non conti quasi nulla in frangenti come questo, ma siano decisamente più fatali un bicchiere che cade, una telefonata giunta all'ultimo secondo, girare nel corridoio giusto, aprire la porta sbagliata, conoscere una versetto del Corano. Il terrorismo non è il livellatore di ingiustizie sociali che crede di essere (come appuriamo in chiusura di pellicola). Tuttavia di fatto porta all'incontro - brutale e mortale - di persone che il denaro e il colore della pelle spesso compartimentalizza agli antipodi della società.

Maras e Collee non si dimenticano nemmeno dell'umanità dei terroristi, che non vengono né irrisi e vittimizzati, ma colti nel momento in cui per la prima volta nella loro vita vedono un water ("una macchina che elimina la merda" racconta stupito un ragazzo) ed entrano a contatto con una realtà inimmaginabile. I giovanissimi assalitori ("sono solo ragazzi", commenterà lo chef dell'albergo) osservano con stupore l'imponenza di un albergo incongruente rispetto ai loro villaggi d'origine e, quando la fine si avvicina, vengono consumati dall'angoscia di non saper se il loro sacrificio frutterà il denaro promesso alle loro famiglie, traditi da capi che non esitano nemmeno a ordinare loro di sparare a musulmani o toccare in maniera indecorosa cadaveri femminili. 

Attacco a Mumbai arriverà al cinema il 30 aprile 2019. 

Voto7,5/10

Un esordio impressionante e che problematizza entrambi i fronti di una tragedia come questa non riesce comunque a convincere sino in fondo che sia giusto trasformare un atto simile in un film action.

Elisa Giudici

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